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A pochi giorni dall’uscita in libreria di “La versione di Tomek” (Mulatero Editore, 2019) abbiamo intervistato Dominik Szczepański, autore del testo. Il libro racconta la vita dell’alpinista polacco prematuramente scomparso sul Nanga Parbat nel gennaio 2018 dopo che, insieme alla compagna Elisabeth Revol, ne ha raggiunto la vetta percorrendo l’allora incompiuta via Messner-Eisendle. Tra le pagine più drammatiche di questi ultimi anni di alpinismo invernale, la storia di Tomek e l’incredibile operazione di salvataggio di Elisabeth compiuta da Adam Bielecki e Denis Urubko hanno catturato l’attenzione di molti perché rappresenta una storia fuori dagli schemi. Una storia che va oltre l’alpinismo, che è quasi un rimando a una ricerca interiore. Un modo per scoprirsi o forse cercarsi. Ne abbiamo parlato con Dominik.

 

Dominik, quando è nata l'idea del libro?

“Ho conosciuto Tomek nel 2013, quando ho iniziato a raccontare dei suoi tentativi sul Nanga Parbat, della sua lotta con la montagna. Durante l’inverno 2016 ho persino trascorso, come corrispondente per il giornale per cui lavoro, due settimane al campo base Diamir. Passandoci del tempo insieme ho subito capito che la sua storia sarebbe stata perfetta per un libro, ma Tomek avrebbe voluto realizzarlo da solo o, al massimo, con l’aiuto di sua moglie Anna.”

Come sei quindi diventato l’autore della sua biografia?

“Mi è stato proposto dall’editore polacco, dopo la sua morte. All’inizio mi sono rifiutato perché ho vissuto male la sua scomparsa e, inoltre, non sapevo se fosse il caso. Mi sono chiesto se fosse troppo presto, ho cercato allora di capire quando sarebbe potuto essere il momento giusto per un libro in memoria. A due anni dalla morte? Tre, quattro? Non esistono regole. Quali sono i limiti della decenza? Alla fine ho scritto il libro, ma continuo a pormi queste domande.”

Una storia complessa quella di Tomek…

“Quando ci siamo conosciuti avevo 25 anni e stavo per iniziare altri viaggi. La storia di Tomek mi ha attirato subito molto perché ha dimostrato che non devi essere il migliore al mondo, che non devi avere grandi sponsor per cimentarti in qualcosa di grande. Certo, devi conoscere i tuoi limiti e sapere quando ritirarti ma nessuno dovrebbe proibirti di provare. Tomek era elettrizzante, un interlocutore eccezionale perché sapeva ascoltare e le sue risposte non erano semplici. Ti faceva pensare, riflettere. Quando parlava delle montagne lui raccontava qualcosa in più di un semplice mucchio di pietre, la storia di un’arrampicata era molto di più che semplice attività fisica. Tomek aveva una grande profondità che lo spingeva verso domande che non tutti si pongono: sulla costruzione del mondo, sulle disuguaglianze, sull’intolleranza.”

Dimostri una grande ammirazione verso Tomek, ma qual era la tua opinione su di lui prima di conoscerlo?

“Non avevo opinioni su di lui, a quel tempo quasi nessuno aveva sentito parlare di Tomasz Mackiewicz. Per anni è stato un alpinista anonimo, anche tra gli scalatori. Il mio Paese non lo conosceva, fino al giorno della sua morte. Devo dire che all’inizio, forse a causa della mia giovane età e delle mie convinzioni radicali, mi ha impressionato molto. Mi piaceva questo suo approccio, anarchico e punk, alla vita come all’himalaysmo. Era però solo lo strato più superficiale di Tomek e solo scrivendo il libro ho appreso la sua realtà. Era un uomo avvilito, soffriva di depressione ed era estremamente sensibile. Era un uomo di ricerca, insoddisfatto dalle risposte semplici.”

Il Nanga Parbat rappresentava questa ricerca?

“All’inizio era una grande avventura. Ci andava in inverno perché non poteva permettersi altre montagne, il permesso per il Nanga Parbat era semplicemente economico. Appena 300 Euro per due persone. Il primo anno ho ha funzionato molto bene, non era preparato per questa montagna ma, essendo Tomek, non si è arreso. Ha studiato la montagna, si è preparato, e alla fine il Nanga è diventato il suo vero obiettivo. Si stava avvicinando alla cima.”

