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Alpinismo

Nardi: la mia verità su Zavka

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ROMA — "Ero sulla cima, quando Chris Warner mi ha detto che due italiani stavano salendo verso la vetta e che forse erano Stefano Zavka e Mario Vielmo. Mi si è gelato il sangue nelle vene. Era tardissimo." Ad oltre un mese dalla sparizione di Zavka sulla spalla del K2, il capospedizione Daniele Nardi rende pubblica la sua versione dei fatti accaduti in quei tragici giorni di luglio.

"Ciò che è accaduto al campo base del K2 – racconta Nardi – è qualche cosa di straordinario, o meglio, fuori dall’ordinario anche per una spedizione alpinistica in Himalaya e quindi difficilmente spiegabile a parole".
 
Ma il capospedizione di K2 Freedom ha voluto provarci lo stesso. Per chiarire come sono andate le cose, dopo le mille voci circolate nei giorni della tragedia. E per raccontare come li ha vissuti lui, che in quei giorni si trovava sulla montagna con Mario Vielmo e Stefano Zavka.
 
Nardi racconta i preparativi per la salita, dal campo base ai campi alti. E poi l’angoscia della fuga dal campo 4, inseguiti dalla bufera. In mezzo, il racconto dettagliato del giorno della cima e della scomparsa di Zavka.
 
“Sono in cima ed è la cima di tutti – racconta Nardi -. Abbiamo tutti lavorato sodo per raggiungere questo obiettivo e poi ci sarà sicuramente la possibilità di ritentare nei prossimi giorni. Era queto che continuavo a pensare. Erano le 16: quando ho guardato l’orologio mi sono spaventato perché non mi ero reso conto che avevo sforato di 2 ore il mio orario limite. Ma avevo anche valutato, guardando l’orizzonte durante la salita, che il vento non si sarebbe alzato subito".
 
"Lì, sulla cima, all’improvviso, Chris Warner mi dice che due italiani stanno salendo verso la cima – prosegue il capospedizione – e che forse erano Stefano e Mario. Mi si è gelato il sangue nelle vene. Era tardissimo. Ho chiesto dove fossero. Un misto tra gioia e paura".
 
Alle 17, Nardi comincia la discesa, e incontra i suoi compagni. "Ho incrociato Mario un centinaio di metri sotto la cima – racconta -, mi ha chiesto quanto mancava: la  mia risposta è stata “un’oretta, un’oretta e mezzo…”. Mario sosteneva che mancava di meno e continuava a salire".
 
"Una trentina di metri ho incrociato Stefano – prosegue Nardi -, mi ha chiesto la stessa cosa: ho risposto sempre "un ‘ora, un’ora e mezza". Stefano sorrideva e diceva “una mezz’ora e sono sopra”. Rassegnato all’evidenza ed alla loro volontà di proseguire, ho continuato a scendere. Ho ancora stampato nella memoria l’enorme sorriso di Stefano, la sua determinazione. Erano entrambi stanchi ma non presentavano, per quello che posso ricordare, nessun segno di malessere".
 
E invece, più tardi, la tragedia. Il freddo, la bufera, il buio, dei principi di congelamento, le difficoltà di comunicare tra i diversi campi e i diversi alpinisti. Soprattutto con Zavka, che non aveva con sè la radio.
 
Fondamentale, a questo proposito, il passaggio del memoriale in cui Vielmo stesso racconta la terribile discesa notturna dalla cima e il momento in cui lui e Zavka si sono persi di vista. 
 
“Ho visto Stefano Zavka l’ultima volta sopra il seracco – racconta Vielmo -. Mi ha fatto passare avanti perché mi stavo congelando piedi e mani. Abbiamo cominciato la discesa in corda doppia insieme anche se, per ovvi motivi tecnici, a quel punto non eravamo più vicini. Ogni tanto vedevo la luce di Stefano Zavka muoversi ed intuivo che stava scendendo regolarmente".
 
"Al termine delle doppie del Collo di Bottiglia, ho deciso di partire per il campo 4 – prosegue l’alpinista vicentino -. La luce continuava a muoversi tanto da farmi presumere che Stefano stava affrontando il traverso. Lui stava bene, ero io in difficoltà con le dita delle mani e dei piedi. Le condizioni meteo non erano ancora diventate pessime e non avevo nessun dubbio sul fatto che mi avrebbe seguito".
 
Vielmo vede poi la luce di Zavka arrivare nei pressi della fine del traverso, mentre lui si trova alla fine del Collo di Bottiglia. "Il vento non era ancora troppo forte, ma io mi stavo congelando – racconta ancora Vielmo -. Mi sentivo in pericolo di vita e sono ripartito immediatamente. Ad un certo punto mi sono reso conto che, distratto dal freddo alle mani ed ai piedi, mi ero perso. Mentre cercavo di tirar fuori la radio per parlare con Daniele al campo 4  ho perso le moffole in piuma, le uniche che avevo. Sono rimasto solo con i guanti di pile, tra l’altro bagnati nella salita. Stavo veramente congelando. Facevo fatica ad articolare le dita".
 
"Scappavo letteralmente verso il campo – ricorda l’alpinista -. All’inizio mi perdevo, poi mi ritrovavo. Per essere sicuro, comunicavo con Daniele che mi dava delle indicazioni più precise sulla strada. Il danno più grosso in quel momento era la neve sollevata dal vento: solo allora mi sono reso conto che stava diventando sempre più forte. La visibilità era veramente ridotta. In quel tragitto c’erano degli avallamenti quindi non sempre si vedeva il campo, anzi, in alcuni tratti ti scompariva proprio davanti. Poi vedevo la luce accesa fuori dalla tenda e alla fine l’ho raggiunto”. 
 
Lì è cominciata l’interminabile attesa dell’arrivo di Zavka.
 
"Dopo un po’ – racconta Nardi -, difficile a dirsi quanto, una volta ritrovato un minimo di forze, abbiamo deciso di uscire per cercarlo. La tenda era sbattuta dal vento fortissimo ed avevo impiegato un ora per mettere gli scarponi a Vielmo, che si era proposto di uscire. Se ben ricordo Michele Fait era già andato in tenda con Kazim. Il vento fortissimo e l’assoluta mancanza di visibilità vanificava ogni tentativo di uscire dalla tenda. Nonostante ciò Mario Vielmo ci provava ugualmente ma veniva respinto dal brutto tempo. L’attesa straziante si è protratta fino al mattino successivo. Ma sabato 21 luglio, la bufera non accennava a diminuire. E siamo stati costretti a scendere per tentare di salvarci la vita".
 
 
 
 
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(con illustrazione della via dal campo 4 alla cima e del luogo dove è scomparso Zavka)
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