Alta quota

Everest

Con i suoi 8848 metri l’Everest è la montagna più alta del mondo. Si trova nella catena dell’Himalaya, al confine tra Cina e Nepal, e fa parte delle Seven Summits (le sette vette più alte di ogni continente). Scalata per la prima volta il 29 maggio del 1953 il suo nome è un omaggio al geografo e cartografo britannico Sir George Everest che dal 1830 al 1843 è stato direttore del Survey of India, l’ufficio trigonometrico e geodetico del Paese asiatico. Prima era più semplicemente “Peak XV” sulle carte dell’Himalaya. Per i locali è invece Chomolungma, la madre dell’universo in tibetano; oppure Sagaramāthā, il dio del cielo in nepalese.

Scoperta nel 1847 da Andrew Waugh, il nuovo sovrintendente del Survey of India, è fin da subito riconosciuta come la vetta più alta della Terra anche se i dati ufficiali sulla sua altezza saranno confermati solo nel 1856. Il dato registrato le attribuisce la quota di 8840 metri, solo 8 metri più bassa rispetto a quella che è la quota attuale dell’Everest. Negli anni a venire saranno organizzate numerose spedizioni intenzionate a misurare con precisione e correttezza l’elevazione della montagna, in tempi recenti molte di queste saranno condotte da Ardito Desio e Agostino Da Polenza.

È l’Ottomila più noto e frequentato. Sui suoi versanti si ammassano ogni anno centinaia di spedizioni decise a raggiungerne la vetta. È il simbolo di una nuova frontiera turistica, quella dell’avventura estrema, che oggi genera un discreto circuito economico spesso a scapito dell’ambiente. La massificazione della montagna è infatti oggetto di numerose controversie riguardo l’inquinamento del campo base e dei versanti della stessa, su cui spesso vengono abbandonate bombole d’ossigeno terminate, tende e corde fisse.

Geografia

Con la sua caratteristica forma piramidale l’Everest è formato da tre pareti: la nord, che affaccia sul ghiacciaio Rongbuk; la est, che termina sul ghiacciaio Kangshung; e la sud-ovest che guarda verso il territorio nepalese dove si trova il ghiacciaio Khumbu. A identificare il confine tra Nepal e Cina sono le creste ovest, che congiunge la montagna con il vicino Khumbutse (6636 m); e sud-est, che unisce Everest e Lhotse (8516 m). L’ultima cresta, quella nord-est, divide il ghiacciaio Rongbuk in due parti.

Storia

Il primo tentativo di conquistare, come si diceva un tempo, la vetta dell’Everest risale al 1921 quando gli scalatori britannici Harold Raeburn, Alexander Kellas, George Mallory e Guy Bullock decidono di tentate l’ascesa al tetto del mondo. Con il Nepal chiuso agli stranieri il primo approccio alla montagna avviene dal lato tibetano, grazie al permesso del Dalai Lama. È una spedizione esplorativa, che si muove alla ricerca di un varco verso l’alto andando per tentativi e che rientra con un nulla di fatto. Nel 1922 ci riprovano, sempre dal lato tibetano, arrivando a un soffio dalla vetta. In questa occasione gli scalatori hanno con se le bombole d’ossigeno, è la prima volta nella storia dell’Himalaya, e riescono a toccare una quota di 8326 metri. Carichi del successo decidono di ritornare nel 1924, nuovamente dal lato tibetano. A tentare la vetta sono George Mallory e Andrew Irvine, i cui nomi rimarranno per sempre legati a quello dell’Everest. La loro è una storia misteriosa che meriterebbe maggiore spazio rispetto a quello concesso da questo scritto. Fatto sta che i due non hanno più fatto ritorno al campo base, inghiottiti per sempre da una bufera sulla montagna. Vengono avvistati per l’ultima volta a poche decine di metri dalla vetta, lasciando per sempre aperto l’enigma sulla prima salita della montagna: avranno raggiunto la cima? In caso positivo, sarebbe un primato unico che retrodata di 26 anni l’inizio dell’himalaysmo.

