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Alpinismo

Himalaya, chi sono gli alpinisti più attivi?

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L’Himalaya, intesa nel senso più generale del termine, è un grande parco giochi che attrae ogni anno centinaia e centinaia di appassionati. Basta guardare i numeri dell’Everest e degli altri colossi del Pianeta, per capire quali sono le masse che assediano le più alte vette con l’ambizione di poterne calcare le nevi sommitali, molti dei quali affidandosi a spedizioni commerciali. Organizzazioni più o meno grandi che si occupano di tutto: dalla burocrazia all’allestimento del campo base, dalla preparazione della via sulla montagna all’eventuale evacuazione per problemi medici. Ai clienti paganti non rimane altro da fare che salire, un passo alla volta, spesso utilizzando l’ossigeno sopra i 6000 metri.

Tra i tanti scalatori esiste però un piccolo sottogruppo di uomini preparati e competenti, ma con differenti livelli tecnici, in grado di affrontare le altissime quote senza bisogno di affidarsi ad agenzie che gli attrezzino la via. Sono poche manciate di uomini, al cui interno si possono trovare dei veri e propri fuoriclasse dell’alpinismo.

Francois Cazzanelli in vetta all'Everest. Foto Francois Cazzanelli
François Cazzanelli in vetta all’Everest. Foto François Cazzanelli

Ci sono gli “ottomilisti” nudi e crudi, sognatori che collezionano vette spuntando, anno dopo anno, un gigante dalla lista. Il nostro Marco Confortola, con all’attivo dieci cime, è tra questi. Di certo partirà anche quest’anno, alla ricerca del suo undicesimo Ottomila tra: Kangchenjunga, Nanga Parbat, Gasherbrum I e Gasherbrum II. Come lui anche lo spagnolo Carlos Soria, ad ottant’anni compiuti, continua a Salire in cerca di quelle due montagne ancora mancanti alla sua collezione. Il connazionale Òscar Cadiach invece, dopo aver completato la sua corsa nel luglio 2017 sulla cima del Broad Peak (8047 m), ha scelto di tornare in Himalaya per dedicarsi a qualcosa di fresco e interessante come l’apertura di una via sul Gyachung Khan (7952 m), montagna poco conosciuta ma molto affascinante tra i “quasi Ottomila” nelle vicinanze dell’Everest.

Coppia per eccellenza dell’alpinismo Himalayano è la cordata, in montagna come nella vita, formata da Nives Meroi e Romano Benet. I due alpinisti friulani, dopo aver completato la loro corsa agli Ottomila nel maggio 2017 sulla vetta dell’Annapurna, sono da poco ripartiti per l’estremo Est himalayano alla ricerca di una montagna riservata e poco conosciuta, il Kangbachen (7902 m, Kangchenjunga). L’obiettivo è quello di aprire una via nuova, in stile alpino, lungo l’ancora inviolata parete Sud.

Tra gli “ottomilisti” impossibile non citare il giovane valdostano François Cazzanelli, guida del Cervino e promettente alpinista che si sta rapidamente mettendo in mostra con salite interessanti e ottime prestazioni fisiche. Ne è un esempio il concatenamento di Everest e Lhotse realizzato la scorsa primavera con Marco Camandona, altro nome molto attivo in Himalaya da oltre vent’anni. Rimanendo tra i valdostani una menzione la merita anche Hervé Barmasse che nel maggio 2017 si è cimentato sul suo primo (e per ora unico) Ottomila percorrendo la parete Sud dello Shisha Pangma (8027 m), in compagnia del tedesco David Göttler, fermandosi però a tre metri dalla vetta per ragioni di sicurezza.

Adam Bielecki sul Baltoro, al campo Concordia. Foto Adam Bielecki Fcebook
Adam Bielecki sul Baltoro, al campo Concordia. Foto Adam Bielecki Fcebook

Qualcuno poi ha un curriculum molto vario e un grande amore per l’aria rarefatta, tanto da tornarci costantemente, ogni anno, sempre però con obiettivi diversi tra loro per stile, stagione e ambizione. Il polacco Adam Bielecki, per esempio, fa parte di questa categoria. Le sue mire alpinistiche l’han portato ad affrontare salite estive, in stile alpino; e lo porteranno a tentare una nuova via sull’Annapurna, sempre con lo stesso stile. Il suo alpinismo è però quello invernale, stagione in cui è riuscito nella prima salita di Gasherbrum I e Broad Peak. Maestro tra gli himalaysti invernali è certamente Simone Moro, con all’attivo quattro prime ascensioni, ma non solo. Il curriculum del bergamasco è molto lungo e non limitato ai soli Ottomila. Con lui hanno scalato in molti, tra questi il fuoriclasse kazako Denis Urubko. Figlio dell’ex Unione Sovietica è una vera e propria macchina da guerra dell’alpinismo: in 42 giorni scala i cinque Settemila dell’URSS e in nove anni completa la salita dei quattordici Ottomila, aprendo due nuove vie su Cho Oyu e Manaslu. La sua attività continua tutt’ora, principalmente nel corso della stagione invernale che per lui segue criteri meteorologici con inizio il primo dicembre e termine il 28 febbraio.

