Alta quota

K2

Con i suoi 8611 metri è la seconda montagna della Terra. Anche chiamata “montagna degli italiani” è l’unico Ottomila a essere stato violato da una spedizione guidata dal Club Alpino Italiano, il 31 luglio 1954.

A toccare la vetta furono Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, membri della spedizione guidata da Ardito Desio. A questo evento è legata una delle più grandi controversie che la storia dell’alpinismo ricordi: cinquant’anni di polemiche, scontri anche legali e discussioni. A mettere in cattiva luce l’intera spedizione una discrepanza nel racconto degli accadimenti avvenuti nella notte tra il 30 e il 31 luglio a quota ottomila. Ma di questo parleremo più avanti.

Il toponimo K2 ha significato molto semplice e intuitivo: Karakorum 2. Ad affibbiargli questo appellativo fu il Great Trigonometrical Survey of British India che effettuò le prime misurazioni nel 1856. 2 perché sarebbe stata la seconda montagna per altezza, come più alta venne infatti identificato il Masherbrum (7821 m), chiamato inizialmente K1. Molti credono che il suo nome locale fosse Chogori, ma così non è apparso agli storici. Il termine, ottenuto dall’unione delle parole Balti “Chhogo” e “ri” significherebbe semplicemente “grande montagna”. Non ci sono prove di un utilizzo di questo nome da parte dei locali che, in fondo, non hanno mai avuto occasione di vedere la montagna. Il K2 non è visibile da Askole, ultimo avamposto prima di iniziare la lunga risalita dei torrenti Biafo e poi del Baltoro. Si pensa che questo appellativo sia stato inventato dagli esploratori occidentali. A dimostrazione di questa teoria la larga diffusione del nome K2 da parte dei Balti, che lo pronunciano come “ketu”. 

Geografia

Più alta montagna del Karakorum e seconda della Terra, il K2 è localizzato nella parte nordorientale del Pakistan, al confine con la Cina. La geografia della montagna è molto semplice. Con forma piramidale presenta due versanti principali, quello pakistano e quello cinese. Osservando il K2 dal lato pakistano, esposto prevalentemente a sud, si nota sulla destra lo sperone Abruzzi (via dei primi salitori), proseguendo verso sinistra si trova invece lo sperone sud-sudest, quindi la parete sud, lo sperone sud-sudovest, la parete ovest e la cresta ovest. Il versante cinese è invece molto più semplice presentando una grande cresta, nord, a separare la parete nord da quella nordovest.

Il K2 è oggi all’interno del parco del CKNP, Central Karakorum National Park, che fu realizzato, da un’idea di Ardito Desio, con il contributo della cooperazione italiana e di EvK2CNR a partire dalla spedizione commemorativa del 2004. Ampia circa 10.000 km2 è una delle aree protette più ampie dell’Asia e con i suoi 530 ghiacciai rappresenta uno dei più grandi serbatoi di acqua dolce del continente.

Storia

Dopo essere stata osservata per la prima volta (da circa 200 chilometri di distanza) nel 1856 dal Great Trigonometrical Survey of British India, il K2 venne avvicinato per la prima volta sul finire dell’Ottocento. Nel 1892 il cartografo e alpinista Martin Conway organizzò una spedizione britannica con cui raggiunse il circo Concordia, punto d’incontro tra i ghiacciai Godwin-Austen, Baltoro e Abruzzi. Questo è il primo punto da cui la piramide del K2 si presenta in tutta la sua maestosità agli avventori.

Il primo vero tentativo di salire la montagna avvenne dieci anni dopo, da parte di una spedizione guidata dal satanista Aleister Crowley e dall’inventore del rampone Oscar Eckenstein. Con loro si trovavano inoltre Jules Jacot-Guillarmod, Heinrich Pfannl, Victor Wessely e Guy Knowles. Tentarono di salire per la cresta nordest riuscendo a raggiungere l’incredibile quota di 6500 metri. Incredibile per tante ragioni, a partire dai rudimentali mezzi del periodo, passando per i difficili rapporti tra gli alpinisti, arrivando ai problemi di salute presentati da alcuni dei partecipanti. A inficiare ulteriormente sul risultato le difficili condizioni climatiche trovate.