Si potrebbe definire la storia più romantica dell’alpinismo moderno?

“Il Nanga per Tomek è stato un viaggio spirituale. Un percorso probabilmente più importante della stessa salita alla montagna. Un itinerario che di anno in anno si è fatto sempre più importante, soprattutto dopo aver conosciuto la leggenda dei pastori pakistani sul Feri, lo spirito della montagna. Negli ultimi anni Tomek ha creduto di condurre un dialogo con la divinità, con Feri. Tra le sue frasi più significative Tomasz diceva che ‘il Nanga Parbat è una grattugia per l’ego’. Stava molto attento a non credere nella sua grandezza.”

Forse ce lo hai già raccontato ma, chi era Tomek?

“Un uomo in carne e ossa. Un uomo caldo e aperto, dentro. Una persona timida, non capace di credere che gli altri avrebbero potuto amarlo. Visionario, artista, ex tossicodipendente, musicista di talento, grande meccanico automobilistico. Un uomo che non ha seguito alcun corso di arrampicata eppure, in squadra con Elisabeth Revol, è stato in grado si raggiungere la vetta di un Ottomila in inverno passando per una via in parte nuova e salendo in stile alpino. Un uomo che, di fronte alla parola ‘impossibile’, prese vita.”

Dominik, dalle tue parole traspare un animo puro e un rispetto profondo per la figura di Tomek. Ci racconti qualcosa di poco conosciuto che potremo trovare nel libro?