Meno rigido sui principi, ma certamente protagonista delle ultime stagioni fredde è Alex Txikon. Forte scalatore basco che, dopo la vetta del Nanga Parbat il 26 febbraio 2016 con Simone Moro e Ali Sadpara, si è dato all’alpinismo invernale sulle più alte montagne della terra. Unica regola da seguire: arrivare al campo base dopo il solstizio d’inverno e terminare la spedizione entro il 21 marzo. Dopo aver passato due stagioni all’Everest, con l’obiettivo di realizzare la “prima salita invernale integrale senza ossigeno” della più alta montagna del Pianeta, Alex quest’anno si è cimentato sull’inviolato K2, riuscendo anche ad ottenere ottimi risultati.

Oltre a lui, sulla seconda montagna della terra, si trovava un’altra spedizione guidata dal kazako Vassily Pivtsov, alpinista con all’attivo la salita del quattordici Ottomila che già nell’inverno 2002-2003 aveva tentato il K2 invernale con la spedizione guidata da Krzysztof Wielicki.

Andrzej Bargiel in partenza per campo 1 sul K2. Foto Andrzej Bargiel Facebook
Andrzej Bargiel in partenza per campo 1 sul K2. Foto Andrzej Bargiel Facebook

Infine, un piccolissimo gruppo di uomini che si conta sulle dita di una mano, sceglie di affrontare gli Ottomila con gli sci. Non sono mai stati tanti gli himalaysti che han pensato di muoversi oltre la linea della morte con le assi, sciare lassù è tutto fuorché piacevole. Per alcuni però è l’essenza stessa della montagna e non riescono a fare a meno di quella sensazione, dello scivolare tracciando curve anche alle quote più alte. Tra i più attivi in questi ultimi anni i nomi più ricorrenti sono quelli di Vitaly Lazo e del suo compagno Anton Pugovkin che nel 2017 hanno dato il via al progetto “Death zone freeride”. L’obiettivo? Semplice ma ambizioso, sciare cinque dei quattordici Ottomila. Quest’anno toccherà al Nanga Parbat e con loro ci sarà anche l’italiano Carlalberto “Cala” Cimenti che negli ultimi anni si è distinto per le sue realizzazioni sciistiche a quota ottomila, ma non solo. L’anno scorso, insieme al fidato compagno Matthias Koenig, è stato protagonista di una bella realizzazione sull’ambito Laila Peak (6096 m). Sciata tentata qualche anno prima anche da Enrico Mosetti, guida alpina friulana e fuoriclasse dello sci estremo, che ogni tanto ritorna in Himalaya per qualche interessante progetto. Ultima delle sue realizzazioni la salita del Chareze Ri North (5950 m, India) con apertura di una nuova via lungo lo spigolo Nord-Est insieme a Davide Limongi, Federico Martinelli, Federico Secchi e Luca Vallata.

Impossibile non citare, tra gli sciatori, il polacco Andrzej Bargiel. Ragazzo minuto ma dalle prestazioni fisiche impressionanti tanto da riuscire ad aggiudicarsi lo Snow Leopard in appena 29 giorni 17 ore e 5 minuti oltre a salire, in un tempo di 14 ore e 5 minuti, il Manaslu. Non solo questo però, nel suo curriculum ci sono anche la discesa con gli sci di Shisha Pangma e Broad Peak, ma la sua realizzazione più importante è certamente quella dello scorso luglio sul K2 quando il giovane è riuscito nella prima discesa integrale dalla vetta della montagna.