Nel 1909 fece la sua comparsa ai piedi del K2 Luigi Amedeo di Savoia, duca degli Abruzzi. Con lui il fotografo Vittorio Sella. La sua spedizione identificò come possibile via di accesso alla vetta lo sperone sudorientale, poi divenuto noto come Sperone Abruzzi. Qui il duca riuscì a raggiungere circa i 6200 metri per poi abbandonare la via a causa delle difficoltà incontrate. Il gruppo si spostò quindi prima sulla cresta ovest e poi su quella nordest, senza riuscire a trovare un varco. Al termine di questi ultimi tentativi Luigi Amedeo dichiarò che il K2 non sarebbe mai stato scalato e decise di dedicarsi al vicino Chogolisa, dove arrivò ad appena 150 metri dalla cima prima di vedersi costretto a rientrare per colpa di una violenta tempesta.

Per una ventina d’anni nessuno più tentò di salire sul K2. Nel 1938 poi ci provarono gli americani con una spedizione guidata dall’alpinista e medico Charles Houston. Il 25enne riuscì a raggiunge quota 8000 metri passando per lo Sperone Abruzzi dove si vide costretto a rientrare per la scarsità di cibo e per l’arrivo del maltempo. Nel 1939 ci riprovarono gli americani, capitanati questa volta da Fritz Wiessner riuscirono ad arrivare a soli 300 metri dalla vetta. La spedizione si concluse in modo tragico con la morte dell’imprenditore Dudley Wolfe e di 3 portatori d’alta quota.

Nel 1953 ecco ritornare Houston, ma anche questa volta la cima non venne raggiunta. Il gruppo fu bloccato dalla bufera a circa 7800 metri. Vi rimasero per una decina di giorni, periodo in cui Arthur Gilkey (geologo membro della spedizione) si ammalò gravemente a causa della lunga permanenza in quota. Seguì un disperato rientro verso valle per salvargli la vita, ma alla fine venne travolto da una valanga e scomparve per sempre. A lui è dedicato il piccolo memoriale che si trova ai piedi della montagna. 

La prima salita

Il K2 venne violato il 31 luglio 1954 da parte di Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, membri della spedizione guidata da Ardito Desio. La riuscita della salita, lungo lo Sperone Abruzzi, avvenne grazie al contributo fondamentale di Walter Bonatti e dell’Hunza Amir Mahdi che trasportarono le bombole d’ossigeno usate per l’ultimo tratto di salita fino a circa 8200 metri di quota. Attorno a quest’ultima parte della spedizione ci sono state, per anni, ombre e tentativi di insabbiamento. Tutto iniziò con la decisione di Compagnoni e Lacedelli di stabilire l’ultimo campo in una posizione diversa da quella pattuita in precedenza (250 metri a monte). Così facendo Bonatti e Mahdi, in salita con le bombole d’ossigeno, non riuscirono a trovare i compagni. Scambiarono con loro qualche parola, ma fu comunque impossibile identificare la posizione del campo e raggiungerlo. Ormai a buio fatto i due non poterono fare altro che bivaccare all’addiaccio sulla montagna, nella zona della morte, attendendo l’alba per rientrare verso i campi bassi. Fu una lunga attesa, ma alla fine arrivò un nuovo giorno. Bonatti lasciò le bombole in posizione visibile, per i due compagni e iniziò la discesa con Mahdi, che poi subì l’amputazione dei piedi a causa dei congelamenti riportati.

A questo si aggiunge il delicato tema riguardante le bombole che, secondo la versione ufficiale riportata da Desio, sarebbero terminate a circa 8400 metri. I due alpinisti avrebbero quindi proseguito verso la vetta con le bombole, ormai inutilizzabili, sulla schiena. Solo cinquant’anni dopo questo racconto venne sfatato dall’esaustivo report pubblicato dalla commissione dei tre saggi indetta dal Club Alpino Italiano per appurare le dinamiche di questo nebuloso momento alpinistico italiano. Con la revisione della versione ufficiale venne dichiarata l’importanza fondamentale del lavoro svolto da Bonatti e Mahdi nella riuscita dell’impresa. Si chiarì inoltre la ragione per cui la tenda venne spostata: un’azione deliberata di Achille Compagnoni che temeva di essere estromesso dal tentativo di vetta.

È importante ricordare, oltre ai fatti riportati, la scomparsa durante la prima parte della spedizione dell’alpinista valdostano Mario Puchoz. Colpito da edema polmonare il suo corpo è stato tumulato vicino a quello di Arthur Gilkey. 

Tentativi invernali

Il K2 è l’ultimo Ottomila ancora inviolato nel corso dell’inverno. Mancanza che dimostra l’elevata difficoltà di questa montagna che, sommata alle condizioni invernali, rende la sfida nata con i polacchi nell’inverno 1979-1980 (prima salita invernale dell’Everest) qualcosa di quasi impossibile.