“Paradossalmente, l’operazione di salvataggio. Oggi non c’è posto nel mondo mediatico per osservare quel momento con precisione, per esaminare l’accaduto da più parti, così lo facciamo nel libro. Durante la fase delle operazioni di salvataggio si sapeva che Tomek ed Elisabeth avevano bisogno di aiuto, che l’elicottero non poteva decollare sia perché non c’erano i soldi sia per il brutto tempo. Poi ci sono stati Adam Bielecki e Denis Urubko che sono saliti per ore sulla montagna, riuscendo a salvare Elisabeth. È stato uno sforzo collettivo che ha visto impegnate una dozzina di persone da diversi Paesi. Persone che per giorni hanno combattuto affinché l’operazione potesse andare in porto. Nel gruppo di soccorso c’erano italiani (Daniele Nardi, Agostino Da Polenza, Stefania Mondini, Maurizio Gallo), francesi e pakistani. Nomi, che fino a oggi, comparivano solo come eroi anonimi.” [post_title] => La versione di Tomek, un uomo in carne e ossa [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => la-versione-di-tomek-un-uomo-in-carne-e-ossa [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2019-10-12 16:20:48 [post_modified_gmt] => 2019-10-12 14:20:48 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => https://www.montagna.tv/?p=148709 [menu_order] => 0 [post_type] => post [post_mime_type] => [comment_count] => 0 [filter] => raw ) [1] => WP_Post Object ( [ID] => 148280 [post_author] => 31 [post_date] => 2019-10-13 06:00:57 [post_date_gmt] => 2019-10-13 04:00:57 [post_content] => L’Agrap, Associazione Gestori Rifugi Alpini e posti tappa del Piemonte, si propone come ente aggregante per i gestori dei rifugi della regione sabauda, ma non solo. Tra i suoi obiettivi c’è quello di far conoscere queste strutture d’altura a tutti coloro che frequentano la montagna. Un modo per diffonderne la storia, la cultura e creare così una forma di rispetto per un’attività difficile e spesso sottovalutata, soprattutto dalle istituzioni. Siamo andati a conoscerli dialogando con il loro presidente Massimo Manavella, gestore del rifugio Selleries in Val Chisone. L’obiettivo? Capire meglio cosa significa gestire un rifugio tra passione per la montagna, modernità impellente e burocrazia.   Massimo, da presidente di Agrap ci vuoi spiegare meglio chi siete e quali obiettivi avete? “Siamo un’associazione che raggiunta i gestori di rifugio del Piemonte. La sua utilità è quella di rappresentare la categoria del ‘rifugista’ che, al momento, non è riconosciuta. Scopo importante di Agrap è quello di fare gruppo affrontando insieme i problemi, soprattutto quelli burocratici, legati alla gestione.” Cosa intendi quando dici che la categoria non è riconosciuta? “Che non esiste. Basta andare su Word e digitale la parola ‘rifugista’ per accorgersi che viene segnalato come errore. Se invece scrivi ‘albergatore’ questa viene riconosciuta. Quella dei rifugisti è una categoria che non è mai stata considerata.” Come mai? “Forse perché non ci si è mai posti veramente il problema. Il rifugista è una figura chiave perché rappresenta un custode delle terre alte. Se non ci fosse lui in quota, a gestire le strutture sarebbe un problema. Il rifugista è quello che sta sul posto, sempre informato sulle condizioni delle vie e sulla meteo. È il punto di riferimento per molti, dalla guide alpine che salgono e scendono all’escursionista della domenica. Abbiamo un ruolo fondamentale e, devo dire per onestà intellettuale, che spesso siamo noi rifugisti i primi a non renderci conto di questa importanza. Agrap vuole quindi svolgere il compito di dare voce ai 223 rifugi del Piemonte.” Prima facevi il paragone tra le categorie “rifugista” e “albergatore”, voi però non siete albergatori e le strutture non sono alberghi… Questo concetto è presente in chi sale? “Assolutamente no. Sempre più abbiamo una mancanza di consapevolezza verso il luogo in cui ci troviamo. Sovente arrivano richieste fuori luogo, ma non sono fatte in cattiva fede.” In che senso? “Molti non ci pensano, non lo fanno apposta. In un mondo in cui tutto appare scontato, in cui è normale trovare servizi e comodità un po’ ovunque, non stupisce che si diano per scontate le comodità cittadine anche a 2000 metri. D’altronde abbiamo una funivia ce ci porta fino a 3700 metri sul ghiacciaio, dove troviamo negozi, shop, bar e ristoranti.” Rimanendo in tema di difficoltà, oltra a quella dell’inconsapevolezza quali altre problematiche si trovano ad affrontare i rifugisti? “Sicuramente quelle burocratiche che sono molto intense e quasi opprimenti. Non ci sono molte differenze, per quanto riguarda parte fiscale, burocratica o organizzativa, tra rifugio e albergo. Qualcosa in meno c’è, per esempio i metri cubi d’aria di una camera d’albergo sono diversi rispetto a quelli di una stanza in rifugio. Per il resto però non cambia nulla, parlo di normative antiincendio e di HACCP, per non parlare della parte fiscale. Già siamo obbligati alla fattura elettronica, mentre dal primo gennaio 2020 saremo anche obbligati allo scontrino elettronico. Normative con cui si da per scontato che ci sia una connessione a internet, cosa che non è possibile in tutti i rifugi.” Non siete riusciti ad avere una deroga? “No. Una delle poche deroghe che abbiamo risale al periodo fascista e riguarda i rifugi alpini che non ha obbligo di inviare i dati relativi ai clienti che pernottano nella struttura. Ci appigliamo ancora oggi a questa per avere un’agevolazione sul lavoro. Devo anche dire che per un rifugio come il Selleries che gestisco, dire che non posso inviare i dati è poco credibile perché poi, giustamente, il Carabiniere che dovrebbe riceverli potrebbe dire: com’è che però tutti i giorni pubblichi gli aggiornamenti meteo? Esistono però molte altre strutture che non hanno corrente elettrica, se non per poche ore al giorno, o che magari si trovano in luoghi dove è impossibile avere connessione. Per loro si tratta di una facilitazione importante.” Esiste differenza tra rifugio privato e rifugio Cai? “Direi di no. Il Club Alpino sta lavorando molto bene secondo me. Hanno alzato moltissimo il livello dell’accoglienza nei loro rifugi, richiedendo molta competenza. Come Agrap lavoriamo molto con il Cai, abbiamo un protocollo d’intesa firmato tre anni fa. Si collabora molto bene, in modo pratico e concreto. Bisogna però precisare che i rifugi piemontesi sono 223 e solo 70 sono di proprietà del Cai, anche per questo c’è un interesse da ambo le parti a collaborare e a parlarsi tra le due realtà associative in modo da raggiungere tutti insieme lo scopo comune.” Per il futuro quali potrebbero essere i punti su cui focalizzare l’attenzione politica per dare  un vero aiuto ai rifugisti e ai rifugi? “Come Agrap stiamo continuando a chiedere il riconoscimento come figura professionale. Una volta ottenuto a caduta verrà tutto il resto.” [post_title] => Associazione rifugisti del Piemonte: “Chiediamo di essere riconosciuti come categoria professionale” [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => associazione-rifugisti-del-piemonte-chiediamo-di-essere-riconosciuti-come-categoria-professionale [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2019-10-11 18:16:52 [post_modified_gmt] => 2019-10-11 16:16:52 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => https://www.montagna.tv/?p=148280 [menu_order] => 0 [post_type] => post [post_mime_type] => [comment_count] => 0 [filter] => raw ) [2] => WP_Post Object ( [ID] => 148629 [post_author] => 3 [post_date] => 2019-10-12 06:00:35 [post_date_gmt] => 2019-10-12 04:00:35 [post_content] => Siamo portati spesso a pensare che per trovare nuove vie di arrampicata sia necessario andare dall'altro capo del mondo, su montagne inaccessibili e irraggiungibili. Un pensiero sbagliato, come dimostra la fervida cronaca alpinistica sulle nostre Alpi, anche in zone in cui crediamo sia già stato fatto tutto e non ci sia più nulla di nuovo da scoprire. A parlare di "avventura dietro casa" anche Nicola Tondini, che ha aperto sulla Cima Ovest di Lavaredo una nuova via, in una nostra recente intervista sull'alpinismo dolomitico. Ed è proprio sulle Tre Cime di Lavaredo che vogliamo rimanere per raccontarvi l'apertura di altre due vie, che dimostrano ancora una volta che si può dare sfogo alla propria fantasia alpinistica e vedere linee che ancora nessuno aveva intravisto, magari accanto alle grandi classiche.