Salendo lungo "Amman in Kashmir". Foto Marcello Sanguineti/Gian Luca Cavalli/Michele Focchi
Salendo lungo “Amman in Kashmir”. Foto Marcello Sanguineti/Gian Luca Cavalli/Michele Focchi

Scendendo di quota, ma aumentando probabilmente le difficoltà tecniche, si scopre un altro alpinismo. Un incontro tra uomo, roccia e ghiaccio quasi di nicchia, per specialisti dell’alta montagna. Qui succede qualcosa di particolare, si entra in un altro mondo, spesso poco mediatizzato, dove però si produce tanto e si portano a casa grandi risultati. Solitamente non sono affezionati dell’Himalaya, quanto alpinisti che si muovono in giro per le montagne del mondo alla ricerca della parete più interessante, del problema da risolvere o della cima inviolata. Ne fanno parte l’italiano Tomas Franchini, nel 2016 apritore in solitaria di una nuova via sull’inviolata parete Ovest del Monte Edgar (6618 m), in Cina; Nico Favresse, autore con Carlos Molina, Maynadier Mathieu e Jean-Louis Wertz, della salita di due cime inviolate di 6000 metri in Karakorum; e ancora la prima ripetizione della Nord del Changabang (6864 m, Himalaya indiano) realizzata dai francesi Léo Billon, Sébastien Moatti e Sébastien Ratel nel maggio 2018. Questa parete, salita nel 1997 dalla cordata inglese Cave-Murphy in dieci giorni, ha rappresentato per anni uno dei principali problemi dell’alpinismo.

Non tutti giovani gli alpinisti in cerca di salite tecniche in Himalaya. Né è un esempio il roveretano Maurizio Giordani, classe 1959, che continua a stupire con la salita dell’inviolato Kiris Peak (5428 m, Pakistan). Con lui anche l’inglese Mick Fowler, classe 1956, non è più un ragazzino, ma continua la sua attività alpinistica. Si sta infatti preparando a tornare in Himalaya, insieme a Victor Saunders, con l’ambizione di scalare un Seimila inviolato. La loro ultima volta ad alta quota fu nel 2016 quando raggiunsero la vetta del Sersank (6100 m, Himalaya indiano) passando per l’inviolata parete Nord, poi un lungo stop dovuto alla grave malattia di Fowler e ora il ritorno all’alpinismo. La carriera alpinistica di Fowler è lunghissima, sono tante le scalate da inserire nel palmares, soprattutto in Himalaya. Tre di queste gli sono valse anche la vittoria di altrettanti Piolets d’Or, gli oscar dell’alpinismo.

Rimanendo in tema di riconoscimenti una citazione la meritano anche Marcello Sanguineti, Michele Focchi e Gian Luca Cavalli. Tre alpinisti per passione, ma non per professione, che si sono meritati la candidatura ai Piolets d’Or 2018 per la via Amman in Kashmir sulla parete Nord-Est del Fiost Broq (5850 m, Pakistan). Con loro anche l’altoatesino Simon Gietl è stato nominato la salita su una delle montagne più belle del mondo, lo Shivling (6543 m, Garhwal indiano), con Vittorio Messini. Rimanendo tra gli scalatori di lingua tedesca un nome noto e particolarmente attivo sulle cime minori dell’Himalaya è quello di Hansjörg Auer, scomparso nei giorni scorsi travolto da una valanga in Canadache, sei anni dopo uno strepitoso free-solo della Via attraverso il Pesce sulla Sud della Marmolada, è approdato in Himalaya portando con se il suo grande bagaglio tecnico con cui ha messo a segno numerose prime salite su montagne di sei e settemila metri, alcune delle quali sono raccontate nella pellicola “No Turning Back”. Infine, tedeschi di lingua e di fatto, i fratelli Thomas e Alexander Huber rappresentano una delle coppie alpinistiche più produttive al mondo. I due hanno scalato quasi in ogni continente dedicandosi però molto anche a quell’universo che è rappresentato da Himalaya e Karakorum. Nel 2017 Thomas, con Stephan Siegrist e Julian Zanker, ha realizzato una nuova via sulla parete Nord-Ovest del Cerro Kishtwar (6155 m, Himalaya indiano); Alexander è invece andato in Karakorum la scorsa estate con Fabian Buhl portando a casa una lunga e difficile via di misto sul Choktoi Ri (6166 m, Pakistan). I due fratelli non erano insieme nel corso delle loro ultime due realizzazioni ma, in futuro, non mancherà certo occasione per rivederli su qualche bella verticalità ancora da tracciare.

Sarebbero ancora tanti i nomi da inserire. Alcuni più affezionati, altri meno. Alcuni sono stati delle meteore dell’himalaysmo, altri si sono presi una pausa ma certamente torneranno. Ogni anno l’Himalaya è un brulicare di sognatori disposti a soffrire freddo, solitudine e condizioni di vita a volte tragiche pur di raggiungere qualcosa di totalmente inutile, ma immensamente bello.

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