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            [post_date] => 2019-09-17 13:16:32
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            [post_content] => Tra un red carpet e l’altro, Alex Honnold è tornato in parete, con una prestazione da Oscar. Il 14 settembre ha difatti realizzato il suo primo 9a in una giornata di relax, praticamente dietro casa.



“Arrested Development” è il nome della via completata nel settore Robber’s Roost del Mount Charleston, a Las Vegas. Una via chiodata negli anni Novanta da Joe Brooks, salita per la prima volta da Ethan Pringle nel 2012 e ripetuta nel 2018 da Jonathan Siegrist.

“Ieri ho completato con successo il primo concatenamento tra un Oscar e un 9a, passando dal premio Oscar al mio primo 9a nello stesso anno”,  si legge nel post Facebook che accompagna l’entusiasmante video della salita di Honnold.

Un anno pazzesco dall'Oscar al 9a. E non è finita qui!

"È stato un anno pazzesco. Il film Free Solo mi ha sconvolto la vita e ho speso gran parte dell’anno viaggiando per una serie di eventi. E allo stesso tempo facendo del mio meglio per allenarmi in svariate palestre in giro per il mondo. Tutto è stato incredibile ma un grande cambiamento rispetto alla mia vita quotidiana. Nelle ultime settimane ho cercato di concentrarmi di nuovo sull’arrampicata vera, tentando di completare una via che ho approcciato già qualche anno fa, trovandola decisamente impossibile per me. È super soddisfacente tornare dopo un anno simile e riuscire a completare la via”. Un 9a conquistato non certo partendo da zero o per merito di un Oscar, ma grazie a una serie di esperienze acquisite negli ultimi anni. Ne sono un esempio gli 8c+ Supermanboy Superman a Squamish, in Canada, o The Green Mile a Jailhouse, in California. “È stato eccitante salire un nuovo grado. Qualcosa che realisticamente parlando è probabile che non riuscirò a ripetere. Nonostante tutto voglio lavorare su un 9a+. Vedremo!”   [post_title] => Un anno d'oro per Alex Honnold. Dopo l'Oscar completa il suo primo 9a [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => un-anno-doro-per-alex-honnold-dopo-loscar-completa-il-suo-primo-9a [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2019-09-17 19:30:17 [post_modified_gmt] => 2019-09-17 17:30:17 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => https://www.montagna.tv/?p=146652 [menu_order] => 0 [post_type] => post [post_mime_type] => [comment_count] => 0 [filter] => raw ) [1] => WP_Post Object ( [ID] => 146634 [post_author] => 31 [post_date] => 2019-09-17 06:00:03 [post_date_gmt] => 2019-09-17 04:00:03 [post_content] => [gallery masterslider="true" auto_height="true" ids="146635,146636,146637"] Se Reinhold Messner passerà il suo compleanno davanti allo scoppiettare del fuoco nel suo castello, diverso sarà invece il compleanno di Nives Meroi che oggi compie oggi 58 anni. Come festeggiarli se non con una nuova spedizione himalayana insieme al compagno Romano Benet e all’amico Erri De Luca? Partiti, come sempre, senza troppi annunci sono atterrati a Kathmandu lo scorso 10 settembre e si trovano ora sulla via del campo base, che dovrebbero raggiungere a breve. Dopo aver terminato la loro corsa agli Ottomila, l’11 maggio 2017, con il raggiungimento degli 8091 metri dell’Annapurna non è scemata la voglia di montagna e aria rarefatta per Nives e Romano. L’avevano già dimostrato la scorsa primavera quando sono stati protagonisti di una sfortunata spedizione al Kangbachen (7902 m, Kangchenjunga) sui cui avevano in progetto l’apertura di una nova via. Anche per lo scrittore napoletano Erri De Luca questa non è la prima esperienza Himalayana. In passato ha avuto occasione di trascorrere un altro lungo periodo ai piedi delle più alte montagne della terra, con l’ambizione di raccontare quella donna tanto forte, determinata e capace di mettere da parte un sogno (quello di diventare la prima alpinista donna a raggiungere la vetta di tutti e 14 gli Ottomila, senza ossigeno) per amore. Quel racconto oggi fa parte del libro Sulle tracce di Nives. Che questa volta Erri non si voglia fermare semplicemente al campo base? Lo scopriremo più avanti, per ora lasciamo che la comitiva si goda e festeggi il compleanno di una delle più forti himalayste al mondo. [post_title] => Nives Meroi, al Manaslu con Romano ed Erri De Luca [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => nives-meroi-al-manaslu-con-romano-ed-erri-de-luca [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2019-09-17 19:31:10 [post_modified_gmt] => 2019-09-17 17:31:10 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => https://www.montagna.tv/?p=146634 [menu_order] => 0 [post_type] => post [post_mime_type] => [comment_count] => 1 [filter] => raw ) [2] => WP_Post Object ( [ID] => 146277 [post_author] => 31 [post_date] => 2019-09-16 06:00:32 [post_date_gmt] => 2019-09-16 04:00:32 [post_content] => [gallery masterslider="true" auto_height="true" ids="146296,146284,146286,146571,146287,146288,146289,146290,146291,146297,146572,146292,146293,146294,146295,146573,146574"] Partiti lo scorso 17 luglio Federica Mingolla ed Edoardo Saccaro hanno trascorso circa un mese e mezzo nella Groenlandia meridionale, ai piedi del Nalumasortoq (2045 m). Sono andati alla ricerca di uno spazio ancora intonso su cui tracciare una nuova via. Si chiama La Cura, sale lungo quella che era l’inviolata parete sud del Middle Pillar del Nalumasortoq e raggiunge difficoltà di apertura fino al 7b+/A2. Stiamo parlando di una zona poco frequentata e conosciuta, è però sufficiente cercare su internet per farsi un’idea della dimensione verticale in cui i due si sono ritrovati. Bastano un paio di foto per rimane impressionati e per innamorarsi di questo affascinante territorio, un po’ come successo a Federica.  