"Via diretta" sulla Cima Grande

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Una nuova via è stata aperta nel corso dell'estate sulla Cima Grande di Lavaredo (2.999 m). La salita è stata compiuta nel mese di luglio da tre istruttori di alpinismo in forza al 6° reggimento Alpini (battaglione “Bassano”), impegnati nelle attività di preparazione dell’esercitazione alpinistica internazionale “Tre Cime”, organizzata dal Comando Truppe Alpine lo scorso 11 luglio.  La notizia è stata però diffusa dal 6° reggimento solo negli scorsi giorni.

Il luogotenente Ewald Beikircher, il caporale maggiore scelto Matteo Lovat e il caporale maggiore scelto Simone Pomarè Montin hanno ribattezzato l’itinerario semplicemente “Via diretta”. Si tratta di otto tiri di corda con difficoltà fino al VI grado, aperti dal basso con utilizzo di chiodi alpinistici e spit fix da 10 mm per le soste.

"Nostalgie" sulla Cima Piccola

Le guide alpine Manuel Baumgartner e Mark Oberlechner hanno aperto una via sulla parete nord della Cima Piccola di Lavaredo. "Nostalgie", così l'hanno chiamata, è una linea di 8 tiri con difficoltà fino al VIII - che sale tra lo Spigolo Comici-Mazzorana e la via Fehrmann. I chiodi utilizzati per l'apertura sono rimasti in parete. La via presenta, a parte il primo tiro, roccia abbastanza buona. [post_title] => Nuove vie sulle Tre Cime di Lavaredo [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => nuove-vie-sulle-tre-cime-di-lavaredo [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2019-10-11 17:56:00 [post_modified_gmt] => 2019-10-11 15:56:00 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => https://www.montagna.tv/?p=148629 [menu_order] => 0 [post_type] => post [post_mime_type] => [comment_count] => 0 [filter] => raw ) [3] => WP_Post Object ( [ID] => 148580 [post_author] => 36 [post_date] => 2019-10-11 10:00:34 [post_date_gmt] => 2019-10-11 08:00:34 [post_content] => La "Dama Bianca" non si è lasciata conquistare neanche questa volta da Carlos Soria, che questa mattina ha annunciato di rinunciare alla vetta del Dhaulagiri (8.167 m) a causa dei venti troppo forti. [gallery masterslider="true" auto_height="true" ids="148584,148581,148582,148583"]

La rinuncia per il troppo vento

Il team composto da Carlos Soria, Sito Carcavilla e Luis Miguel López, oggi in discesa a campo base, aveva raggiunto nella giornata di ieri C3 e, dopo il necessario riposo, l’intenzione era di valutare le condizioni ambientali prima di partire all’attacco della vetta. Purtroppo il vento forte, che aveva già reso complessi gli spostamenti degli alpinisti saliti oltre C3 la scorsa settimana, ha portato il tenace ottantenne a desistere anche quest’anno. Sembrerebbe che tutte le squadre a C3 abbiano deciso di scendere a campo base, in considerazione delle previsioni meteo non propizie neanche per i prossimi giorni.

