• Il primo sito italiano sul mondo della montagna e dell'alpinismo
Array
(
    [0] => WP_Post Object
        (
            [ID] => 150378
            [post_author] => 31
            [post_date] => 2019-11-17 06:00:28
            [post_date_gmt] => 2019-11-17 05:00:28
            [post_content] => “A casa, dall’altra parte del mondo” è il titolo dell’ultimo capitolo de “La via meno battuta” (Rizzoli, 2019), libro autobiografico di Matteo Della Bordella. L’altra parte del mondo per lui è la Patagonia, terra di montagne non altissime ma dalle difficoltà estreme.

[gallery masterslider="true" auto_height="true" ids="150384,150380,150379,150381,150382,150383"]

Non stiamo parlando solo di gradi, ma anche di condizioni. Scalare in Patagonia è qualcosa di diverso dal farlo in Pakistan o Nepal, qui gli spazi sono diversi e le condizioni climatiche spesso sono estreme con venti che superano facilmente i 100 chilometri orari. La Patagonia è però quella terra di cui ti innamori, di cui ti appassioni e dove vuoi tornare per trascorrerci quanto più tempo possibile, per portare a termine esplorazioni alpinistiche, tracciare nuove vie, disegnare nuovi percorsi, lasciare una labile traccia del proprio passaggio.

Per Matteo è stato così, di vie nuove sulle montagne del Sud America ne ha già aperte, ha anche salito cime inviolate, il desiderio esplorativo continua però a spingerlo verso nuovi ambiziosi progetti. Come ha rivelato lo scorso 14 novembre, durante la presentazione del suo libro al Museo Montagna di Torino, nei suoi piani c’è il desiderio di ritornare in Patagonia già il prossimo febbraio per riprovare, insieme a Matteo Pasquetto e Matteo Bernasconi, la salita del “diedro degli inglesi” sulla est del Torre. “Ovviamente per ora è un’idea, non abbiamo ancora nemmeno comprato i biglietti aerei” e, si sa, prendere il biglietto è il passo chiave di tutta l’organizzazione di una spedizione.

Il primo tentativo

In attesa di sapere se per davvero i tre Matteo prenderanno il volo per la Patagonia ripercorriamo quello che è stato fatto durante l’ultima estate patagonica. Intanto il nome, “diedro degli inglesi” deriva da chi per la prima volta si è mosso lunga questa affascinante e verticale linea. Sono stati infatti gli inglesi Philip Burke e Tom Proctor i primi a tentare la linea tra il novembre del 1979 e il gennaio 1980, decidendo però di interrompere la salita a meno di quaranta metri dalla cresta ovest. Della Bordella ha ripreso in mano questo progetto, innamorandosene. Il primo tentativo, portato avanti da Della Bordella e Pasquetto, è stato decisamente complicato, soprattutto a causa delle condizioni meteo che hanno reso molto difficile la prima parte della spedizione. Verso fine gennaio poi una lunga finestra di bel tempo ha permesso ai due di muoversi agevolmente raggiungendo in fretta la base del diedro. Qualche ora di riposo per poi iniziare a salire lungo questo “mega camino, sempre verticale, con pareti avare di appigli e appoggi. Una scalata grezza e faticosa su roccia talvolta compatta, talvolta friabile”. Avanti così fino al 4 febbraio 2019, quando la finestra di bel tempo si chiude interrompendo i giochi ad appena 80 metri dalla fine dell’enorme diedro. Si tratta di una scalata difficile, ma che entusiasma i due. Di una salita estrema, di un gioco tra equilibrio e resistenza, anche mentale.Non bisogna aver fretta, il nostro è un progettone e non si concederà facilmente. Magari saranno necessari anni prima che diventi realtà, ma ce la metteremo tutta”. [post_title] => Matteo Della Bordella: “Il diedro degli inglesi al Torre è il progetto del momento” [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => matteo-della-bordella-il-diedro-degli-inglesi-al-torre-e-il-progetto-del-momento [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2019-11-17 17:44:52 [post_modified_gmt] => 2019-11-17 16:44:52 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => https://www.montagna.tv/?p=150378 [menu_order] => 0 [post_type] => post [post_mime_type] => [comment_count] => 0 [filter] => raw ) [1] => WP_Post Object ( [ID] => 150243 [post_author] => 36 [post_date] => 2019-11-16 06:00:17 [post_date_gmt] => 2019-11-16 05:00:17 [post_content] => [gallery masterslider="true" auto_height="true" ids="150245,150244"] Il 24 ottobre scorso la giovane promessa dell’alpinismo tedesco Jost Kobusch ha realizzato la prima ascesa della vetta nepalese dell’Amotsang (6.393 m), in solitaria. L’annuncio, arrivato qualche giorno dopo attraverso un post apparso sul suo profilo Instagram, non conteneva molti dettagli, fatta eccezione per la tempistica dell’arrivo in vetta, sul calare del giorno, con necessità di godersi il panorama giusto un istante e poi iniziare la discesa. Finalmente Jost ha trovato negli scorsi giorni tempo per dettagliare meglio questa sua impresa, preparatoria alla ben più impegnativa salita in solitaria dell’Everest, lungo l’Hornbein couloir, in programma per il prossimo inverno.