I primi a provarci furono i polacchi guidati da Andrzej Zawada. Era l’inverno 1987-1988 e al campo base della seconda montagna delle Terra si trovò una spedizione massiccia, composta da 13 polacchi, 7 canadesi e 4 inglesi. Riuscirono a raggiungere i 7300 metri salendo lungo Sperone Abruzzi. Per lungo tempo le sue difficoltà fecero si che nessun’altra spedizione si interessasse al K2 invernale poi, nella stagione 2002-2003, i polacchi decisero di tornare. A guidarli era Krzysztof Wielicki, leggenda vivente dell’himalaysmo invernale. Del gruppo faceva parte anche il kazako Denis Urubko che, insieme a Marcin Kaczkan, riuscì a toccare i 7650 metri prima di vedersi costretto a una ritirata sotto la sferzante bufera. Nell’inverno 2011-2012 si provarono i russi che lungo lo Sperone Abruzzi raggiunsero i 7200 metri prima di rientrare per colpa delle avverse condizioni meteo. Nel corso della discesa perse la vita l’alpinista Vitaly Gorelik.

Di nuovo i polacchi, nell’inverno 2017-2018. A capo della spedizione sempre il veterano Krzysztof Wielicki. L’obiettivo iniziale era la salita lungo la via Cesen, ma a causa dell’instabilità del percorso e della forte esposizione a scariche di pietre alla fine decisero di cambiare i piani passando allo Sperone Abruzzi, dove toccarono i 7300 metri. In questa occasione Denis Urubko riuscì, in un tentativo solitario, a raggiungere con buona probabilità i 7600 metri. Nel corso della stagione 2018-2019 e in quella 2019-2020 ci provò anche Alex Txikon, primo salitore invernale del Nanga Parbat insieme a Simone Moro e Ali Sadpara.

Vie alpinistiche

La via maggiormente frequentata, difficile chiamarla “normale”, è quella dello Sperone Abruzzi seguita dai primi salitori. Oggi è il tracciato maggiormente frequentato e anche quello più sicuro. Nonostante questo, conserva alcune difficoltà oggettive che non sono da sottovalutare. Il percorso segue la cresta sudest. I maggiori pericoli sono presenti nel tratto tra la Piramide Nera e la Spalla, zone fortemente esposte. Poco oltre si trova invece il punto più pericoloso di tutto l’itinerario, dov’è necessario essere veloci e non creare ingorghi: il famigerato Collo di Bottiglia. Un passaggio stretto, a ridosso di giganteschi seracchi che possono staccarsi da un momento all’altro.

Altre vie alpinistiche degne di nota

  • 1978 – Rick Ridgeway, John Roskelly, Louis Reichardt e Jim Wickwire aprono una nuova via lungo la cresta nordest. Il percorso, lungo è complesso, si ricongiunge alla via Abruzzi nella parte alta. I quattro non hanno raggiunto la vetta per colpa del maltempo. Reichardt e Roskelly sono anche i primi due alpinisti a raggiungere la cima del K2 senza utilizzo di bombole d’ossigeno.
  • 1981 – una spedizione giapponese riesce nella salita dell’instabile cresta ovest. Instabile per le condizioni della roccia.
  • 1982 – Una spedizione giapponese viola il lato nord del K2, aprendo una via che passa centralmente alla parete lungo la cresta. Un itinerario affascinante e decisamente più difficile rispetto allo Sperone Abruzzi che ha visto la sua prima ripetizione l’anno successivo da parte di Agostino Da Polenza, che arrivò in vetta il 31 luglio con Josef Rakoncaj. Tre giorni dopo, il 3 agosto, toccarono la cima anche Sergio Martini e Fausto De Stefani. A oggi conta poche ripetizioni e non viene molto frequentato, anche a causa del lungo e difficile avvicinamento.
  • 1986 – Gli alpinisti Peter Bożik, Przemysław Piasecki e Wojciech Wróż, sotto la guida di Janusz Majer completano la “Magic Line”, itinerario che sale lungo il pilastro sudovest del K2. Wróż purtroppo perde la vita in discesa. Importante ricordare che la via venne vista per la prima volta dall’italiano Reinhold Messner, quale la tentò nel 1979 insieme a un gruppo di forti alpinisti tra i quali figuravano anche Alessandro Gogna e Renato Casarotto. A oggi la “Magic Line” conta un’unica ripetizione, da parte dello spagnolo Jordi Corominas nel 2004.
  • 1986 – Jerzy Kukuczka e Tadeusz Piotrowski aprono la via “Polacca” lungo la parete sud. La via è estrema, esposta e terribilmente pericolosa fino a circa 300 metri dalla vetta, dove si ricongiunge con la via degli italiani. Definita da Messner “via suicida” a oggi non conta ripetizioni. Piotrowski ha perso la vita durante la discesa lungo lo Sperone Abruzzi.
  • 1986 – Tomo Česen in solitaria sale lungo lo sperone sud-sudest aprendo la quella che oggi è comunemente chiamata via Cesen o via Basca. Il percorso sale sicuro per poi ricongiungersi a circa metà altezza lungo la via degli italiani. Il primo a tentare questo itinerario è stato Doug Scott nel 1983.
  • 2007 – Una spedizione russa riesce nell’incredibile salita della parete ovest lungo un percorso estremamente tecnico ricco di crepacci e canali abbondantemente innevati.

