Alta quota

Steve House: nell’alpinismo è normale sfidare i propri limiti

“You are a living legend!”. “Living, not legend” ci rimbecca subito imbarazzato Steve House. Presentarlo non è necessario. È un fuoriclasse dell’alpinismo, un innovatore che ha saputo portare con convinzione lo stile alpino in altissima quota.

L’amore per l’ambiente e per la montagna l’hanno portato a minimizzare le attrezzature, a scegliere scalate pulite stilisticamente ed eticamente. Non si lasciano materiali in quota, ce lo ha dimostrato nel 2005 quando insieme a Vince Anderson si è reso protagonista di un’impresa unica: in una settimana aprono una nuova via sul Pilastro Centrale della parete Rupal del Nanga Parbat scalando in stile alpino i 4100 metri di ghiacciato muro verticale fino a raggiungere la vetta della montagna. Un “viaggio fisico e mentale durato anni” l’avrebbe poi definito House, un’avventura unica nel suo genere che ha lasciato un segno indelebile nella storia della nona montagne del Pianeta e che è valsa ai due il Piolet d’Or 2006. Il Nanga Parbat è stata la più grande e nota delle sue imprese, ma il suo alpinismo non si è limitato a questa impressionante via. Scopriamo qualcosa in più su questo eccezionale alpinista che abbiamo incontrato a ISPO presso lo stand Grivel.

Steve, l’anno scorso hai deciso di lanciare una serie di “video-tutorial” dedicati ai principi dell’alpinismo. Non tratti di tecniche ma di come fallire con successo, di come essere realistici nel calcolo di un progetto, di come prepararsi a ogni eventualità. Com’è nata quest’idea?

“Insegnare le tecniche, imparare a utilizzare i materiali, è facile. Ben più difficile è insegnare alle persone come prendere le giuste decisioni. Scegliere richiede esperienza e flessibilità. La mia speranza è, attraverso questi video, utilizzare le mie competenze per insegnare agli appassionati come prendere le giuste decisioni.”

Quale pensi sia il principio fondamentale dell’alpinismo?

“Tornare al campo base.”

Più di una volta scalando ti sei portato ai tuoi limiti. Che valore dai al concetto di limite nell’alpinismo?

“Tutti gli alpinisti si trovano nel corso della loro carriera ad andare oltre i propri limiti. Alcune volte va bene, in altre occasioni ci si mette la sfortuna. È importante per un alpinista non porsi limiti, ma sapere fin dove spingersi, avvicinarsi a questi e fare tutto quel che è nelle proprie capacità per ritornare sani e salvi al campo base.

Con il passare delle fasi della vita la concezione dei limiti cambia. Oggi, che ho 50 anni, la penso diversamente rispetto a quando ne avevo 20. A 24 anni ho rischiato molto a causa di una caduta, oggi preferisco le avventure condivise con i miei amici. Esperienze vissute insieme, con il solo obiettivo finale di ritornare sempre a casa dalle nostre famiglie.”

Torniamo indietro di 15 anni, al 2005. Quanto siete andati oltre sul Nanga Parbat?

“Quello è stato un momento unico, in cui ci siamo spinti ben oltre il limite possibile. Ricordo ancora oggi la mezzanotte del terzo giorno come uno dei momenti più difficili da gestire in quella esperienza.”

Eravate convinti di potercela fare ad arrivare in vetta?

“Sapevamo di potercela fare, ma solo nel caso in cui le condizioni meteo fossero state favorevoli. Come sempre la decisione finale spetta alla montagna, nonostante fisico e determinazione al top.”

Da sempre il tuo stile alpinistico è molto attento al territorio, come vivi il connubio tra alpinismo e ambiente?

“Sul Nanga Parbat abbiamo cercato di riportare giù tutti i materiali utilizzati, e non solo. Abbiamo anche recuperato i residui di una spedizione coreana, pulendo la montagna. Credo sia sufficiente un po’ di attenzione in più per riuscire a fare un alpinismo in armonia con la natura.

È bene però fare attenzione a non parlare di ‘totale armonia con la natura’. Portiamo giù i rifiuti, ma arriviamo in Pakistan con l’aereo.”

Cosa pensi invece di chi sale i colossi himalayani con uno stile classico, utilizzando ossigeno e corde fisse?

“Questo delle spedizioni di massa che salgono con corde e ossigeno per ora è un problema limitato a Everest e K2. Fino a cinque anni fa solo al K2. In generale però non lo vedo come un male, bisogna però ricordare a chi sale di riportare a valle tutto il materiale utilizzato.”

Fino a ora abbiamo parlato del tuo alpinismo. Ci racconti qualcosa in più su di te, sulla tua passione per la montagna?

“Ho iniziato ad andare in montagna con mio papà. A 18 anni poi mi sono trasferito per ragioni di studio in Slovenia e la passione è diventata ancora più forte. Ho iniziato a salire le montagne della Carnia e mi sono iscritto al club alpino partecipando ai corsi di alpinismo. Un anno dopo sono partito per la prima spedizione e nel 1990 ho avuto il mio primo approccio con l’altissima quota salendo la via Shell sulla parete Rupal.”

Qual è stato uno dei momenti più intensi della tua carriera alpinistica?

“Sicuramente quando ho raggiunto la vetta del K7, ricordo che mancava ancora un’ora al tramonto e arrivare li sopra è stato magico. Dalla cima si vedono le torri di Trango, il Muztagh Ata, i Gasherbrum e il Chogolisa vicinissimo. Un panorama celestiale.

Di quell’esperienza ho impressa sia la cima che il ritorno a campo base. Sono sceso col buio, ripescando qualche fotogramma dalla mente ho vivida l’immagine dei boschi, del verde della valle. Il ritorno alla vita.”

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Un commento

  1. Grande Steve. Il suo è stato il primo libro di alpinismo che abbia letto, ed è tutt’ora una bibbia.

    Poche parole, poche polemiche, poca pubblicità… solo fatti. Nel decennio del 2000 è stato forse il migliore degli alpinisti occidentali (a parer mio assieme a Tomaz Humar – benchè quest’ultimo diametralmente opposto)

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