Amotsang: il racconto in due puntate

Sull’Amotsang ho campeggiato il primo giorno proprio sulla sponda di un fiume a 4.600 m di quota. Quando parlo di ‘campo’ non dovete immaginare un campo base con altra gente, Sherpa, cuochi. C’erano solo la tenda, il cibo e il piccolo Jost immerso nella natura”. Inizia con una immagine simpatica, a tratti tenera, il racconto della salita, diviso in due puntate su Instagram. “A proposito del fiume, in realtà è un torrente. I movimenti delle pietre nel letto del fiume sono risultate quasi di disturbo. Diciamo che la nottata è trascorsa abbastanza tranquilla. Il mattino successivo sono partito per realizzare il mio piano: risalire la valle del fiume fino a raggiungere la parete di Sud-Ovest. Ci è voluto poco a scoprire una enorme roccia a strapiombo da cui cadeva una cascata. Non avevo idea della presenza di tale cascata. Dopo aver valutato bene i rischi, ho capito che non avrei mai potuto arrampicarmi lassù da solo né scendere. Questo è il bello di una prima ascesa. Non è quasi MAI possibile pianificare”Era necessario un secondo piano. La cascata era alimentata da un fiume che giungeva da Est. Per raggiungere la vetta ho iniziato a risalire lungo tale fiume. Dopo altre 2 notti nel campo, sono partito per arrampicare sulla parete Est. Ben presto ho scoperto la fregatura. I primi 50 metri della Est erano rappresentati da un masso gigantesco. Senza un compagno di cordata non avrei avuto possibilità di salita. E allora ho dovuto cercare un’altra via". "In momenti come questo, tocca giocare di istinto e esperienza. Ho guardato bene le mie opzioni, ho letto la montagna e le sue vie. Ho capito che la cresta Sud sarebbe risultata l’opzione migliore. Mi ha anche riservato delle simpatiche sorprese. L’ascesa si è protratta. Per un giorno o due ho anche sofferto per una indigestione leggera, motivo per cui sono arrivato in vetta quasi KO. Me l’aspettavo più facile. Ma che ci vuoi fare con le cose semplici, le cose semplici sono noiose, o no?”. [post_title] => Verso la solitaria invernale all'Everest: Jost Kobusch e l’Amotsang: “Le cose semplici sono noiose” [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => verso-la-solitaria-invernale-alleverest-jost-kobusch-e-lamotsang-le-cose-semplici-sono-noiose [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2019-11-15 20:34:15 [post_modified_gmt] => 2019-11-15 19:34:15 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => https://www.montagna.tv/?p=150243 [menu_order] => 0 [post_type] => post [post_mime_type] => [comment_count] => 1 [filter] => raw ) [2] => WP_Post Object ( [ID] => 150234 [post_author] => 3 [post_date] => 2019-11-15 13:21:29 [post_date_gmt] => 2019-11-15 12:21:29 [post_content] => Nevica su gran parte dell’arco alpino. In Piemonte e Valle d’Aosta gli accumuli di fresca in quota sono di 60/80cm, fino a un metro nelle valli di confine. Anche nel settore retico e dolomitico non smette di nevicare con la quota neve attorno ai 1000m; più alta (1400/1700m) sulle Prealpi grazie al vento di Scirocco. [gallery masterslider="true" auto_height="true" ids="150241,150238,150239,150236,150235"] A causa del terreno non ancora gelato, gli alberi non hanno retto il peso della neve. Si segnalano pertanto diversi disagi, che si sommano a quelli di metà settimana in Alto Adige, sulle Alpi occidentali, dove diverse strade sono interrotte. Problemi anche alla linea elettrica in molte zone.

