Gente di montagna

Krzysztof Wielicki

“Avevamo sete di scrivere la storia, di fare qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima”
Krzysztof Wielicki

Krzysztof al campo base dopo aver raggiunto la vetta del K2 in inverno. Foto K. Wielicki
Krzysztof al campo base dopo aver raggiunto la vetta dell’Everest in inverno. Foto archivio K. Wielicki

Insignito nel settembre 2019 del Piolet d’Or alla Carriera Krzysztof Wielicki è una leggenda vivente dell’himalaysmo invernale. Uomo di primati è stato in assoluto il primo uomo al mondo, insieme a Leszek Cichy, a mettere piede su un Ottomila in inverno: l’Everest, nel 1980. In totale ne ha saliti tre in prima assoluta invernale, tra cui il Lhotse in solitaria. Nel 1996, con la salita del Nanga Parbat, Wielicki è divenuto il quinto uomo a completare la collezione dei 14 Ottomila.

Innamorato delle vita Krzysztof è stato compagno di cordata del forte Jerzy Kukuczka ed è uno degli ultimi rappresentanti delle grande generazione alpinistica polacca. Figlio di un’altra epoca il suo bagaglio di esperienze invernali è oggi un valore da trasmettere ai giovani e promettenti alpinisti che Krzysztof guida, come capospedizione, nell’ultima grande sfida himalayana: scalare il K2 in inverno.

La vita

Nato il 5 gennaio 1950 a Szklarka Przygodzicka, un piccolo villaggio nel Sud Ovest della Polonia, la sua infanzia corre tranquilla e a stretto contatto con la natura. Figlio del direttore della locale scuola ha una vita agiata rispetto ai suoi coetanei impegnati tutto il giorno nei lavori della campagna. Una vera fortuna per un figlio dell’Europa dell’Est. Oltre il Muro non è arrivato il Piano Marshall e la Polonia socialista stenta a risollevare la propria economia dopo i duri anni di guerra.

Il primo contatto con la montagna Wielicki ce l’ha nel corso dell’adolescenza sulle falesie di Sokoliki, nel sud della Polonia. Qui impara i primi rudimenti, si cimenta con le manovre di corda e si abitua a muoversi su terreni difficili. Nel giro di poco tempo il ragazzo dimostra di avere qualcosa in più, di essere capace in scalate difficili e tecniche.

Ad appassionarlo più di ogni altra cosa sono le scalate invernali in cui a contare davvero, oltre al livello tecnico, è la capacità d’improvvisazione per riuscire a tirarsi fuori da situazioni che potrebbero apparire disperate. “Andavamo a scalare con un’attrezzatura che non ha nulla a che vedere con le comodità di oggi” racconta Krzysztof Wielicki ricordando quei poveri inverni trascorsi sui Tatra. Abbigliamento improvvisato reso impermeabile cucendovi all’interno fogli di plastica. Un metodo per nulla funzionale dato che il tessuto finiva per inzupparsi ugualmente diventando un pesantissimo scafandro da trascinare faticosamente su per le montagne.

Sui Tatra, montagne basse ma dalle condizioni estreme durante la stagione invernale, Wielicki e i suoi compagni imparano a soffrire. Le salite sono organizzate dal club alpino polacco, un’associazione fondamentale per i giovani scalatori polacchi. È grazie al club se Krzysztof può dedicarsi anima e corpo all’alpinismo, oltre ad avere l’opportunità di uscire dalla nazione. Gli alpinisti sono infatti tra i pochi ad avere il passaporto. Certo, non possono andare dove vogliono, ogni uscita deve essere autorizzata dal governo. Lui e i suoi compagni hanno però occasione di a scalare sulle Alpi e nel Caucaso potendosi così confrontare con la realtà occidentale, migliorandosi, testando prodotti per loro lontani anni luce.