Federica, come siete arrivati a questa meta?

“Tutto è nato su Instagram. Stavo sfogliando alcune foto di Nico Favresse e Sean Villanueva, grande fonte di ispirazione, quando mi sono imbattuta in una foto della Groenlandia. Qualche anno fa avevano realizzato un viaggio in barca a vela lungo la costa, ma non sono stati nella zona in cui siamo andati noi. Comunque, da queste loro immagini ho iniziato a fare una ricerca seguendo gli hashtag presenti sotto la foto e sono arrivata fino al fiordo di Tasermiut, dove si trovano queste pareti. Tra cui le due più importanti sono quelle del Nalumasortoq e del Ulamertorsuaq.”

Poi?

“Quando ho visto queste montagne, le pareti, il luogo, ho pensato ‘che posto meraviglioso’. Così ho iniziato a informarmi sulla logistica, su come arrivare e sui costi.”

Come avete recuperato informazioni sulla montagna e sulle vie?

“Sempre attraverso i social. (ride) Attraverso altre foto trovate su Instagram sono arrivata a un ragazzo, una guida trekking locale, che pubblica spesso foto dalla zona. Ho deciso di scrivergli, chiedendo informazioni e ha subito iniziato ad aiutarmi dandomi informazioni sulla logistica di base, contatti utili e poi inviandomi tutta una serie di documenti. Relazioni, introvabili se non lì, dei climber che si sono cimentati sulle montagne aprendo nuove vie.”

Si potrebbe quindi parlare di esplorazione?

“Non se possa essere esplorazione, è comunque una zona in cui sono state aperte tante vie. Tutta la parete ovest del Nalumasortoq è piena di vie, hanno iniziato ad aprire negli anni Ottanta. Oggi però sono in condizioni pietose e molte non sono mai state ripetute. Noi, prima di dedicarci al nostro progetto, abbiamo ripetuto una delle vie più battute, chiamata British Route, che viene salita almeno una volta l’anno. Sembrava però di scalare su una via appena aperta qui in Italia.”

La vostra via invece?