Previsioni di oggi e weekend

Nella giornata odierna, le precipitazioni caleranno di intensità nel settore occidentale, aumentando però su Trentino, Alto Adige, Dolomiti venete e friulane con abbondanti nevicate oltre i 600m sui confini alto atesini, 1000m altrove, fino a 1400m su Carnia e Giulia dove sono attesi anche forti temporali. Limite neve in rialzo a 1000/1200m in serata anche sul Trentino. In serata è atteso un nuovo intensificamento, con quota neve a 1000m, sulle Alpi lombarde e occidentali. La neve non dovrebbe mollare la presa nemmeno nel weekend.

Pericolo valanghe

Le precipitazioni di questi questi giorni stanno creando un manto nevoso poco consolidato con accumuli di neve ventata e lastroni. In diverse Regioni il pericolo valanghe è oggi fissato sul grado 4, forte. Questo significa che sono possibili distacchi valanghiferi spontanei o favoriti da lievi solleciti, come il passaggio di un singolo escursionista o sciatore. Si raccomanda quindi di consultare i bollettini meteo e valanghe locali prima di intraprendere qualsiasi attività. Per l’Italia si consiglia AINEVA o Meteomont, per la Svizzera quello del SLF. “Sebbene il fascino del paesaggio solleciti l’attività escursionistica, per apprezzarne l’incanto bisogna ricordare che il manto nevoso può presentare numerose criticità, richiede un’analisi attenta e una oculata preparazione delle escursioni. Per muoversi in sicurezza in un ambiente invernale bisogna avere il giusto equipaggiamento e una preparazione adeguata, in particolare occorre avere con sé e anche sapere utilizzare i dispositivi di soccorso Artva, pala e sondascrive in una nota il CNSAS lombardo. A tal proposito, ricordiamo che non solo gli sciatori che praticano fuoripista (freeride o scialpinismo) devono avere con sé un equipaggiamento di sicurezza, ma anche chi pratica attività escursionistica su neve. La raccomandazione è di andare in montagna con prudenza e buon senso. [post_title] => Nevicate, allerta valanghe su tutte le Alpi [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => nevicate-allerta-valanghe-su-tutte-le-alpi [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2019-11-15 13:22:23 [post_modified_gmt] => 2019-11-15 12:22:23 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => https://www.montagna.tv/?p=150234 [menu_order] => 0 [post_type] => post [post_mime_type] => [comment_count] => 1 [filter] => raw ) [3] => WP_Post Object ( [ID] => 150123 [post_author] => 36 [post_date] => 2019-11-14 06:00:38 [post_date_gmt] => 2019-11-14 05:00:38 [post_content] => Il 30 ottobre è arrivata dal 90esimo parallelo la notizia che Mike Horn e Borge Ousland avessero toccato il Polo Nord. Un traguardo, o punto intermedio sarebbe meglio dire, della loro traversata artica intrapresa circa 2 mesi fa, festeggiato con una torta speciale al rum resistente alle basse, estreme temperature. [gallery masterslider="true" auto_height="true" ids="150152,150153,150154,150155,150156"]   “Con il Polo alle nostre spalle, siamo ora focalizzati sul nostro nuovo obiettivo: andare più a sud possibile con il cibo che resta”. Tutto è bene quel che finisce bene, così raccontano le favole. Ma la realtà, soprattutto quando ci si spinge al limite umano come i due esploratori, è ben altra cosa.

