Alta quota

Nanga Parbat

Con i suoi 8126 metri di altezza rappresenta la nona montagna della Terra. Il Nanga Parbat appartiene alla catena himalayana, nonostante la maggiore vicinanza a quella del Karakorum. Essendo localizzato sulla sponda sud dell’Indo, nella regione pakistana del Gilgit-Baltistan, è anche il più occidentale tra gli Ottomila. È un massiccio isolato, staccato dagli agli altri colossi del Pianeta, questo lo rende particolarmente attraente e suggestivo.

Il suo nome, Nanga Parbat, ha origini sanscrite. Deriva dalle parole “nanga” e “parvata” che insieme significano “montagna nuda”. Per i locali è invece Diamer o Deo Mir, dal semplice significato di “montagna enorme”.

Si tratta di una montagna che ha sempre suscitato nei suoi avventori una certa pressione psicologica. La sua storia è infatti costellata di morti. Per questo viene anche soprannominata “the Killer mountain”, come riportano anche alcuni cartelli stradali lungo la Karakorum Highway. Negli ultimi anni è salita alla ribalta delle cronache, non solo specialistiche, sia per il successo della prima invernale che per le tragiche epopee che hanno riguardato Tomasz MackiewiczDaniele Nardi e Tom Ballard.

Geografia

La geografia del Nanga Parbat è complessa. Le pareti principali sono tre, separate idealmente dalle dorsali della montagna. Nessuno dei tre versanti si presenta semplice, nonostante il facile accesso.

La struttura principale è una lunga cresta ad arco, con concavità rivolta a nord-ovest, che da nord-est tende a sud-ovest. Partendo dal nord-est si inseriscono, su questo arco, diverse creste. La prima è quella chiamata Chongra, che sale al Chongra Peak (6828 m) e raggiunge il Rakhiot Peak (7070 m) seguendo andamento sud-ovest. La cresta tocca inoltre le due vette minori del Chongra Peak: Chongra Peak centrale (6455 m) e Chongra Peak meridionale (6488 m). Da qui la dorsale prosegue il suo viaggio piegando in direzione ovest, arrivando a toccare il Dente d’Argento Est (7530 m), prendendo direzione ovest-sud-ovest arriva a toccare l’anticima (7912 m) e prosegue in direzione sud fino alla Spalla (8070 m) e poi alla vetta principale (8126 m). Raggiunta la massima altitudine inizia a degradare lentamente verso valle in direzione sud-ovest per poi proseguire prima in direzione ovest e poi nord-ovest fino a valle. La porzione di cresta che degrada dalla vetta principale, per una lunghezza di circa tredici chilometri, prende il nome di Mazeno Ridge ed è la cresta più lunga al mondo.

Sempre dalla vetta si origina un’ulteriore cresta che si muove prima in direzione nord, poi ovest dove raggiunge il Ganalo Peak (6606 m) e prosegue fino a raggiungere la valle. Dalla cima del Ganalo Peak, in direzione nord-nord-ovest digrada la cresta Jiliper.

Queste creste originano tre pareti, ognuna con le sue caratteristiche e le sue complessità. A nord-ovest si trova la parete Diamir. Su questo versante è possibile osservare la vetta secondaria del Nanga Parbat. Inoltre, ben visibile al centro della parete, si osserva lo Sperone Mummery lungo cui avrebbe tentato di raggiungere la vetta il primo esploratore del massiccio Albert Frederick Mummery. A nord-est si trova invece la parete Rakhiot, lungo cui è passato il primo salitore del Nanga Parbat Hermann  Buhl. A sud-sudest si trova infine la parete più alta del mondo, quella Rupal violata per la prima volta nel 1970 dai fratelli Messner. Con 4500 metri di dislivello si presenta come un muro verticale dalla scalata estremamente sostenuta.