“Quando ci siamo trovati davanti al Nalumasortoq pensavamo che non si potesse fare nulla poi, addentrandoci oltre nella valle, abbiamo individuato questa parete nascosta (che fa sempre parte del complesso del Nalumasortoq). La gente del posto ci ha spiegato che in quella zona la meteo era molto instabile e la roccia era spesso bagnata, ragione per cui fino a oggi la parete è rimasta intonsa. I cambiamenti climatici poi, con l’aumentare della temperatura, hanno asciugato la parete rendendola scalabile anche dove si vedono le macchie nere lasciate dall’acqua. Si capisce che c’era, la roccia è da pulire, ma si sale.”

Come l’avete scovata la parete?

“Durante una sgambata con un ragazzo svedese che si trovava con noi al campo base. Era curioso di vedere la parete nord di quello che chiamano Alf Dome, per la somiglianza con il monolite californiano. Arrivati mi si è aperta un’altra prospettiva sulla parete sud del Nalumasortoq. Impossibile che non ci fossero vie, ho pensato. Soprattutto: impossibile che la via di salita intravista da me non fosse già tracciata.”

Quindi?

“Quindi, una volta rientrati al campo base, ho consultato varie relazioni, articoli alpinistici e altri materiali che lo svedese aveva con se non trovando nulla su quella parete. Il giorno dopo io ed Edoardo abbiamo allora iniziato a portare del materiale sotto la parete, allestendo un secondo campo, con l’intenzione aprire sul versante sud del Nalumasortoq.”

Quanto tempo avete impiegato?

“Due settimana da quando abbiamo montato il primo tiro a quando siamo arrivati in cima. Un periodo non continuativo perché inframezzato da diversi giorni di brutto tempo che hanno rallentato le operazioni. La speranza era poi quella di tornare per liberare la via, ma la meteo è peggiorata portando il freddo. Ci avevano avvisati che verso la metà di agosto le temperature sarebbero cambiate, nonostante questo abbiamo comunque fatto un tentativo ma faceva davvero troppo freddo. Una sofferenza scalare in quelle condizioni. Così, alcuni tiri, i più difficili, rimangono ancora da liberare.”

Hai in mente di tornare?

“Voglio assolutamente tornare, sia perché il posto è stupendo sia perché La Cura potrebbe raggiungere gradi superiori all’8b. Voglio tornare in forma solo per salire su La Cura.”

Se dovessi riassumere questa esperienza cosa ci diresti?

“È stato bello vivere in un posto selvaggio come questo, trovare questo contatto con la natura. Un periodo di pace, difficilmente riproducibile in altri luoghi. Il campo base sul mare e cinque ore di cammino dopo sei sul ghiacciaio, di fronte al Nalumasortoq. Cammini tra i rododendri, ti addentri nella valle e poi incontri questo libro aperto, questa montagna su cui ancora si può fare tanto.” [post_title] => Groenlandia, nuova via per Federica Mingolla ed Edoardo Saccaro [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => groenlandia-nuova-via-per-federica-mingolla-ed-edoardo-saccaro [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2019-09-17 19:31:43 [post_modified_gmt] => 2019-09-17 17:31:43 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => https://www.montagna.tv/?p=146277 [menu_order] => 0 [post_type] => post [post_mime_type] => [comment_count] => 1 [filter] => raw ) [3] => WP_Post Object ( [ID] => 111599 [post_author] => 3 [post_date] => 2019-09-15 06:00:01 [post_date_gmt] => 2019-09-15 04:00:01 [post_content] => In caso di emergenza sanitaria in montagna e di conseguente chiamata al numero unico 112, è importante sapere cosa dire all'operatore che risponde per poter rendere più veloce l'intervento.