Prigionieri del Polo

“La notte che siamo arrivati al Polo, il vento ha iniziato ad aumentare e ci siamo ritrovati in una tormenta di neve” – scrive poche ore dopo aver gustato la torta polare Mike Horn, mostrando la tenda sommersa dalla neve nel buio della notte perenne. Lo strato di neve fresca ha coperto le acque gelate dell’Artico, rendendo ancor più complesso avanzare in sicurezza. La seconda parte della traversata, dal Polo verso Sud, in direzione della Norvegia, dove i due verranno recuperati dalla nave Pangaea, è iniziata, potremmo dire, con l’acqua alle ginocchia. Più volte sia Mike che Borge si sono ritrovati zuppi di acqua gelida. Una situazione non facile da affrontare. Inimmaginabile per le nostre latitudini. L’acqua attraversa i tessuti e “a temperature di meno 30 gradi tutto congela in pochi secondi”. Bisogna “prendere della neve secca e coprire stivali e gambe per consentirle di assorbire parte dell’umidità”, spiega Mike. “E poi mettersi a camminare per non perdere troppo calore prima di raggiungere la tenda”. Affondare nell’acqua gelata non è l’unico problema che si trovano quotidianamente ad affrontare. “I giorni sono ormai completamente bui a causa delle nubi, il che peggiora la visibilità”. Anche la deriva verso Sud-Ovest resta significativa. “Ci tocca camminare verso Sud-Est per essere certi di dirigerci verso Spitzbergen, in Norvegia, dove ci attende la Pangaea”. Dopo un primo mese in cui ci hanno insegnato l’importanza di fiducia, tenacia e perseveranza, Mike e Borge iniziano a sembrare giustamente stanchi. Fisicamente ma anche mentalmente. “Arrivare al Polo era una simile sfida che parte di noi sperava che le cose dopo sarebbero state più facili, ma ci sbagliavamo”, si legge nell’aggiornamento numero 24 della spedizione, pochi giorni dopo aver lasciato il 90esimo parallelo. “Sembra che il Polo non voglia lasciarci andare!”.

Condizioni inaspettate

“Sarò anche ripetitivo ma non ci aspettavamo simili condizioni così a Nord”, prosegue Horn, riprendendo il discorso dei cambiamenti climatici già più volte affrontato avanzando verso il Polo. “Un tempo conoscevamo questa regione come il dorso delle nostre mani ma ora che le cose stanno cambiando, siamo come stranieri su un campo da gioco”. Cosa fare quando tutto rema contro e sei nel punto più estremo del mondo? Andare avanti. Non c’è alternativa. “Nulla potrà rallentarci o scoraggiarci!”. Chilometro dopo chilometro la loro traversata nel buio procede. Le scorte di cibo iniziano a ridursi e diventano un pensiero fisso quotidiano. Horn spende parecchio del tempo dedicato giornalmente alla scrittura nella descrizione, ad esempio, della composizione della colazione (fiocchi d’avena, semi di girasole, zucchero di canna e latte in polvere), il pasto più importante della giornata. Calcola le calorie, il quantitativo di carburante necessario per sciogliere l’acqua necessaria a preparare ogni porzione. Si dilunga in descrizioni che a noi che siamo al caldo possono quasi sembrare ridondanti. La verità è che il cervello non si ferma mai quando sei in simili ambienti, che poi è forse uno dei motivi per cui ci si sente così esausti la sera”. In una continua alternanza di forza di volontà e voglia di abbandono, Mike salta dall’esaltare la potenza della mente, in grado di convertire le difficoltà in stimoli, al postare una immagine totalmente nera “per farvi sentire nei nostri panni per una volta”.