Storia

La montagna, come abbiamo già evidenziato presenta un accesso facile, un breve trekking senza troppi problemi permette di raggiungere facilmente i vari campi base. Forse anche per questo attirò l’attenzione degli alpinisti più visionari molto prima che venisse il tempo degli Ottomila. Il primo che si approcciò al Nanga Parbat con l’ambizione di raggiungerne la vetta fu, nel 1895, l’inglese Albert Frederick Mummery. Mummery fu un precursore e un innovatore, sulle Alpi fu il primo a sostenere l’alpinismo senza guide e senza mezzi artificiali. Conosceva la montagna e sapeva muoversi egregiamente, aveva anche avuto a che fare con l’alta quota nel Caucaso. Non aveva, come nessuno al periodo, esperienza himalayana. Fece diversi tentativi sul Nanga Parbat, insieme ai suoi compagni John Norman Collie, Geoffrey Hastings e Charles Bruce (con loro si trovavano inoltre due portatori gurkha Raghobir Thapa e Gaman Singh. Solo sei uomini in tutto, una spedizione veramente piccola rispetto a quelle che verranno in seguito). Tentarono prima sul versante Rakhiot, poi su quello Diamir dove identificò come “facile” via di accesso lo sperone che oggi porta il suo nome. Lo tentò un paio di volte, senza mai riuscire a scalarlo del tutto. Non si conosce la reale altezza raggiunta da Mummery in questi suoi tentativi. Scomparve il 24 agosto, probabilmente travolto da una valanga, nel tentativo di svalicare dal versante Diamir a quello Rupal, in cerca di un’ulteriore possibilità di salita. Con lui sparirono anche i due gurkha.

Quello di Mummery fu un tentativo che si potrebbe quasi definire pionieristico, come già detto non aveva una reale conoscenza himalayana e all’epoca non si sapeva nemmeno come il corpo avrebbe potuto reagire alla quota. I primi studi sulla fisiologia umana riguardanti la necessità del corpo di adattarsi all’altitudine saranno condotti solo venti anni dopo, proprio alle pendici del Nanga Parbat.

Dopo Mummery i primi a tentare la nona montagna del Pianeta furono, a più riprese, i tedeschi. Le loro spedizioni interessarono tutti gli anni Trenta del Novecento e furono spedizioni spesso tragiche, intrise di ideologie nazionalistiche che portavano la morte in montagna a diventare simbolo della virilità della nazione. Il Nanga Parbat divenne così importante per il popolo tedesco che la sua conquista, come si diceva al tempo, divenne un affare di Stato. Il primo a organizzarvi una spedizione fu il tedesco Willy Merkl nel 1932. Con lui aveva una squadra di otto alpinisti composta, tra gli altri, dall’americano Albert Rand Herron e da Fritz Wiessner, che l’anno successivo avrebbe preso cittadinanza americana. L’unico successo fu il raggiungimento del Rakhiot Peak da parte di Peter Aschenbrenner e Herbert Kunigk. Per il resto scarsa organizzazione e mancata conoscenza del territorio, uniti alle pessime condizioni climatiche misero a dura prova tutta la spedizione.

Merkl ci riprovò nel 1934, con una spedizione sostenuta e finanziata dal neonato governo nazista. Fu una spedizione tragica fin dall’inizio, con la morte di Alfred Drexel per edema polmonare. Nonostante questo riuscirono a fare progressi raggiungendo una quota di 7900 metri, dimostrando come la montagna fosse fattibile. Peter Aschenbrenner ed Erwin Schneider, dopo aver raggiunto l’altezza massima furono ricacciati indietro dal maltempo, si ricongiunsero così con i loro compagni all’ultimo campo (circa 7400 metri). Qui rimasero bloccati insieme ad altri 14 alpinisti, prima di iniziare un affannato tentativo di ritirata nella bufera. Uli Wieland, Willo Welzenbach e Willy Merkl morirono sfiniti sulla montagna insieme a sei sherpa; i superstiti subirono gravi congelamenti.

