Gente di montagna

Hans Kammerlander

“Affinché si realizzi il possibile si deve sempre tentare l’impossibile.”Hans Kammerlander

Nella sua vita ha più volte dimostrato che l’impossibile è solo qualcosa che non è ancora stato fatto. Nel suo curriculum figurano oltre 2500 salite, tra cui 50 prime ascensioni. È stato uno degli alpinisti più forti del suo periodo, un vero innovatore dell’himalaysmo.

Spesso in spedizione con Reinhold Messner, insieme scalano sette dei quattordici Ottomila riuscendo inoltre a portare a termine il primo concatenamento di due Ottomila: Gasherbrum I e Gasherbrum II, nel 1984. Indiscusso fuoriclasse dell’himalaysmo ha aperto due nuove vie, su Cho Oyu e Annapurna; mentre con gli sci ha sceso Nanga Parbat ed Everest.

La vita privata 

Hans Kammerlander nasce il 6 dicembre 1956 ad Acereto, frazione di Campo Tures, in Trentino-Alto Adige, circa cento chilometri a nord ovest rispetto a Bolzano. Sesto figlio di una umile famiglia contadina la mamma di Hans passa a miglior vita che lui ha appena dieci anni. È il papà, calzolaio e contadino, a impartire l’educazione ai figli, anche se a occuparsi materialmente di loro è la sorella più grande.

La montagna diventa presto parte integrante del suo DNA. La sua prima montagna fu il Picco Palù (3059 m) raggiunta a 8 anni seguendo di nascosto due escursionisti e, da quel giorno, ne vennero molte altre. Negli anni successivi la montagna divenne per Hans il suo terreno d’avventura preferito, nonostante non avesse alcuna nozione tecnica d’alpinismo. Fu il fratello maggiore Alois, guida alpina, ad avvicinare un quindicenne Kammerlander a una montagna vissuta con più sicurezze. I due furono poi per molti anni compagni di cordata sulle pareti di casa.

Ogni minuto libero dai duri lavori della campagna Kammerlander lo dedicò alla montagna, agli allenamenti e all’esplorazione di nuove cime a lui ancora sconosciute. In poco tempo si portò a casa le tre classiche nord delle Alpi (Cervino, Eiger, Grandes Jorasses) e ottenne il brevetto di guida alpina e maestro di sci. Lasciate così le attività legate alla campagna Hans poté dedicarsi alla montagna a tempo pieno. Per anni lavorò presso la scuola alpina sudtirolese diretta da Reinhold Messner, di cui prese il posto nel 1988 portando avanti l’incarico fino al 2003. L’incontro con il “Re degli Ottomila” lo introdusse all’altissima quota, cambiando per sempre la sua vita.

Nel novembre 2013 Hans è stato protagonista di un grave incidente stradale che ha visto coinvolte 6 auto da cui l’alpinista si è salvato riportando una frattura multipla alla gamba destra, un coinvolgimento del ginocchio e un forte shock. Peggio è invece andata a un giovane 22enne che ha perso la vita nello scontro. L’inchiesta successiva ha poi stabilito come l’incidente sia stato causato dallo stesso Kammerlander, messosi alla guida sotto l’effetto dell’alcool: nel suo sangue è stato rivelato un tasso alcolemico superiore di quasi tre volte al limite consentito. “Il momento più duro” per la vita dello scalatore.

Kammerlander vive tutt’ora ad Acereto con la sua famiglia, è un grande appassionato di auto d’epoca ed è titolare di un negozio di attrezzatura da montagna ad Anif, nel Salisburghese.

Gli 8000

Kammerlander ha all’attivo ben dodici dei quattordici Ottomila. Il tredicesimo, lo Shisha Pangma salito in solitaria, non gli è stato ufficialmente riconosciuto. Era il maggio 1996 e una violenta bufera imperversava su tutta l’Himalaya. Mentre Hans, in condizioni proibitive, si preparava a raggiungere la vetta dell’Ottomila più basso sull’Everest perdevano la vita 8 alpinisti in una delle tragedie più discusse e note dell’Himalaya. Forti venti, freddo e visibilità pari allo zero non hanno scoraggiato lo scalatore che ha comunque continuato raggiungendo quella che supponeva fosse la vetta principale. In realtà si trovava sulla cima Centrale, 19 metri più bassa rispetto al punto più alto.