Una doccia non sarebbe male

Dall’avventura quasi mistica cui ci aveva abituati nelle prime settimane, stiamo diventando, attraverso i suoi aggiornamenti certosini, testimoni delle quotidiane difficoltà che forse non immaginiamo si celino dietro il termine tecnico di “traversata artica”. Ne è un esempio la condivisione dell’immagine di Borge intento a tagliare un’unghia incarnita. Un problema frequente, che capita almeno ogni 10 giorni, “poiché i nostri piedi sono sempre compressi nelle scarpe”. E ancora, ci pensate a cosa possa significare non lavarsi per 50 giorni e indossare i medesimi vestiti per tutto il tempo? “Per fortuna la regione fredda e pulita in cui ci troviamo ci consente di non sporcarci alla velocità di una regione tropicale ma, come potete immaginare, una doccia non sarebbe male!"

Poco cibo e meteo avverso

Restano una trentina di razioni di cibo ai due esploratori e “un’ampia distanza ancora da coprire”. Secondo le previsioni, i venti dovrebbero essere a loro favore nei prossimi giorni ma il meteo, come sottolinea Mike, resta sempre la maggiore incognita. "Abbiamo beccato del tempo pessimo che ha reso la nostra spedizione una sfida. Ma non possiamo cambiarlo, possiamo semplicemente imparare a convivere con esso e adattarci. Così in fondo è la vita, dobbiamo tutti affrontare eventi ineluttabili ogni giorno. L'unica cosa che possiamo cambiare è noi stessi e il modo di affrontare tali eventi!". Non resta che augurare loro di continuare ad essere tenaci, in attesa di un nuovo festeggiamento, stavolta a bordo della Pangaea. [post_title] => Mike Horn: "Sembra che il Polo non voglia lasciarci andare" [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => mike-horn-sembra-che-il-polo-non-voglia-lasciarci-andare [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2019-11-14 06:26:01 [post_modified_gmt] => 2019-11-14 05:26:01 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => https://www.montagna.tv/?p=150123 [menu_order] => 0 [post_type] => post [post_mime_type] => [comment_count] => 0 [filter] => raw ) [4] => WP_Post Object ( [ID] => 150056 [post_author] => 3 [post_date] => 2019-11-13 06:00:59 [post_date_gmt] => 2019-11-13 05:00:59 [post_content] => Se sugli Ottomila l’autunno si è rivelato ostile con poche eccezioni, il Dipartimento del Turismo del Nepal ritiene la stagione appena trascorsa una delle migliori a quota seimila. Sono state ben 5 le vette vergini che hanno visto negli scorsi mesi una prima ascesa:
  • Pangpoche I (6.620m)
  • Pangpoche II (6.504m)
  • Hunku Chuli (6.833m)
  • Hongu (6.764m)
  • Linku Chuli (6.659m)
Secondo i documenti diffusi dal Dipartimento, il Pangpoche I ha visto salire in vetta due team per un totale di 8 alpinisti. Seimila che non si è invece lasciato conquistare agli inizi di ottobre dal team italiano composto da François Cazzanelli, Marco Camandona, Andreas Steindl, Francesco Ratti e Emrik Favre. Troppo intense le nevicate che hanno reso instabile la possibile via di salita, costringendo gli alpinisti al ritiro. Tre i climber saliti sul Pangpoche II, due sullo Hunku Chuli. L’Hongu, anche noto come Sura Peak, è stato oggetto di una salita vittoriosa in solitaria. La vetta del Linku Chuli è stata toccata lo scorso 28 ottobre da 5 alpinisti, di cui 4 donne: la nepalese Kanchhi Maya Tamang, Margaritta Lucia Silvestre dal Perù, la cinese Yin Hung Tsang e Ma Soledad Castro Serrano dal Messico. Una salita vincente che rappresenta il primo step di un progetto più ampio al femminile che prenderà il via la prossima primavera: 14 donne, da 14 Paesi diversi pronte a salire tutti i 14 Ottomila.