Ancora una spedizione tedesca ci provò nel 1937. A guidarla era Karl Wien sulle orme di Merkl. Nel 1934 era stata dimostrata la fattibilità, quindi non c’era motivo per cambiare strategia. Fu una stagione davvero difficile, per colpa delle abbondanti nevicate. Nonostante questo riuscirono a lavorare sulla montagna ma, nella notte del 14 giugno la tragedia colpì l’intera spedizione. Sette alpinisti e nove sherpa si trovavano in quota, al campo quattro di poco sotto al Rakhiot Peak, quando si staccò una grossa valanga che uccise tutti gli uomini. L’anno successivo ci provò Paul Bauer, ma viste le abbondanti nevicate e il ricordo ancor fresco preferì rinunciare senza forzare troppo la sorte. Un’ultima spedizione tedesca si avvicinò al Nanga Parbat nel settembre del 1939. A guidarla era Peter Aufschnaiter, tra gli alpinisti figurava anche l’austriaco Heinrich Harrer (primo salitore della nord dell’Eiger con Andreas Heckmair, Ludwig Vörg e Fritz Kasparek). Il loro compito non era quello di raggiungere la vetta, quanto di esplorare la montagna alla ricerca di un possibile passaggio in previsione di una spedizione futura. A complicare le cose questa volta ci si mise lo scoppio della seconda guerra mondiale. Gli alpinisti vennero arrestati e incarcerati dai soldati inglesi (al tempo il Nanga Parbat si trovava in territorio indiano, solo nel 1947 il Pakistan otterrà l’indipendenza). Riusciranno poi a fuggire e a trovare rifugio in Tibet fino al 1950. Quegli anni verranno raccontati da Harrer nel volume “Sette anni in Tibet”.

La prima salita

La seconda guerra mondiale interrompe ogni tentativo di scalata, non solo sul Nanga Parbat ma in generale. Gli anni Cinquanta segnarono un ritorno alla montagna, e anche sul Nanga Parbat. A organizzare la nuova spedizione fu Karl Herrligkoffer, il cui nome negli anni a venire si legherà profondamente a quello del Nanga Parbat (dopo aver violato per la prima volta la montagna dal versante Rakhiot sarà sempre lui a organizzare le spedizioni che apriranno le prime vie sui versanti Diamir e Rupal). Herrligkoffer non era un alpinista, ma era il fratellastro di Willy Merkl e fu probabilmente per questo che decise di dedicare tutte le sue energie alla realizzazione di quello che fu il sogno del fratello. Il ruolo di capospedizione venne invece affidato a Peter Aschenbrenner, già membro delle spedizioni del 1932 e 1934.

La spedizione lavorò lentamente sulla montagna, dal versante Rakhiot. La strada da compiere e il dislivello sono veramente alti da questo lato. Al momento di tentare la vetta mancavano ancora tre o quattro campi perché gli alpinisti potessero tentarla in sicurezza, ma non c’era più tempo. Erano ormai ai primi giorni di luglio, così Hermann Buhl e Otto Kempter decisero di tentare il tutto per tutto e raggiungere la cima in un’unica spinta dal quinto campo. 1300 i metri di dislivello ancora da compiere.

Al mattino del 3 luglio la sveglia suonò quindi presto per i due scalatori, ma Kempter non volle saperne di alzarsi. Disse a Buhl di andare e che lui l’avrebbe seguito poco dopo. Alla fine Buhl si trovo a salire in solitaria e senza bombole d’ossigeno sull’inviolato Nanga Parbat. Fu una salita estenuante, supportata dal tè con le foglie di coca, dalla padutina e dal pervitin, un antenato della anfetamine somministrato ai piloti tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Raggiunse la vetta alle 19 del 3 luglio 1953, quando ormai il giorno stava per lasciare spazio al buio della notte. Durante la discesa perse un rampone, cosa che rallentò ulteriormente il suo rientro. Sorpreso ancora in movimento dall’oscurità fu costretto a bivaccare in piedi su una piccola sporgenza, in attesa del sorgere della luna che con i suoi raggi gli avrebbe rischiarato il cammino. Alle 19 del 4 luglio raggiunse finalmente, dopo 40 ore di scalata, la tenda del campo alto. Fu un’impresa unica, mai nessuno prima aveva raggiunto la vetta di un Ottomila inviolato senza bombole e in solitaria (il primo a immaginare e programmare la scalata di un Ottomila in solitaria sarà Reinhold Messner nel 1978, sempre sul Nanga Parbat).

