Gente di montagna

Kurt Diemberger

“Noi ossessionati sappiamo che cosa pretendiamo dalla famiglia. A volte tutto. Noi succhiamo l’energia da chi ci sta vicino, centriamo il nostro prossimo su noi stessi, ne facciamo provvisoriamente dei satelliti. C’è però anche l’altro lato della medaglia. In cambio portiamo molta luce. La nostra passione è contagiosa. Noi condividiamo con loro i nostri sogni. Finché viviamo.”

Kurt Diemberger

(C) copyright Kurt Diemberger

Alpinista, documentarista, scrittore Kurt Diemberger ha raggiunto la vetta di sei Ottomila ed è l’unico alpinista ancora in vita ad averne scalati due in prima assoluta: Broad Peak (1957, senza portatori e senza bombole d’ossigeno) e Dhaulagiri (1960, senza bombole d’ossigeno). Nella sua vita Kurt non si è dedicato unicamente alle grandi montagne della Terra, ha condotto esplorazioni tre le foreste, nei deserti e nei luoghi incogniti del pianeta. Con se ha spesso portato una macchina da presa per documentare e raccontare le aree remote, le loro bellezze, al grande pubblico.

La vita

Nato il 16 marzo 1932 a Villach Kurt Diemberger ha un’infanzia tranquilla in cui inizia a sviluppare una grande passione per i fossili e i cristalli. È andando in cerca di questi che inizia ad appassionarsi alla montagna. Nonostante questo fossili e minerali non saranno mai il suo lavoro. Nel 1955 si laurea in economia aziendale e trova lavoro come insegnante per la Salzburg Tourism Academy. Nel mentre continua a coltivare la passione per la montagna riuscendo, nei primi anni Sessanta, a conseguire il patentino di guida alpina, professione che spesso esercita sul Monte Bianco.

Austriaco di nascita Kurt parla italiano e da molti anni si è trasferito sui colli bolognesi dove vive con la moglie Teresa e il figlio Igor.

L’alpinismo

La prima grande impresa risale al 22 settembre 1956 quando scala la parete nord del Gran Zebrù, insieme a Herbert Knapp e Hannes Unterweger, riuscendo a superare la “Meringa di ghiaccio”, uno dei principali problemi alpinistici del periodo. L’impresa ha un’eco incredibile e i tre protagonisti salgono alla ribalta delle cronache alpinistiche del periodo. Nello stesso anno si sposta verso occidente, sulla parete est del Monte Rosa, dove apre una variante alla celebre via dei Francesi.

Negli stessi anni completa, con Wolfgang Stefan, il trittico delle tre classiche pareti nord delle Alpi (Eiger, Cervino, Grandes Jorasses). Nel 1958 porta a termine, insieme a Franz Lindner, l’integrale di Peuterey.

Nell’agosto del 1963 una tempesta lo blocca sulla cresta sud dell’Aiguille Noire insieme all’allora moglie Tona Sironi. Per 4 giorni la bufera impedisce ai due ogni movimento e, in più, Tona viene colpita da un fulmine. Fortunatamente le conseguenze sono solamente ustioni e bruciature. Impossibilitati però a rientrare parte in loro soccorso una squadra composta da Walter Bonatti, Gigi Panei, Cosimo Zappelli, Roberto Gallieni e Giorgio Bertone.

 