L'alpinismo come volano economico per il Nepal

“I successi di queste cinque salite hanno mandato un messaggio al mondo – commenta in una intervista rilasciata all’Himalayan Times Mira Acharya, ufficiale della Divisione Alpinismo del Dipartimeento del Turismo - “Ciò giocherà un importante ruolo nello sviluppo del settore alpinistico del Paese”. Le suddette ascese non hanno comportato solo lustro per il Nepal, ma anche una relativa entrata economica. Secondo i report, attraverso le royalties delle spedizioni sui Seimila il Dipartimento ha guadagnato un totale di 640 milioni di rupie, ovvero sui 5 milioni di euro. Ampliando il conteggio a tutti i picchi che hanno visto impegnate la scorsa stagione squadre di alpinisti (52), arriviamo a 1.191 climber afferenti a 161 team provenienti da 62 Paesi del mondo. Numeri che innescano un giro economico non da poco per il Paese.

Affollamento su Ama Dablam e Manaslu

La vetta più ambita si è rivelata essere l’Ama Dablam (6.814 m) – sulle cui pendici è al momento impegnato come guida Nirmal Purja. Sono stati ben 329 gli alpinisti che hanno richiesto permessi di salita la scorsa stagione. Una cifra da record. Gli oltre 300 permessi hanno portato nelle casse statali 146 milioni di rupie (circa 1 milione di euro). A seguire troviamo  il Manaslu (8.163 m), con 264 permessi di salita concessi a 27 team, con introito economico per il Dipartimento pari a 270 milioni di rupie (2 milioni di euro ca.). Terzo posto nella classifica dell’affollamento himalayano è occupato dall’Himlung Himal (7.126 m), con 95 permessi e 3 milioni di rupie in entrata (23 mila euro ca.). Quarta posizione per il Dhampus Peak (6.012 m) con 84 permessi per 424.081 rupie (3.000 euro ca.). In totale, con riferimento ai permessi di salita sugli Ottomila, il Dipartimento ha guadagnato 800 euro a persona. A quote inferiori, tra i 7.501 e i 7.999 m, l’entrata pro-capite è stata pari a circa 300 euro. Cifra che scende a 250 euro circa a una quota compresa tra i 7.000 e i 7.500 metri. 200 euro ca. tra i 6.501 e i 6.999 m. Per l’Ama Dablam non vale la regola della quota. Nonostante i suoi quasi 7.000 m la spesa a persona è sui 400 euro. L’alpinismo in Nepal si mostra sempre più come un volano economico, con pro e contro che necessiterebbero di approfondimenti a latere. Si comprende pertanto la scelta del Governo di aprire negli anni agli alpinisti 414 picchi, di cui 92 risultano ancora vergini. [post_title] => Autunno da record sui seimila himalayani. Cinque nuove salite e un consistente giro economico [post_excerpt] => [post_status] => publish [comment_status] => open [ping_status] => open [post_password] => [post_name] => autunno-da-record-sui-seimila-himalayani-cinque-nuove-salite-e-un-consistente-giro-economico [to_ping] => [pinged] => [post_modified] => 2019-11-12 19:41:30 [post_modified_gmt] => 2019-11-12 18:41:30 [post_content_filtered] => [post_parent] => 0 [guid] => https://www.montagna.tv/?p=150056 [menu_order] => 0 [post_type] => post [post_mime_type] => [comment_count] => 1 [filter] => raw ) )

Seguici sui social!

MTV NEWS NETWORK

PMNprova3
NMNprova
MTVPROVA1