Come tutte le grandi imprese anche questa non fu scevra dalle diatribe umane. Rientrato al campo base il clima fu teso tra Buhl e l’organizzatore della spedizione che non aveva gradito la sua vetta solitaria. Herrligkoffer organizzava le sue spedizioni con lo stesso spirito cameratesco tipico degli anni di dittatura quando ogni vittoria era una conquista dell’intera Nazione. L’unicità del singolo non era ammessa, anche per questo nella relazione finale venne dato grande risalto al lavoro di tutta la squadra, non riconoscendo del tutto la prestazione unica sostenuta da Buhl in quelle 40 ore di fatiche.

Prima invernale

La storia invernale del Nanga Parbat è lunga e complessa. Sono stati necessari trenta anni di tentativi perché la montagna venisse violata in inverno.

Il primo tentativo venne condotto nell’inverno 1988-1989 da Maciej Berbeka insieme ad altri otto alpinisti polacchi, un colombiano e un italiano. Avevano scelto di salire lungo la via Messner del 1970, sulla parete Rupal, ma dovettero presto rinunciare dopo aver raggiunto quota 6500 metri a causa di vento, temperature estreme e pessima meteo. Berbeka, ci riprovò nella stagione 1990-1991 sempre lungo la via Messner, dove venne fermato a circa 6800 metri. Prima di rinunciare decise di fare un ulteriore tentativo lungo la via Schell ma anche questo andò a vuoto. Sempre su questa via ci provarono i francesi Eric Monier e Monique Loscos nell’inverno 1992-1993.

Nel 1997 si recarono al Nanga Parbat due spedizioni, una inglese e l’altra polacca. Gli inglesi non faranno un reale tentativo, chiuderanno infatti la loro spedizione sulla via Kinshofer già nel mese di novembre dopo aver a malapena raggiunto i 6000 metri di quota. I polacchi, guidati da Andrzej Zawada, provarono invece prima a salire dal versante Rupal poi da quello Diamir, qui riuscirono a raggiungere una quota elevata, solo 250 metri dalla vetta, ma i due alpinisti di punta (Krzysztof Pankiewicz e Zbigniew Trzmiel) subirono gravi congelamenti che li costrinsero alla rinuncia. Sicuro di poter chiudere i giochi con facilità Zawada tornò l’inverno successivo sulla Kinshofer, ma quell’anno le condizioni si rivelarono talmente estreme da bloccare la spedizione a circa 6800 metri di quota.

Per lungo tempo il Nanga Parbat, che sembrava quasi inespugnabile, non fu più oggetto di nuove spedizioni invernali poi, nel corso della stagione 2006-2007 fu Krzysztof Wielicki a guidare una nuova spedizione polacca alla montagna. Le violente bufere di neve e vento non permisero grandi risultati. L’inverno successivo fecero poi comparsa al campo base Simone La Terra e Meherban Karim che insieme tentarono di salire lungo la Kinshofer. La loro fu una spedizione sfortunata che si concluse ancora prima di iniziare a causa di una bufera che distrusse la loro tenda mensa e con essa tutte le scorte alimentari.

Nel 2008-2009 toccò nuovamente ai polacchi, con Jacek Teler e Jarosław Żurawski. La stagione successiva ci provò il russo Sergey Tsygankov, che venne però fermato al campo base da un edema polmonare. Oltre a lui si muovono sulla montagna i polacchi Tomasz Mackiewicz e Marek Klonowski. Quello di Tomasz sarà un nome che ritornerà spesso d’ora in poi.