Per molti anni l’alpinismo è solo passione, svago dai ritmi del lavoro, almeno fino a dopo la prima salita invernale dell’Everest. Dopo essere rientrato da questa esperienza Wielicki decide di lasciare il suo posto come responsabile del laboratorio di sistemi informatizzati presso la fabbrica di automobili di Tychy per unirsi al Club d’Alta Montagna di Katowice con cui inizia a fare lavori su fune. Verniciano le ciminiere delle fabbriche poi, con i soldi racimolati partono in spedizione. “Per legge solo una piccola parte dei proventi derivanti dai nostri lavori in quota poteva essere destinata a noi e al mantenimento delle famiglie” ma questo non scoraggi i ragazzi. La vita in quegli anni costa poco e vendendo qualcosa durante una spedizione ci si procura il necessario per vivere un mese in patria.

Gli Ottomila

Il curriculum himalayano di Krzysztof Wielicki è incredibile. Dopo le prime esperienze dove l’aria si fa rarefatta non si è più fermato raggiungendo la vetta di tutti e quattordici gli Ottomila nell’arco di sedici anni, in alcune salite impiegando le bombole d’ossigeno. Tra questi Everest, Kangchenjunga e Lhotse li ha saliti in prima assoluta invernale ma, non è finita. Quando nell’inverno del 1988 affronta il Lhotse lo fa in solitaria da campo 3 e, soprattutto, senza utilizzare ossigeno supplementare.

L’alpinismo di Wielicki non è fatto di sole invernali, durante la bella stagione il suo spirito esplorativo l’ha più volte spinto alla ricerca di nuove vie sui grandi colossi de Pianeta. Nel 1984 scala il Broad Peak nel tempo record di 22 ore tra salita e discesa. Sul Dhaulagiri, nell’aprile 1990, apre una nuova via in solitaria sulla parete est impiegando appena 16 ore per andare dal campo base alla vetta. Nel settembre 1993 è invece sul Cho Oyu dove apre un nuovo tracciato sul pilastro ovest insieme a Marco Bianchi; un mese dopo lo troviamo sullo Shispa Pangma dove, in solitaria, apre una nuova via sulla parete sud.

In alcune delle spedizioni sopra citate Krzysztof ha svolto anche il ruolo di capospedizione, incarico che riveste ancora oggi come coordinatore della spedizione nazionale polacca al K2 invernale. Le spedizioni guidate da lui non hanno mai riportato conseguenze tragiche tranne che nel 2013 quando ha condotto la spedizione invernale al Broad Peak. Gli alpinisti sono riusciti a raggiungere la vetta della montagna ma, durante la discesa, Maciej Berbeka e Tomasz Kowalski non hanno fatto ritorno al campo base.

L’Everest, il primo Ottomila salito in inverno

È una lettera essenziale a informare Krzysztof della sua partecipazione alla National Expedition del 1980 diretta da Andrzej Zawada. Un invito inaspettato che il ragazzo non si fa scappare. “Mi sentivo di rappresentare la mia nazione” spiega. “Era il momento dei polacchi, l’occasione per distinguerci e far sapere al mondo di cosa eravamo capaci. Fino a quel momento non avevamo avuto l’opportunità”. Krzysztof è orgoglio di essere parte di una spedizione nazionale ma sa anche bene di dover rimanere al suo posto: è il più giovane del gruppo e la maggior parte degli scalatori partecipanti hanno un’esperienza di molto maggiore rispetto alla sua. “Non avrei mai immaginato di essere io, insieme a Leszek, a toccare la vetta”. Invece così è stato: il 17 febbraio 1980 due alpinisti polacchi hanno scritto la prima pagina di quella che sarebbe diventata una storia epica. Hanno dato lustro a una nazione bisognosa di successo e rivincita. “Mentre noi eravamo impegnati sull’Everest, a casa i giornali seguivano passo dopo passo la nostra salita. Il Paese era in fibrillazione e aspettava di vederci in vetta come si attende un gol durante la finale del mondiale di calcio”.

Curiosità

Nel 2004 è stato incaricato di presiedere la giuria per l’assegnazione di quell’edizione dei Piolet d’Or.

Onorificenze

  • Premio Principessa delle Asturie per lo sport
  • Piolet d’Or alla carriera 2019

Libri

  • La corona dell’Himalaya, Alpine Studio, 2010
  • La mia scelta. Vita e imprese di una leggenda dell’alpinismo polacco, HOEPLI, 2019

 

“Eravamo come uccelli in gabbia, sarebbe bastato aprirci la porta per farci volare liberi nel cielo”
Krzysztof Wielicki

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