Le regole del CNSAS, Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico

  1. Fornire precisi dati identificativi dell’infortunato/i (nome, cognome, età, ecc.) e, quando possibile, numero telefonico di un altro apparato mobile o fisso (es. il primo potrebbe essere occupato in caso di necessità, potrebbe avere problemi con la carica delle batterie, ecc.).
  2. Descrivere sommariamente lo scenario e la dinamica dell’incidente con precisazione dell’ora in cui è accaduto, il coinvolgimento di soggetti terzi e precisazione sul numero degli infortunati e sulle loro generiche condizioni.
  3. Descrivere il luogo ove è avvenuto l’incidente e garantire riferimenti che possano renderlo facilmente identificabile partendo dal “generale” per pervenire al “particolare” (zona, gruppo montuoso, versante, sentiero – via – ferrata, valle, canale – cengia – cresta - gola, ecc., fornendo se possibile il toponimo esatto). Fornire eventuali coordinate possibilmente in formato WGS84 ed in formato “gradi” – “minuti” – “secondi” + “quota” >> es. 46° 03’ 13,55” N – 12° 10’ 33,20” E + 387 mt.
  4. Garantire all'operatore della centrale operativa le seguenti informazioni relative al/i soggetto/i: stato di coscienza/incoscienza, difficoltà respiratorie, emorragie in atto, dolori accusati, possibili traumi ecc. Risulta fondamentale lasciarsi intervistare dall'operatore: in base alla raccolta di questi dati (triage) viene assegnato il codice di gravità e pianificata la missione di soccorso con le risorse più adatte allo scopo.
  5. Rappresentare le condizioni meteorologiche del luogo in cui è occorso l’evento e descrivere con precisione lo stato di visibilità (es. “500 metri in linea d’aria”, “copertura con nuvole persistenti sopra i 2.300/2.400 ca.”, “nebbia ad ovest”, “foschia che va e viene”, ecc.).
  6. Comunicare l’esistenza di ostacoli al volo e alla segnalazione degli elettrodotti, di teleferiche, di cavi sospesi e di ogni altro elemento che possa risultare di impedimento alla sicurezza del servizio di elisoccorso (es. presenza di molte persone in loco, presenza di materiali diversi sul terreno, ecc.).
  7. Garantire tutte le notizie utili che possono facilitare l’intervento quali: presenza di persone che hanno assistito all'incidente e se queste siano in grado di collaborare (es. personale sanitario, personale del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico - CNSAS, Guide Alpine Italiane ecc.), presenza di particolari ostacoli e/o difficoltà contingenti in relazione all'infortunato ed ai luoghi d’accesso via terra.
  8. Restare a disposizione dell’operatore e delle squadre di soccorso, mantenendo la calma e cercando di tranquillizzare l’eventuale persona ferita. Rimanere in posizione di sicurezza. Non spostare il soggetto traumatizzato anche se cosciente. Non somministrare cibi e bevande. Non somministrare medicinali.
[post_title] => Sicurezza in montagna: cosa dire quando si chiamano i soccorsi? [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => sicurezza-in-montagna-cosa-dire-quando-si-chiamano-i-soccorsi [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2019-09-17 19:32:26 [post_modified_gmt] => 2019-09-17 17:32:26 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => http://www.montagna.tv/cms/?p=111599 [menu_order] => 0 [post_type] => post [post_mime_type] => [comment_count] => 1 [filter] => raw ) [4] => WP_Post Object ( [ID] => 146508 [post_author] => 31 [post_date] => 2019-09-14 06:00:32 [post_date_gmt] => 2019-09-14 04:00:32 [post_content] => [gallery masterslider="true" auto_height="true" ids="146516,146514,146515,146517,146518,146519,146521,146522,146523,146524,146520,146525,146526"] Sulle tracce dei ghiacciai, un progetto di cui certamente avrete già sentito parlare. È l’ambizioso programma, che unisce ricerca scientifica e sensibilizzazione sul tema dei cambiamenti climatici, che sta portando avanti Fabiano Ventura. Fotografo romano, specializzato in tematiche ambientali e fotografia di paesaggio e montagna, da ormai dieci anni si sta impegnando anima e corpo in questo mastodontico lavoro di confronto fotografico che prevede l’utilizzo della tecnica Repeat Photography. L’obiettivo? Scattare fotografie dei grandi ghiacciai del Pianeta dalle stesse prospettive in cui cento o più anni fa pionieri della fotografia di montagna hanno realizzato suggestivi scatti delle masse glaciali. Un’operazione che consente di mettere a confronto come il ghiacciaio si sia evoluto nel corso di un secolo, come sia cambiato il suo aspetto, quale sia stata la perdita di massa dovuta ai cambiamenti climatici. Un progetto, come abbiamo già detto, enorme che parte nel 2009 in Karakorum e che da allora ha visto la realizzazione di cinque spedizioni fotografiche (Karakorum, Caucaso, Alaska, Ande, Himalaya), 74 fotografie comparative, 6 progetti di ricerca realizzati e 25 ghiacciai analizzati. L’ultimo tassello, per questo grande progetto di sensibilizzazione, sono le Alpi con i suoi ghiacciai sempre più colpiti dal global warming. La spedizione principale è prevista per il 2020, ma già quest’estate Fabiano si è mosso lungo le Alpi Occidentali fotografando alcune delle più significative masse glaciali alpine. Siamo andati a cercarlo per farci raccontare le prime impressioni su quest’ultima parte del lavoro.  