Salite degne di nota

  • 1986 – Il 23 giugno Wanda Rutkiewicz diventa la prima donna a raggiungere la cima del K2. Salita realizzata senza utilizzo di bombole d’ossigeno.
  • 2004 – Nel mese di luglio Agostino Da Polenza guida una spedizione alpinistica commemorativa per i 50 anni dalla storica impresa italiana. Il 26 luglio Silvio Mondinelli, Karl Unterkircher, Walter Nones, Ugo Giacomelli e Michele Compagnoni raggiungono la vetta senza utilizzare l’ossigeno.
  • 2014 – È di nuovo Agostino Da Polenza a guidare la spedizione celebrativa per i 60 anni dalla prima ascensione. In quest’occasione la vetta è stata raggiunta dalla guida di Alagna Valsesia Michele Cucchi insieme agli alpinisti pakistani Hassan Jan, Muhammad Sadiq, Ghulam Mehdi, Ali Durani, Rehmat Ullah Baig.
  • 2018 – Il polacco Andrzej Bargiel porta a termine la prima discesa in sci dalla vetta del K2.

Altri eventi storici importanti

  • 1986 – Quella del 1986 è una delle stagioni più dure che l’himalaysmo ricordi. In una manciata di giorni muoiono 13 alpinisti sui versanti della seconda montagna della Terra. Tra di loro figurano nomi di primordine dell’alpinismo internazionale come Renato Casarotto e i coniugi Liliane e Maurice Barrard.
  • 2007 – Nel corso della spedizione “K2 Freedom” guidata da Daniele Nardi scompare, dopo aver raggiunto la vetta, l’alpinista ternano Stefano Zavka.
  • 2008 – Altro anno tragico per il K2 che vide, per colpa delle condizioni meteo, un tentativo di vetta massiccio nei giorni a cavallo tra fine luglio e i primi di agosto. Nel primo giorno dell’ottavo mese furono circa 30 gli alpinisti a tentare la cima, si creò così un notevole affollamento oltre quota ottomila metri. I conseguenti ritardi, alcuni incidenti e il crollo di un seracco portarono alla morte di 11 alpinisti. Tra i protagonisti di questa vicenda anche l’italiano Marco Confortola a cui in seguito vennero amputate le dita dei piedi, per colpa dei congelamenti riportati.

Guida al K2

Raggiungere il K2 (ma soprattutto scalarlo) non è cosa per tutti. Il percorso di avvicinamento è lungo e si svolge in ambiente naturale d’alta quota privo delle comodità presenti lungo il cammino per l’Everest. La montagna presenta poi molte difficoltà ambientali e logistiche che la rendono una delle cime più affascinanti quanto difficili del Pianeta. Nonostante tutto questo il trekking verso il K2 rimane uno dei più panoramici e suggestivi itinerari offerti dall’Himalaya. In nessun altro luogo è possibile ammirare cattedrali di roccia e ghiaccio così imponenti come le Torri di Trango, la Torre Muztag, il Gasherbrum IV, il Broad Peak e il Chogolisa.