Gli anni della seconda guerra mondiale interrompono ogni tipo di attività o tentativo di salita. Nel 1952 poi una nuova interessante spedizione svizzera si reca all’Everest. Una spedizione massiccia, con 150 portatori e grandi rifornimenti, che affronta la montagna dal versante nepalese (in seguito a chiusura da parte del Tibet) arrivando a soli 200 metri dalla vetta. Del gruppo fa parte anche Tenzing Norgay, futuro primo salitore dell’Everest insieme a Sir Edmund Hillary.

La prima salita

È l’aprile del 1953 quando ai piedi dell’Everest, dal versante nepalese, si ritrova una nuova spedizione britannica guidata dal colonnello John Hunt. 15 alpinisti, di cui fa parte anche il neozelandese Edmund Hillary, e 20 portatori sherpa guidati da Tenzing Norgay, che ha già tentato l’Everest in passato.

Rispetto ai primi timidi tentativi degli anni Venti la situazione è notevolmente cambiata. Gli Ottomila iniziano a essere frequentati, c’è desiderio di conquista e si conoscono le regole fisiologiche di base per poter frequentare l’altissima quota. Gli ottomila metri non sono più un tabù, soprattutto da quando la decima montagna della terrà, l’Annapurna, è stata violata da Maurice Herzog e Louis Lachenal (3 giugno 1950).

La spedizione procede lenta, la salita è faticosa e impegnativa. Lavorano per tutto il mese di maggio sulla montagna allestendo campi e attrezzando la via di salita. Il 26 maggio Tom Bourdillon e Charles Evans effettuano un primo tentativo di vetta, ma sfiniti e senza più ossigeno sono costretti a fare dietrofront ad appena 100 metri dalla cima. Un paio di giorno dopo Hillary e Norgay decidono di riprovarci toccando gli 8848 metri dell’Everest alle 11.30 del mattino. I due sono rimasti fermi sulla vetta per 15 minuti fissando indelebilmente su pellicola le prime immagini del panorama che si può osservare dal tetto del mondo. Hanno inoltre piantato una piccola croce nelle nevi sommitali e seppellito una manciata di dolci.

Prima invernale

Ormai finita la stagione delle grandi conquiste himalayane, nel 1980 un gruppo di giovani sognatori si avvicina alle pendici dell’Everest. Sono polacchi e sono vogliosi di scrivere il loro nome nella storia dell’esplorazione. Si sono persi l’età d’oro delle grandi avventure verticali e orizzontali, ma hanno trovato il modo per spingersi ancora più in la nella ricerca dei limiti umani. Abituati a soffrire, a vivere la montagna con pochi mezzi e nei momenti peggiori dell’anno, immaginano di poter scalare un Ottomila nel pieno della stagione invernale. Puntano in alto e richiedono un permesso per poter provare la salita dell’Everest nella stagione 1979-1980. La spedizione, guidata da Andrzej Zawada, è massiccia con 25 alpinisti e 5 tonnellate di materiali. Negli ultimi giorni di dicembre raggiungono il campo base, quindi iniziano i lavori sulla montagna. Per un mese “lottano” con le proibitive condizioni climatiche. Le temperature sono terribilmente basse, fino a -40 gradi, la montagna è in buona parte ghiacciata. I ragazzi non mancano però in determinazione e, dopo aver raggiunto Colle Sud, aver fissato un campo e portato in quota alcune bombole d’ossigeno, sono pronti per l’attacco di vetta. La mattina del 17 febbraio, ultimo giorno di validità del permesso di scalata, Krzysztof Wielicki e Leszek Cichy lasciano la sicurezza della tenda di campo 4 e puntano dritti alla cima. Utilizzano l’ossigeno per realizzare la salita, che si conclude alle 14.25 in cima al mondo. Sono i primi ad aver scalato una montagna nel corso della stagione fredda, dando avvio a un’epopea unica che oggi guarda al K2, l’ultimo capitolo di questa esperienza invernale.

Vie alpinistiche

Le principali vie di accesso all’Everest sono quella nepalese e quella tibetana. La prima, considerata via normale, passa per il Colle Sud e prosegue lungo la cresta sud-est. È il tracciato più facile e anche quello maggiormente frequentato. È su questa che si concentra il maggior numero di spedizioni commerciali ed è sempre questa la via che viene attrezzata ogni primavera dagli Icefall Doctor prima di essere aperta alle spedizioni.