L’Himalaya

Il 1957 è l’anno della svolta: il club alpino austriaco organizza una spedizione all’inviolato Broad Peak e lo invita a partecipare. Della squadra fanno parte, oltre a lui, anche Marcus Schmuck, Fritz Wintersteller e il veterano Hermann Buhl, che già nel 1953 aveva raggiunto la vetta del Nanga Parbat in prima assoluta. Sono un bel gruppo, affiatato. Sulla montagna lavorano bene, salgono in stile alpino: senza portatori e senza utilizzare le bombole d’ossigeno. Dopo l’arrivo in vetta Diemberger inizia a scendere incontrando Buhl stanco ancora in salita. Decide allora di aiutarlo risalendo in cima con lui, dimostrando un grande spirito cameratesco. Qualche giorno dopo questo grande successo Kurt e Hermann decidono di cimentarsi sul vicino Chogolisa, un Settemila ancora inviolato. I due partono dal campo base il 25 giugno raggiungendo lo sperone sud-ovest della montagna, il giorno dopo continuano la salita trovandosi però nel bel mezzo della bufera. Il 27 giugno decidono di rientrare sui loro passi rinunciando alla cima. La visibilità è praticamente azzerata e, per una maggior sicurezza individuale, proseguono slegati. Si muovo in cresta, davanti va Diemberger, a seguire Buhl. Cercano di rimanere a portata di voce, in modo da potersi supportare e da non perdere l’orientamento nel white out che li avvolge. All’improvviso Kurt chiama Hermann, ma nessuno risponde. Si ferma, aspetta, prova ad andargli incontro. Il suo compagno è sparito nel vuoto, inghiottito dal crollo di una fragile cornice di neve. I compagni di spedizione si mettono subito alla ricerca di Buhl, ma ogni tentativo si conclude a vuoto. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. Immediate arrivano le accuse a Diemberger, incolpato di aver provocato la morte del compagno, insinuazioni che Kurt ha sempre respinto con fervore. Tre anni dopo il tragico accadimento ritorna in Himalaya dove, sempre con una spedizione del club alpino austriaco, porta a termine la prima ascensione del Dhaulagiri.

Nel 1967 raggiunge la catena dell’Hindu Kush, in Pakistan, dove riesce nella salita della vetta più alta, il Tirich Mir (7708 m), passando per la parete nord-ovest. Nel 1974 è invece in Nepal dove scala in prima assoluta, insieme al compagno Hermann Warth, lo Shartse (7457 m).

Passano diversi anni prima di rivederlo nuovamente su un Ottomila. Diciotto anni, per essere precisi, dal 1960 al 1978 quando parte con l’intenzione di portare a termine la salita di due colossi himalayani: Makalu (21 maggio) ed Everest (15 ottobre), in questo secondo caso partecipa come cameraman a una spedizione guidata da Pierre Mazeaud. L’anno successivo scala il Gasherbrum II insieme a Reinhard Karl, Hilmar Sturm e Hanns Schell quindi; nel 1984, raggiunge la vetta del Broad Peak insieme a Julie Tullis. La salita alla dodicesima montagna del Pianeta avviene dopo un tentativo fallito sul K2. Montagna su cui Kurt vive la sua esperienza più tragica. Dopo averla provata più volte tra il 1982 e il 1984, sempre con la Tullis, vi ritorna nel 1986, riuscendo a toccarne la vetta il 4 agosto nelle ultime ore della giornata. Durante la discesa i due sono costretti a passare la notte in bivacco sopra quota ottomila, il giorno dopo riescono a raggiungere campo 4 dove si rifugiano in una tenda con altri 5 alpinisti rimasti bloccati in quota a causa di una violenta bufera. Nel corso della notte in tenda Julie muore sfinita dal troppo tempo in quota, probabilmente a causa di un edema cerebrale.

Film e documentari

L’attività esplorativa di Kurt Diemberger non si è fermata alla mera scalata delle montagne. Curioso e voglioso di raccontare luoghi e popoli inizia, sul finire degli anni Sessanta, una nuova carriera come cineasta e documentarista d’altissima quota. A rivelargli questa opportunità è l’incontro con Mario Allegri, già compagno di Walter Bonatti in Sud America, che gli propone realizzare alcuni documentari in Perù. Dopo questa prima esperienza Diemberger focalizza la sua attenzione alle riprese in altissima quota partecipando, tra le altre, alla spedizione francese all’Everest nel 1978.