Nel 2011-2012 ci provarono anche Simone Moro e Denis Urubko lungo l’incompiuta Messner-Eisendle (via vista e provata da Reinhold Messner e Hanspetere Eisendle nel 2000, poi completata solo da Tomasz Mackiewicz ed Elisabeth Revol nel corso della stagione invernale 2017-2018). L’anno successivo il francese Joël Wischnewski ci provò dal versante Rupal in solitaria, perdendo la vita. Sempre in questa stagione ci riprovarono anche Mackiewicz e Klonowski, gli ungheresi David Klein e Zoltan Robert e Daniele Nardi con Elisabeth Revol al loro primo tentativo sullo Sperone Mummery. Da qui e per tutte le stagioni successive Nardi tornò con ostinazione a provare la salita dello sperone Mummery; Mackiewicz tentò di scalare il Nanga Parbat per diverse vie, anche lui tornando in ogni stagione; Simone Moro, farà ancora un tentativo prima di quello che lo porterà in cima al Nanga in inverno.

Degno di nota è il tentativo condotto da Daniele Nardi, Alex Txikon e Ali Sadpara  nel corso della stagione 2014-2015 lungo la via Kinshofer. In questa occasione gli alpinisti riuscirono a sfiorare la vetta, fermandosi a poche centinaia di metri da essa. A pregiudicare il tentativo fu un errore nell’individuazione della via sulla piramide sommitale.

Nel corso della stagione 2015-2016, forse anche per merito del tentativo fallito giusto sotto la vetta, il Nanga Parbat fu letteralmente preso d’assalto. Cinque spedizioni provarono in contemporanea la salita della montagna. Fu una stagione veramente strana, dove le notizie più discusse non furono quelle legate alle difficoltà della salita ma alle storie e al gossip di campo base. Ci furono litigate, estromissioni, nuove unioni. Fu quasi un gioco di strategie. Alla fine tentarono la vetta in quattro: Alex Txikon, Ali Sadpara, Simone Moro e Tamara Lunger. Tamara, partita con i compagni, si vide costretta ad arrestare la sua salita a circa 70 metri dalla cima per colpa di problemi legati probabilmente alla quota. In vetta giunsero, sfruttando una buona finestra di bel tempo, Txikon, Sadpara e Moro il 26 febbraio 2016. Gli alpinisti salirono lungo la via Kinshofer, attrezzata con il contributo fondamentale di Daniele Nardi e dei polacchi Adam Bielecki e Jacek Czech.

Vie alpinistiche

Nel corso degli anni sono state aperte diverse vie sul Nanga Parbat, tutte di grande difficoltà. Le principali sono tre, una per ogni versante della montagna.

Via Kinshofer: prima via aperta sul versante Diamir, è oggi il tracciato maggiormente battuto dagli scalatori intenzionati a salire il Nanga Parbat. Aperta nel 1962 da una spedizione guidata da Karl Herrligkoffer porta il nome del tedesco Toni Kinshofer.

Via del primo salitore: aperta nel 1953 dalla spedizione organizzata da Karl Herrligkoffer la via sale per il versante Rakhiot ed è estremamente lunga, per questo poco frequentata.

Via Messner 1970: anche questa aperta da una spedizione guidata da Karl Herrligkoffer, la via rappresenta il primo tracciato sul verticale versante Rupal. A completarne la salita per primi furono i fratelli Messner.

Nel corso degli anni sono state aperte numerose altre vie alpinistiche sulla montagna.

1976 – Un gruppo di alpinisti capitanati da Hans Schell apre sul versante Rupal una via di cui si parla sempre poco, ma che rappresenta un bell’esempio di tracciato pulito e lineare, la via Schell. Il percorso era già stato provato l’anno precedente da Karl Herrligkoffer.

1978 – Dopo otto anni dalla salita della parete Rupal Reinhold Messner ritorna sotto al Nanga Parbat, ai piedi della parete Diamir. Il suo intento è quello di salire la montagna in solitaria e per una via nuova, cosa che al tempo solo pochi alpinisti avrebbero reputato fattibile (la salita solitaria di Buhl fu un evento diverso, in quanto la solitaria non fu programmata intenzionalmente). La linea passa molto a destra dello Sperone Mummery. La salita è stata realizzata in solitaria e in stile alpino.