Il suo quattordicesimo Ottomila, il Manaslu, fu invece la sua piaga più nera. Tentato per la prima volta nel maggio 1991 insieme a due amici altoatesini, tutti ottimi alpinisti, la spedizione si trasformò presto in tragedia. Durante la salita verso la vetta il gardenese Karl Großrubatscher fu vittima di una caduta fatale. Poco dopo, a causa di un mutamento della meteo, si scatenò una furiosa tempesta. Friedl Mutschlechner, uno dei migliori amici di Hans, venne ucciso da un fulmine. Kammerlander sopravvisse per fortuna, strisciando a terra fino alla piccola tenda del campo. Il Manaslu divenne così tabù e non fu più oggetto di nuove spedizioni. “Odio questa montagna che mi ha strappato gli amici” dichiarò nel 2001, a dieci anni dall’incidente, al quotidiano Repubblica. Finì così l’ambizione dell’altoatesino di eguagliare l’amico Messner completando anche lui la salita delle quattordici vette più alte del pianeta. Questo fino all’autunno 2017 quando decise di tornare sulla montagna per chiudere i conti con il passato e per girare alcune scene del suo film autobiografico “Manaslu”. Questa volta la meteo fu sempre favorevole all’alpinista, ma le abbondanti precipitazioni nevose che precedettero l’arrivo della spedizione gli impedirono comunque di superare quota settemila. “Ora sono in pace. Credo di essere arrivato alla fine di questo percorso. Non è mai stata davvero la vetta quello che cercavo, sarebbe stato qualcosa in più. Ho solo voluto essere più vicino a Friedl e a Karl” dichiarò una volta rientrato dalla spedizione.

Lasciata la corsa ai 14 Ottomila Hans si è dedicò, e portò a termine il 3 gennaio 2012, alla salita delle Second Seven Summits, le sette seconde cime più alte di tutti i continenti. Un progetto ambizioso e molto più complesso rispetto a quello delle Seven Summits.

Sciatore estremo

Sciatore provetto sul finire degli anni Ottanta Hans porta lo sci sugli Ottomila scrivendo pagine impressionantemente affascinanti sulle più alte montagne del pianeta. Non è stata una scelta improvvisata, ma il risultato di un lungo percorso che l’ha visto prima cimentarsi sui difficili canali delle montagne di casa, sulle Alpi dello Zillertal e sulle Dolomiti, per poi portare quell’esperienza dove l’aria si fa rarefatta.

Nel 1990, insieme a Diego Wellig, raggiunse la base della parete Diamir del Nanga Parbat con l’intenzione di sciarla. Nessuno prima ci era mai riuscito e l’impresa ebbe un’eco mediatica pazzesca. Sarebbe potuta finire malissimo, giusto sotto la vetta il distacco di una lastra di neve avrebbe potuto portare a un tragico epilogo. “Sicuramente una grande impresa, ma mai più una cosa simile” avrebbe dichiarato Hans al rientro da questa stupenda prima. Sei anni dopo, nel 1996, ecco di nuovo Kammerlander partire verso un Ottomila con gli sci. Questa volta l’obiettivo è l’Everest. Salito dal versante tibetano, l’altoatesino raggiunse la vetta della montagna in solitaria e senza ossigeno supplementare nel tempo record di 16 ore e 40 minuti con l’intenzione di fare qualcosa che nessuno prima di lui aveva mai immaginato possibile: sciare la più alta montagna della terra. Ci riuscì toccando l’apice della sua carriera alpinistica.

Nel 2001, nuovamente con gli sci in spalla, raggiunse la vetta del K2 con l’ambizione di essere il primo uomo a tracciare curve sulle sue nevi perenni. Questo sogno si infranse poche centinaia di metri sotto la vetta, sia per il peggioramento delle condizioni meteo che per lo shock dell’essersi visto passare a fianco il corpo di un alpinista coreano con cui aveva condiviso la vetta. In tanti proveranno quest’impresa che riuscirà solo al polacco Andrzej Bargiel nel 2018.

Libri

  • Malato di montagna, Corbaccio, 1990
  • Sopra e sotto – storie di montagna, Corbaccio, 2004
  • Appeso a un filo di seta – il K2 e altre esperienze estreme, Corbaccio, 2005
  • Alti e bassi della mia vita, Corbaccio, 2019

“Questa ‘malattia’, è anche una dipendenza. Non pensavo d’essere dipendente dalla montagna. L’ho capito negli ultimi metri dell’Everest, quella volta ero stremato, ma ho sentito che se non avessi raggiunto la cima sarei dovuto tornare lassù, dentro di me ne avevo troppo bisogno.” Hans Kammerlander

 

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