Fabiano, partiamo dall’inizio. La ricerca iconografica sulle Alpi è stata più facile o più difficile rispetto a quella delle precedenti spedizioni?

“Enormemente più difficile a causa della mole di materiale a disposizione. Le Alpi sono state fotografate fin da quando esiste la fotografia e non solo da fotografi professionisti. Questo vuol dire che da metà Ottocento a oggi centinai di fotografi hanno prodotto una quantità di materiale difficilmente immaginabile e certamente non paragonabile a quella disponibile per le altre catene del mondo. Luoghi più selvaggi e meno frequentati mentre per le Alpi il discorso è completamente diverso.”

Ovvero?

“Si tratta della catena più famosa al mondo, della più fotografata, della più antropizzata. Tutte caratteristiche che hanno permesso di produrre molto più materiale rispetto a quel che è oggi il database storico per catene come quella del Karakorum o delle Ande dove i fotografi presenti nei primi del ‘900 erano pochissimi. Per quanto riguarda il Sud America il primo è stato Alberto Maria De Agostini. Pionieri che per ragioni religiose o questioni familiari avevano la possibilità di affrontare viaggi di questo tipo visitando le zone remote del Pianeta.”

Cosa ti immaginavi di osservare lungo le Alpi?

“Avendo immaginato e lavorato tanto a questa spedizione un’idea me l’ero già fatta. Sapevo a cosa potevo andare incontro, avendo già fotografato molto l'arco alpino. Nel corso degli anni, mano a mano che il progetto ‘Sulle tracce dei ghiacciai’ cresceva, ho iniziato a maturare la necessità di comunicare a un grande pubblico quelli che sono i cambiamenti climatici grazie alla tecnica del Repeat Photography. Una pratica che non ho inventato io, ma che viene comunemente utilizzata dai glaciologi in modo forse molto più approssimativo rispetto alla tecnica da me ideata.” [gallery masterslider="true" auto_height="true" ids="146527,146528,146529,146530,146531,146532,146533,146534,146535,146536,146537,146538,146539,146541,146542"]

Cosa intendi?

“Io ho voluto implementare la tecnica fotografica a livello scientifico effettuando un approfondito studio sulle lastre e sugli obiettivi utilizzati dai primi fotografi e cercando di riprodurli per poi ottenere le stesse distorsioni e ottenere così una sovrapposizione punto punto dell’immagine moderna con quella storica in modo molto preciso. I glaciologi utilizzano il metodo di confronto in modo molto più approssimativo. Non vanno alla ricerca dell’esatto punto geografico in cui cento o più anni fa si è posizionato il fotografo con la sua attrezzatura, come invece faccio io.”

Ci sei riuscito anche sulle Alpi?

“Si, sono riuscito a scattare molte foto di confronto soprattutto con quelle dell’etnologo valdostano Jules Brocherel, appartenenti all’archivio della Regione Valle d’Aosta. Ho effettuato numerosi scatti dal Monte Rosa alla Val Ferret, sul massiccio del Monte Bianco. Ho ripetuto molte immagini di Vittorio Sella e Alfredo Corti. Corti, bravissimo fotografo, alpinista e professore universitario valtellinese che ha prodotto molto materiale sulla sua valle, un archivio conservato e valorizzato dalla sezione Cai valtellinese.”