Soria e il Dhaulagiri. Si ritenta l'anno prossimo?

Come dichiarato da Soria alla rivista spagnola Desnivel, non ci saranno altre possibilità di tentare la vetta nei prossimi giorni, in quanto la stagione è ormai prossima al termine. Ma siamo certi che il prossimo anno lo rivedremo di nuovo sulle pendici del suo penultimo Ottomila da conquistare, insieme allo Shisha Pangma. Magari già in primavera. Per lui sarebbe a questo punto l'undicesimo tentativo.

Una stagione povera di successi

In pochi sono riusciti nell’intento di toccare la cima del Dhaulagiri in queste settimane, nonostante le raffiche di vento in vetta fino ai 50 chilometri orari: il catalano Sergi Mingote, il cileno Juan Pablo Mohr (entrambi senza ossigeno), Furtengi Sherpa, Lakpa Sherpa, il bulgaro Atanas Skatov con Sanu Sherpa e lo svizzero Josette Valoton con Changba Sherpa. La salita del brasiliano Moeses Fiamoncini si è invece arrestata a 50 metri dalla vetta a causa di una caduta di alcune decine di metri. Incidente che ha portato alla rottura del suo elmetto e a congelamenti di primo livello alle dita di mani e piedi. [post_title] => Carlos Soria rinuncia alla vetta del Dhaulagiri [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => carlos-soria-rinuncia-alla-vetta-del-dhaulagiri [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2019-10-11 10:00:34 [post_modified_gmt] => 2019-10-11 08:00:34 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => https://www.montagna.tv/?p=148580 [menu_order] => 0 [post_type] => post [post_mime_type] => [comment_count] => 2 [filter] => raw ) [4] => WP_Post Object ( [ID] => 148467 [post_author] => 3 [post_date] => 2019-10-09 06:00:33 [post_date_gmt] => 2019-10-09 04:00:33 [post_content] => Rientrato a Bergamo dal festival Nuovi Mondi, Denis Urubko è tornato ad allenarsi tra la palestra di arrampicata indoor del Cai di Bergamo e la roccia di Valgua. Ma “i pensieri volano sempre verso il Pakistan” e purtroppo non per buone notizie. Pare, secondo quanto racconta Urubko, che ci sia qualche problema con la spedizione invernale. Don Bowie non ha ancora effettuato i pagamenti all’agenzia pakistana, la Jasmine Tours Pakistan, che avvisa che sono iniziate le prime nevicate sul Baltoro, che si traduce in un aumento dei costi per il trasporto del materiale al campo base del Broad Peak. La spedizione è quindi a rischio cancellazione per l'alpinista russo, naturalizzato polacco e residente bergamasco. Nel frettazzo però, sul Instagram, Bowie posta foto del K2 confermando che i due hanno il permesso per entrambe le montagne e che l'appuntamento è per questo inverno. 

K2, un obiettivo secondario

Se la spedizione al Broad Peak è a rischio, l’invernale al K2 pare declassata a obiettivo secondario. Le aspettative erano state ridimensionate durante la serata al Nuovi Mondi festival, in cui l'alpinista aveva ribadito che l’obiettivo principale rimaneva il Broad Peak. “Dopo, forse, se andiamo in vetta sul Broad e se c’è il tempo e qualcuno ha fissato già le corde sulle pareti possiamo pensare ad un tentativo, ma per me sarebbe abbastanza salire sul Broad - aveva risposto Urubko dal palco -. Non sono concentrato a salire subito il K2”.   [post_title] => In forse la spedzione invernale di Urubko? [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => in-forse-la-spedzione-invernale-di-urubko [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2019-10-08 18:42:19 [post_modified_gmt] => 2019-10-08 16:42:19 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => https://www.montagna.tv/?p=148467 [menu_order] => 0 [post_type] => post [post_mime_type] => [comment_count] => 0 [filter] => raw ) )