La via tibetana, che sale per il Colle Nord, è stata aperta nel 1960 da una spedizione cinese ed è più tecnica rispetto a quella nepalese. Oltre a questo è maggiormente esposta ai venti e prevede l’ultimo campo oltre quota Ottomila, nella cosiddetta “zona della morte”. D’altro canto l’avvicinamento alla montagna è favorito da una strada che arriva fino al campo base.

Nel corso degli anni sono state aperte numerose altre vie alpinistiche sulla montagna.

  • 1963 – Gli americani Tom Hornbein e Willi Unsoeld sono i primi statunitensi in cima all’Everest che raggiungono passando per la cresta ovest e il couloir Hornbein.
  • 1975 – Doug Scott e Dougal Haston realizzano la prima salita della parete sud-ovest.
  • 1979 – Gli jugoslavi Nejc Zaplotnik e Andrej Stremfelj tracciano la via slovena che segue nella sua interezza la cresta ovest.
  • 1980 – I giapponesi Tsuneo Shigehiro e Takashi Ozaki tracciano la prima via interamente sulla parete nord della montagna. La diretta al couloir Hornbein.
  • 1980 – Jerzy Kukuczka e Andrzej Czok mettono a segno una nuova via sul Pilastro sud.
  • 1980 – Reinhold Messner nel corso della sua salita solitaria apre una variante della cresta nord che passa per il couloir Norton.
  • 1982 – I russi Eduard Myslovski and Volodya Balyberdin riescono a violare il Pilasto sud-ovest.
  • 1983 – I russi Louis Reichardt, Kim Momb e Carlos Buhler aprono American Buttress sulla parete est.
  • 1984 – Gli australiani Tim Macartney-Snape and Greg Mortimer salgono il Great Couloir sulla parete nord. Una variante viene poi aperta nel 1991 dall’italiano Battistino Bonali e dal ceco Leopold Sulovs.
  • 1988 – Una spedizione internazionale apre Neverest Buttress che dal versante est porta al Colle Sud.
  • 1996 – I russi Valeri Kokhanov, Piotr Kuznetsov e Grigori Semikolenov salgono lungo il couloir nord-nordest.
  • 2004 – I russi Pasha Shabalin, Ilyas Tuhvatullin e Andrey Marie aprono la diretta alla parete nord.
  • 2009 – I coreani Park Young-Seok, Jin Jae-Chang, Kang Ki-Seok and Shin Dong-Min aprono un nuovo percorso sulla Parete sud-ovest di sinistra.

Altre salite degne di nota

  • 1973 – Guido Monzino guida la prima spedizione italiana che raggiunge la vetta dell’Everest.
  • 1978 – Reinhold Messner e Peter Habeler raggiungono la vetta dell’Everest l’8 maggio, per la prima volta senza utilizzare le bombole d’ossigeno. L’impresa fa il giro del mondo: i due alpinisti hanno fatto qualcosa ritenuto scientificamente impossibile fino a quel momento.
  • 1980 – È nuovamente Reinhold Messner il protagonista che questa volta riesce, tra il 18 e il 20 maggio, a scalare l’Everest in solitaria e senza utilizzare l’ossigeno. Salita effettuata dal versante tibetano.
  • 1963 – Gli americani Tom Hornbein e Willi Unsoeld realizzano la prima traversata della montagna salendo lungo la cresta ovest, inviolata, e discendendo per la via dei primi salitori.
  • 1975 – la giapponese Junko Tabei è la prima donna a raggiungere la cima dell’Everest.
  • 1995 – Una spedizione giapponese riesce nella prima salita integrale della cresta nord-est.
  • 2003 – La fondista Manuela Di Centa è la prima italiana in vetta all’Everest
  • 2006 – L’italiano Simone Moro salendo l’Everest dal Nepal e discendendolo dal versante tibetano realizza la prima traversata solitaria della montagna.
  • 2011 – Michael Horst realizza il primo concatenamento Everest-Lhotse facendo parziale utilizzo di ossigeno e sfruttando corde fisse piazzate dai suoi sherpa mentre lui era impegnato sull’Everest.
  • 2013 – Kenton Cool è il primo a concatenare Nuptse, Everest e Lhotse senza passare da campo base. Nel farlo fa parzialmente uso di ossigeno e sfrutta le corde fisse su tutte e tre le montagne.