La svolta professionale in questo campo arriva nel 1979 quando conosce Julie Tullis, alpinista e regista britannica, con cui inizi       a una proficua collaborazione che lo porta a realizzare documentari sulle maggiori vette del Pianeta. I due insieme formano quello che viene definito “il film team più alto del mondo”. Tra le tante pellicole da loro realizzate il più bello e toccante è certamente l’ultimo “K2, sogno e destino” che, nel 1989, si aggiudica la Genziana d’Oro al Trento Film Festival.

 

Onorificenze

  • 1957 – Golden Sport Badge per la sua prima salita al Broad Peak
  • 1981 – Emmy per il documentario sul tentativo di salita della parete est dell’Everest
  • 1989 – Premio Itas per il libro “K2 il nodo infinito”
  • 1989 – Genziana d’oro per il film “K2, sogno e destino”
  • 1989 – Distintivo al merito dello stato di Salisburgo
  • 2006 – Medaglia d’oro per i servizi alla Repubblica d’Austria
  • 2013 – Piolet d’Or alla carriera

Libri

  • Gli spiriti dell’aria, Vivalda, 1997
  • Tibet. Il tetto del mondo fra passato e presente, White Star, 1999 (con Maria Antonia Sironi)
  • K2 il nodo infinito. Sogno e destino, Corbaccio, 2000
  • K2. Una sfida ai confini del cielo, White Star, 2004 (con Roberto Mantovani)
  • Passi verso l’ignoto. Dal K2 all’Amazzonia. Le avventure di uno dei più grandi alpinisti viventi, Corbaccio, 2005
  • Danzare sulla corda. Storie della mia vita, Corbaccio, 2009
  • Enigma Himalaya: invenzione, esplorazione, avventura, Mondadori, 2010 (con Roberto Mantovani)
  • Il Settimo Senso, Alpinestudio, 2012

“La tua terra non è semplicemente il posto dove sei nato e vissuto da bambino. La tua terra si espande e man mano che tu vivi le tue radici affondano nel suolo di altri paesi. E’ un dono della vita, ma anche un peso, perché gioia e nostalgia diventano tuoi compagni sempre più inseparabili.”

Kurt Diemberger

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5 Commenti

  1. Ho visto tante conferenze di alpinisti importanti. La sua, oltre 30 anni fa in Val di Sole, è una di quelle che ricordo con maggior piacere. Da sottolineare il curriculum alpino che questi grandi “del passato” possono vantare. Non si può dire lo stesso di alcuni altri personaggi che avete deciso di mostrare in questa rubrica.

  2. Tra l’elenco dei libri avete dimenticato di citare i primi due scritti e forse più importanti:
    tra zero e 8000 e Cime e segreti.
    A detta di Mantovani il primo è il più bel libro di montagna scritto

  3. ..Concordo con quanto scritto sopra..
    Di questo tipo di uomini,in primis,e di alpinisti dopo,oramai s e persa la traccia.
    Uomini veri e non pataccari..al dila’ del loro valore alpinistico.
    Certamente un alpiniasta professionista non potrà per ovvi e giustificati motivi non fare parlare i social..dato che il pane per tirare a campare gli è procurato dagli sponsor,ma in po’ più di sobrietà non guasterebbe..
    Messner,Bonington,Bonatti,Diemberger e pochi altri ancora sono nella Olimpo dell alpinismo..anche perché non ci hanno lasciato la pelle,.tutto il resto è noia o quasi..

  4. Tra zero e 8000, concordo. Una vera bibbia per tutti quelli che allora amavano andare in montagna, e lui era davvero uomo e alpinista vero, con pensieri, entusiasmi e sofferenze. “Broad Peak… La luce di questa cima sarà sempre sulla mia vita”. Un grande

  5. Ho avuto modo di conoscere Kurt e di essere con lui in Nepal e Pakistan, oltre a quanto detto sopra, vorrei anche rimarcare un’altra cosa e cioe’ la sua straordinaria cultura per tutto ciò che e’ montagna, dall’aspetto fisico a quello antropico. Parlare con lui e’ sempre stato un piacere oltre che fonte di conoscenza.

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