Quali sono state le più significative fotografie che hai ripetuto?

“C’è stata un grossa perdita di massa glaciale, soprattutto delle fronti. Grossi arretramenti e veri e propri collassi. Tutte condizioni che mi aspettavo dopo essere stato in Caucaso, catena montuosa molto simile: con ghiacciai vallivi, che arrivano spesso in bassa quota. Il riscaldamento globale ha inciso molto su queste zone dei ghiacciai portandole alla loro scomparsa. Quelle che un tempo erano valli glaciali adesso sono valli detritiche dove stanno crescendo larici e arbusti.”

Qualche esempio?

“Il ghiacciaio dei Forni, in alta Valtellina. Ma anche la Pré de Bar sul Monte Bianco, una calotta glaciale che a fine Ottocento occupava tutta la valle e di cui oggi non rimane quasi più nulla. La lingua glaciale si trova incastonata in mezzo alla roccia, circa 500 metri più alto rispetto a un tempo. Caratteristica questa che non è isolata ma comune a tutti i ghiacciai a sud del Monte Bianco.”

A livello di antropizzazione invece, hai riscontrato grossi cambiamenti?

“Enormi cambiamenti visibili in quasi tutte le zone visitate, soprattutto sul monte Bianco. Negli ultimi cento anni si è assistito a uno sconvolgimento dal punto di vista paesaggistico, basti pensare alla realizzazione del traforo del Monte Bianco negli anni Sessanta. La zona è completamente cambiata: al tempo, quando Vittorio Sella li fotografò, quei ghiacciai erano raggiungibili con giorni e giorni di cammino. A noi oggi è stato sufficiente un pomeriggio per ripetere le stesse fotografie.” https://vimeo.com/356128594

Cosa ti aspetti per l’anno prossimo?

“Innanzitutto sono curioso di visitare i tanti archivi presenti in Svizzera, Valle d’Aosta, Francia, Londra dove si trovano la Royal Geographical Society e l’Alpine Club. Ma oltre a questi anche altri dove poter recuperare molto materiale storico su cui lavorare. Durante questa pre-spedizione ho ripetuto più di 30 foto storiche, per la prossima estate conto di poterne ripetere più di 100 lungo tutto l’arco alpino.”

Eri da solo o hai avuto dei compagni in questo pre-viaggio alpino?

Le spedizioni di questo progetto vengono realizzate sempre in team con il coinvolgimento di miei colleghi, filmaker, glacologi. In occasione della pre-spedizione 'Alpi 2020' mi hanno accompagnato i filmaker Federico Santini e Matteo Pavana, Riccardo Scotti e Marco Manni, entrambi fanno parte del Servizio Glaciologico Lombardo. Riccardo è un glaciologo che ha già partecipato alle passate spedizioni in Caucaso e in Alaska.

Toglici ancora una curiosità. Sappiamo che stai per inaugurare la mostra del progetto “Sulle tracce dei ghiacciai”. È vero?

“Si, inaugurerà proprio questa sera presso i Musei Civici di Bassano del Grappa la mostra fotografica che espone i risultati delle passate spedizioni con le fotografie di confronto dal Karakorum, Caucaso, Alaska, Ande e Himalaya. Scatti simbolici che testimoniano in modo inequivocabile gli effetti dei cambiamenti climatici. La mostra sarà visitabile per cinque mesi, fino al 17 febbraio 2020”. [post_title] => Fabiano Ventura sulle tracce dei ghiacciai, alpini [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => fabiano-ventura-sulle-tracce-dei-ghiacciai-alpini [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2019-09-17 19:33:23 [post_modified_gmt] => 2019-09-17 17:33:23 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => https://www.montagna.tv/?p=146508 [menu_order] => 0 [post_type] => post [post_mime_type] => [comment_count] => 17 [filter] => raw ) )