Altri eventi storici importanti

Il 1996 è un anno tragico per l’Everest. Sono numerose le spedizioni commerciali che si accalcano sui fianchi della montagna. In molti tentano la vetta contemporaneamente creando un intasamento nella parte terminale della salita. Lunghe attese, anche di ore, oltre quota ottomila e il conseguente esaurirsi delle bombole d’ossigeno portano alla morte di 8 persone. Nel 2019 si ripete un fenomeno simile, con la morte di 11 persone in pochi giorni.

Guida all’Everest

L’Everest è un sogno per molti, che siano semplici escursionisti o ambiziosi alpinisti. I trekker si possono avvicinare alla montagna durante tutto l’anno, anche se il periodo migliore per visitare l’Everest va da inizio marzo a metà maggio e da inizio settembre a metà novembre. Gli alpinisti non possono invece scappare a questi range climatici pre e post monsonici (a meno che vogliano tentare un’ascensione invernale).

Per raggiungere l’Everest la prima cosa da fare è volare su Kathmandu, la capitale nepalese, da cui prendere un volo interno per Lukla. Sono operative diverse compagnie e il volo dura appena 25 minuti ma, per alcuni potrebbe essere l’esperienza più adrenalinica di tutto il viaggio. In alternativa è possibile volare su Phaplu, tre giorni di cammino a sud di Lukla, o a Jiri, a sette giorni da Lukla. In caso di maltempo i voli potrebbero subire ritardi o slittamenti.

A Lukla inizia il trekking verso campo base, che dura circa 10 giorni. Il primo giorno di solito si raggiunge il villaggio di Monju, porta del Parco nazionale di Sagarmatha, dove è necessario esibire il passaporto e pagare una tassa di 3000 Rupie Nepalesi. Da qui il cammino prosegue verso Namche Bazar (3440 m), dove solitamente ci si ferma per un giorno o due in modo da adattare il corpo alla quota. Quindi si arriva a Tengboche (3870 m) e poi al villaggio di Pangboche (3860m). Il giorno successivo si supera quota 4000 raggiugendo Pheriche (4240 m), quindi ancora Lobuche (4930m) e Gorak Shep, che sarà il punto di partenza per visitare il campo base dell’Everest. Per il rientro si consiglia di proseguire attraverso il passo Cho La (5370m) e poi lungo la splendida Valle di Gokyo.

Se siete persone abituate a gestirvi in autonomia e a organizzarvi da voi i vostri viaggi-avventura potete raggiungere il campo base in autonomia. Non è infatti obbligatorio avere con se guide e portatori. In caso contrario il consiglio è quello di rivolgersi a un’agenzia specializzata che saprà costruirvi un pacchetto su misura. In Nepal ne esistono molte e molto affidabili. Lungo tutto il percorso è possibile soggiornare nei comodi lodge dotati ormai di ogni comfort, persino di rete internet.

Gli alpinisti interessati alla scalata dell’Everest dovranno premunirsi di un permesso di scalata il cui costo si aggira intorno agli 11mila dollari. Trattandosi di una salita alpinistica non priva di rischi il permesso viene fornito solo agli scalatori in possesso di un certo curriculum. Come per i trekker queste spedizioni possono essere organizzate in autonomia, oppure avvalendosi di un’agenzia specializzata.

Curiosità

Nella primavera 2008 una spedizione cinese ha portato in cima la fiaccola olimpica di Pechino

Particolare che inquieta tanti è scoprire che sull’Everest ci sono molti cadaveri, che è letteralmente cosparso di cadaveri. Sono oltre 300 i morti sulla montagna e quando si muore alle quote più alte difficilmente si viene riportati a valle, gli altri alpinisti hanno a malapena le energie per pensare a se stessi. Così i corpi rimangono lì, lungo la via di salita, per sempre congelati. Il più famoso è green boots – scarponi verdi – morto in una caverna lungo la via di salita. Il suo corpo, con quegli scarponi brillanti, è diventato un simbolo per gli alpinisti diretti alla vetta, almeno fino al 2014 quando il corpo è stato rimosso.