1985 – I polacchi Jerzy Kukuczka, Zygmunt Heinrich e Slawomir Lobodzinski, con il messicano Carlos Carsolio aprono una nuova via sul pilastro sud-est della parete Rupal.

2005 – Gli americani Steve House e Vince Anderson aprono una via diretta alla parete Rupal. Sale lungo il pilastro centrale e si sviluppa quasi come una goccia d’acqua. Salgono in stile alpino, realizzando una delle ascensioni più belle di tutti i tempi. Salita premiata con il Piolet d’Or.

2008 – Simon Kehrer e Walter Nones portano a compimento una nuova via sul versante Rakhiot. I due proseguono il cammino verso l’alto dopo la morte, per caduta in un crepaccio, del compagno Karl Unterkircher. Impossibilitati a tornare indietro dalla loro posizione decidono di proseguire la salita e sbucare sulla cresta per poi ridiscendere lungo la via del primo salitore. È l’unico modo per salvarsi la vita. Nasce così una via bella, quanto tragica, diretta sulla parete Rakhiot.

2012 – Lo scozzese Sandy Allan e l’inglese Rick Allen realizzano la prima salita della cresta Mazeno impiegando 17 giorni per completare la salita e fare ritorno al campo base. Impresa premiata con il Piolet d’Or.

2018 – In gennaio Tomasz Mackiewicz ed Elisabeth Revol completano la via Messner-Eisendle in stile alpino e in inverno. Purtroppo durante la discesa Mackiewicz viene gravemente colpito dai sintomi del mal di montagna. La compagna cerca di aiutarlo a scendere fin quando, ormai stremata, è costretta a lasciarlo per salvarsi la vita. La Revol verrà poi tratta in salvo da una missione di salvataggio che vedrà l’intervento di Denis Urubko e Adam Bielecki.

Salite degne di nota

1984 – La francese Liliane Barrard è la prima donna a raggiungere la cima del Nanga Parbat. Con lei il marito Maurice Barrard.

1985 – Una spedizione di sole donne, tutte polacche capitanate da Wanda Rutkiewicz, raggiunge la vetta del Nanga Parbat.

1990 – Hans Kammerlander realizza la prima discesa integrale con gli sci del Nanga Parbat. Con lui si trova lo svizzero Diego Wellig, che ha sciato dalla cima nord.

Altri eventi storici importanti

Quella del Nanga Parbat è una storia costellata di tragedie alpinistiche, ma non solo. Nel 2013 al campo base del versante Rakhiot accadde un evento senza precedenti storici. La sera del 22 giugno un gruppo armato fece irruzione uccidendo undici alpinisti e il cuoco della spedizione. Un episodio non collegato a quelle che sono le tensioni politiche dell’area, ma legato a un tentativo di rapimento con conseguente richiesta di riscatto, qualcosa probabilmente andò storto e l’esito fu una vera e propria strage.

Nel 2005 lo sloveno Tomaž Humar tentò l’apertura in solitaria di una nuova via sul versante Rupal del Nanga Parbat. Rimase bloccato per giorni in parete, a causa del maltempo, e solo un rischioso intervento di salvataggio con l’elicottero gli salvò la vita.

Nell’inverno 2018-2019 l’italiano Daniele Nardi e l’inglese Tom Ballard morirono nel tentativo di aprire la via lungo lo Sperone Mummery, già tentata da Nardi in altri precedenti tentativi.

Guida al Nanga Parbat

Raggiungere le pendici del Nanga Parbat può essere più o meno semplice, dipende dal versante cui si intende giungere.

La prima cosa da fare è prendere un biglietto aereo per Islamabad, dalla capitale del Pakistan le opzioni sono due: prendere un volo interno per Gilgit, oppure risalire via terra lungo la Karakorum Highway (esperienza da fare almeno una volta nella vita). Chi sale via terra avrà il piacere di poter ammirare il versante Rakhiot della montagna già durante l’avvicinamento.