La prima cosa da fare per avvicinarsi alla piramide del K2 è prendere un volo aereo diretto a Islamabad. Dalla capitale pakistana sarà possibile volare su Skardu, nella parte orientale del Gilgit-Baltistan. In alternativa è possibile raggiungere la località via terra percorrendo la Karakorum Highway, una dei quelle esperienze da fare almeno una volta nella vita. Da Skardu il viaggio prosegue in jeep fino al villaggio di Askole (3050 m), ultimo avamposto raggiungibile con un mezzo a motore. Da qui si prosegue a piedi, con lo zaino in spalla, prima costeggiando il torrente Biafo, poi il Baltoro, fino a incontrare la testata dell’omonimo ghiacciaio da risalire fino al circo Concordia. Qui, per la prima volta, il K2 si mostra agli occhi dei trekker nella sua interezza. Ancora una manciata di ore e si raggiunge il campo base della montagna, oltre i 5mila metri di quota. I più allenati impiegano 4 o 5 giorni per raggiungere le pendici della montagna. Molti vengono però rallentati dagli effetti della quota.

Raggiunta Askole il trek procede verso Jula (3150 m), quindi Payu (3400 m) e Urdukas (4100 m), sui fianchi del ghiacciaio Baltoro. Il quarto giorno si dorme sul ghiaccio vivo nel campo di Gore (4500 m) per poi raggiungere Concordia (4700 m) e godere dello spettacolo più bello dell’Himalaya. Da qui si prosegue poi per i 5050 metri del campo base dove ci si sente sovrastati dalla sagoma della montagna che appare quasi a portata di mano. Per il rientro il consiglio è quello di proseguire verso il passo di Gondogoro La per poi raggiungere il villaggio di Hushe e fare rientro a Skardu.

I trekker interessati a vivere questa esperienza devono munirsi di una guida e pagare un permesso. In generale il costo di un trekking economico si aggira intorno ai 2000 Euro a persona. Gli alpinisti, oltre a questo, devono pagare il permesso di salita, come per tutti gli Ottomila.

Il consiglio, per chi fosse interessato a visitare la seconda montagna della Terra è quello di rivolgersi a un’agenzia specializzata in trekking. Ne esistono di diverse sia in Italia che in loco. Il loro aiuto è fondamentale per riuscire a sbrigare in modo rapido le difficili questioni burocratiche.

Curiosità

Il successo italiano del 1954 è stato motore di una rivincita nazionale. Dopo questo successo, celebrato come un evento storico, sono nati decine di nuovi prodotti marchiati K2. Non solo attrezzature sportive, ma anche macchina da scrivere (Walter Bonatti ne ricerverà una in regalo) spray, osterie, meccanici e molti altri.

Il K2 nella filmografia

  • Italia K2, 1955, di Marcello Baldi (documentario ufficiale sull’impresa italiana)
  • K2 – L’ultima sfida, 1991, di Franc Roddan
  • Vertical Limit, 2001, di Martin Campbell
  • K2: Il sogno, l’incubo, 2007, di Marco Mazzocchi prodotto (documentario sulla spedizione “K2 freedom”)
  • K2 – La montagna degli italiani, 2012, di Robert Dornhelm
  • The Summit K2, 2012, di Nick Ryan (film sulla tragedia del 2008)
  • K2: The Impossible Descent, 2020, di Andrzej Bargiel (documentario sulla storica prima discesa con gli sci del K2)

Il K2 nei libri

  • La conquista del K2. Seconda cima del mondo, Ardito Desio, 1954, Garzanti
  • Processo al K2, W. Bonatti, 1985, Baldini
  • K2 1954, a cura di R. Mantovani, 1994, CAI – Museo Nazionale della Montagna
  • K2, una sfida ai confini del cielo, R. Mantovani, K. Diemberger, 2002, White Star
  • K2: conquista italiana tra storia e memoria, A. Compagnoni, 2004, Bolis
  • K2 il prezzo della conquista, L. Lacedelli e G. Cenacchi, 2004, Mondadori
  • K2 Chogori. La grande montagna, R. Messner, 2004, Corbaccio
  • K2 Uomini Esplorazioni Imprese, a cura di L. Bizzaro, 2004, Istituto Geografico De Agostini – CAI
  • K2. La verità – storia di un caso, W. Bonatti, 2005, Baldini Castoldi Dalai
  • K2. Una storia finita, F. Maraini, A. Monticone, L. Zanzi, 2007, Priuli&Verlucca
  • K2 il nodo infinito: sogno e destino, K. Diemberger, 2008, Corbaccio
  • Giorni di ghiaccio. Agosto 2008. La tragedia del K2, M. Confortola, 2008, Baldini Castoldi Dalai
  • No way down, G. Bowley, 2010, Mondadori
  • Tutti gli uomini del K2, M. Tenderini, 2014, Corbaccio
  • Destinazione K2, 2018, G. Gasca, Alpine Studio
  • K2. Storia della montagna impossibile, 2018, A. Boscarino, Rizzoli
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