L’Everest nella filmografia

  • Wings over Mt. Everest Wings Over Everest, 1935,  diretto da Geoffrey Barkas e Ivor Montagu
  • Mount Everest, 1953 di André Roch e Norman Dyhrenfurth
  • The Man Who Skied Down Everest, 1975, diretto da Bruce Nyznik e Lawrence Schiller
  • Everest Unmasked, 1978, diretto da Leo Dickinson
  • Everest – Sea to summit, 1993, di Michael Dillon
  • Into Thin Air: Death on Everest, 1997, diretto da Robert Markowitz
  • Everest, 1998, diretto da David Breashears, Stephen Judson e Greg MacGillivray
  • L’Everest à tout prix, 1999, diretto da Jean Afanassieff
  • Dispersi sull’Everest – Il mistero di Mallory e Irvine, 2000, di Peter Firstbrook
  • Everest. Una sfida lunga 50 anni, 2003, National Geographic
  • Flying over Everest, 2004, SD Cinematografica
  • Everest, 2007, diretto da Graeme Campbell
  • Everest, 2015, diretto da Baltasar Kormákur

L’Everest nei libri

  • Everest, in La montagna. Grande enciclopedia illustrata, vol. 4, 1976, Istituto Geografico De Agostini
  • La spedizione italiana all’Everest 1973, di Guido Monzino, 1976, Stamperia Valdonega
  • Everest. 33 giorni di scalata sulla parete sudovest, Chris Bonington, 1977, Rusconi Editore
  • Everest, Reinhold Messner, 1979, Istituto Geografico De Agostini
  • Orizzonti di ghiaccio: dal Tibet all’Everest, Reinhold Messner, 1983, Istituto Geografico De Agostini
  • Everest 1996. Cronaca di un salvataggio impossibile, Anatolij Bukreev e G. Weston De Walt, 1997,  CDA & Vivalda
  • Everest, Walt Unsworth, 2000, Mursia
  • Everest, cresta ovest, Thomas Hornbein, 2003, CDA & Vivalda
  • Aria sottile, Jon Krakauer, 2007, TEA
  • Everest, Roberto Mantovani e Kurt Diemberger, 2007, Rizzoli
Tags

Articoli correlati

7 Commenti

  1. Vorrei ringraziare Gian Luca Gasca per i suoi scritti sempre molto interessanti e di qualità.
    Rende di alto livello questo, già di suo, bellissimo sito.
    Grazie

  2. Vero, anche se è una storia abbastanza conosciuta, meriterebbe un bell’articolo anche la il tentativo del 1924.
    I resti del corpo di Mallory furono ritrovati il 1 maggio 1999 da Conrad Anker, durante una spedizione organizzata per quel preciso scopo; quelli di Irvine ancora no, a parte la piccozza ritrovata nel 1933 e la bombola di ossigeno nel 1991.
    Se si trovassero anche i resti di Irvine e la fotocamera, probabilmente il mistero della prima salita alla vetta sarebbe svelato.
    Nelle tasche di Mallory furono trovati alcuni effetti ben conservati e il suo portafoglio, nel cui interno c’era la ricevuta d’acquisto di materiale da scalata, ma non la foto della moglie, che promise di lasciare in vetta… se ci fosse arrivato.

  3. La montagna più alta del mondo scoperta nel 1847 da un funzionario inglese? sembra impossibile leggere oggi delle notizie di questo tipo visto che l’impero coloniale inglese non esiste più da tempo…

    1. E te pareva che qualcuno trovava da ridire su un articolo bello e interessante.Grazie per aver ricordato ai lettori di Montagna tv che è finito l’impero coloniale inglese,siamo tutti molto impressionati dalla sua cultura.

  4. “1973 – Guido Monzino è il primo italiano in vetta all’Everest.” Guido Monzino guidò la spedizione italiana all’Everest del 1973 ma non salì mai oltre il campo base. Primi italiani in vetta arrivarono Mirko Minuzzo e Rinaldo Carrel.

  5. sapreste consigliare, se esiste, una pubblicazione che parli di tutti i 14 ottomila? descrizione, storia, ascensioni, aneddoti, campi, avvicinamenti, ecc…ecc…
    non una sorta di almanacco con soli dati e statistiche, (per quello uno si butta su wikipedia e via..) ma qualcosa di più descrittivo
    grazie

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to top button
Close