Da Gilgit si prosegue in auto in direzione di Astor e poi Tashring, da cui parte il trek che raggiunge il versante Rupal della montagna. Proseguendo in auto per tre ore si raggiunge invece il Ponte Rakhiot, sull’Indo, da cui inizia l’avvicinamento a Fairy Meadows e quindi al versante Rakhiot. Sempre proseguendo in auto da Tashring si può raggiungere, in quattro ore d’auto, Bunar da cui si parte per il versante Diamir.

Per realizzare questi trek ai campi base è necessario pagare un permesso, lo steso vale per chi volesse salire la montagna. Rispetto agli altri Ottomila pakistani il Nanga Parbat è più economico. Nonostante questo la burocrazia da sbrigare è molta, il consiglio è quindi quello di rivolgersi a un’agenzia specializzata. Ne esistono molte affidabili sia in Italia che sul posto.

Dopo l’attentato del 2013 chi intende raggiungere il campo base del Nanga Parbat viene accompagnato da una scorta armata.

Il Nanga Parbat nella filmografia

  • Nanga Parbat, H. Ertl, 1953 (racconto della prima ascensione)
  • Nanga Parbat, J. Vilsmaier. 2010 (racconto della tragedia del 1970)
  • Verso l’ignoto, F. Santini, 2016

Il Nanga Parbat nei libri

  • Nanga Parbat in solitaria, R. Messner, 1990, De Agostini
  • La montagna nuda, R. Messner, 2004, Corbaccio
  • È buio sul ghiacciaio, H. Buhl, 2007, Corbaccio
  • Nanga Parbat. La montagna del destino, R. Messner, 2008, Mondadori Electa
  • È la montagna che chiama, S. Kehrer, W. Nones, 2009, Mondadori
  • Oltre la montagna, S. House, 2010, Priuli & Verlucca
  • Razzo rosso sul Nanga Parbat, R. Messner, 2010, Corbaccio
  • Solitudine bianca, R. Messner, 2012, Priuli & Verlucca
  • Nanga Parbat 1970, J. Hemmleb, 2012, Versante Sud
  • Tomaž Humar. Prigioniero del ghiaccio, B. McDonald, 2012, Versante Sud
  • L’ultimo abbraccio della montagna, S. Unterkircher, C. Marrone, 2012, BUR
  • In vetta al mondo, D. Nardi, D. Ricci, 2015, BUR
  • Nanga Parbat. La Montagna leggendaria, G. L. Gasca, 2016, Alpine Studio
  • La cresta infinita. La Mazeno Ridge del Nanga Parbat, S. Allan, 2017, Alpine Studio
  • La via perfetta. Nanga Parbat: Sperone Mummery, D. Nardi, A. Carati, 2019, Einaudi
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4 Commenti

  1. Non si dice che anche la Revol con il “matto idealista” ci è salita d’inverno, ma in stile alpino e per una via nuova,
    Sicuramente questa è la notevole salita invernale, poco commercializzata, anche se lui è morto e lei in basso è stata raggiunta da soccorritori.

    1. A me sembra di averlo scritto e lo leggo anche. Semplicemente si trova nella sezione dedicata alle “Vie alpinistiche” e non in quella sulla “Prima invernale”, non essendo la prima invernale.
      Gian Luca

      1. Hai ragione l’avevo vista e poi mi sono espresso molto male, volevo solo evidenziarla.
        Mi scuso., volevo correggere, ma non si può.
        Per me è la salita sul Nanga più importante, dopo il 2012 della Mazeno.
        Non una prima, ma loro erano “poveri”, in due, d’inverno, con una via quasi nuova, in stile alpino.
        Per me questa è la vera invernale moderna e tutta nello storia dello stile essenziale di tanti grandissimi alpinisti (Buhl, Mesnner, House Andersen, Allan Allen) su quella montagna.

        1. Si certo Paolo, ma a che prezzo?
          Non fosse stato per il soccorso non sapremmo neanche della salita.
          Bella e emozionante per carità… ma con un grosso ma..
          Arrivato in cima sei a metà via.

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