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Interviste, Primo Piano

Enrico Mosetti: nel ripido cerco la qualità

Figlio delle Alpi Giulie, Enrico Mosetti, ha lasciato un labile segno su montagne esotiche, distanti migliaia e migliaia di chilometri dalle nostre latitudini. Una transitoria traccia scomparsa in poco tempo sotto lo sferzare del vento, ma impressa per sempre nella storia dello sci estremo. Classe 1989, “il Mose”, ha raccolto l’eredità del fuoriclasse dello sci estremo Mauro Rumez tra quelle montagne dell’Est che ha affrontato e affronta tutt’oggi con le sue assi. Grazie a Rumez si è infatti innamorato di cime lontane, come quelle neozelandesi dove Mosetti ha saputo lasciare la sua traccia per ora più bella, ma ancora tante han da venire.

Lasciamo però che sia l’atleta Ferrino e Black Crows a raccontarci di sé e del suo sci.

 

Come ti sei avvicinato al mondo della montagna?

È una passione di famiglia che inizia, credo, con il mio nonno paterno. Ricordo che già prima che iniziassi a camminare papà mi portava nello zaino, poi pian piano ho iniziato ad andare con le mie gambe. Imparato a camminare ho anche quasi subito inforcato il mio primo paio di sci.

Avevo due anni e mezzo quando la mamma mi ha portato a sciare per la prima volta.

Crescendo non li hai più lasciati…

Si, verso i 14 anni ho iniziato a fare sci alpinismo grazie a una guida amica di famiglia che aveva accettato di portarmi e tenermi nel corso, nonostante fossi così giovane. Dopo il corso con questa guida ho potuto imparare tanto perché ha continuato a portarmi in montagna, a scalare su ghiaccio e roccia.

Qual è stata la tua prima volta su ripido?

A 17 anni, sulle Alpi Giulie, lungo il canalone Huda Paliza (Cima di Terrarossa, 1420 m). Una discesa di circa 800 metri.

I tuoi genitori lo sapevano?

I miei sapevano che andavo in bivacco per una notte. Non sapevano cosa sarei invece andato a fare. Quando gliel’ho raccontato, al mio rientro, si sono arrabbiati tantissimo, soprattutto mio papà che si rendeva conto di quel che avevo fatto. Mia mamma invece non era ancora pienamente cosciente e si preoccupava di meno.

Poi?

Ho continuato a sciare iniziando a crearmi un gruppo di amici con cui andare alla ricerca di nuove linee e poi, a 23 anni, ho iniziato il corso guide.

Andiamo avanti, al 2015, quando parti da solo per il Sud America, esperienza che ti ha consacrato all’interno del mondo dei professionisti…

Si, anche se all’inizio avevo in mente qualcosa di totalmente diverso. Sembrava che mi dovessi operare ai piedi a causa di un problema legato agli scarponi, mi sarei quindi perso buona parte della primavera e tutta l’estate. Così ho iniziato a progettare un viaggio in Cile, per sciare qualche vulcano. Alla fine però sono riuscito a risolvere il problema in modo molto più semplice e mi sono anche trovato a cambiare meta.

Come mai?

Stavo rileggendo il libro di Marco Siffredi (alpinista e snowboarder francese scomparso sull’Everest all’età di 23 anni, nda), lui era stato in Perù, in Cordillera Blanca, così cambiai idea e scelsi queste montagne. Sarei dovuto partire insieme a un fotografo americano, che alla fine però ha scelto di non venire, così sono partito da solo.

È stata la tua prima esperienza oltre i 4000 metri, come si scia a quelle quote?

Si, la mia prima volta oltre quota Monte Bianco. Sciare non è che sia tanto diverso, è però forse più faticoso, ma non troppo. Devo però dire che, nel mio caso, il gesto dello sci non ha mai comportato una grande sforzo. Salire invece, forse anche per il fatto che non mi sono mai portato sci e scarponi particolarmente leggeri, è stato molto faticoso durante quel viaggio. Soprattutto all’inizio, nei primi giorni. L’ultima salita invece, quando ero già acclimatato, è filata giù più liscia.

Due anni dopo vai in Nuova Zelanda dove realizzi la prima discesa della Caroline face del Mount Cook… Come mai la Nuova Zelanda?

È stata la prima meta che mi ero appuntato, a 18 anni, in cui sarei voluto andare a sciare. L’ispirazione mi è arrivata dalla storia di Mauro Rumez che su quelle montagne ha sciato nel ’91 e nel ’96. Per me lui era un punto di riferimento in Alpi Giulie.

Come dicevo era un sogno nel cassetto che non avrei pensato di realizzare, pareva una metà tanto lontana, fuori, per cui sarebbe servito molto tempo. Nella primavera 2015 poi un mio amico di Chamonix mi ha proposto di unirmi a lui e a un altro ragazzo in questo viaggio e non mi sono fatto scappare l’occasione. Alla fine però lui non è potuto venire.

La linea invece come l’hai individuata?

Quello sulla Caroline Face è un itinerario che era già stato tentato negli anni da tante persone, per cui non si trattava di un progetto segreto. L’aveva anche provata il mio amico due anni prima, ma non era assolutamente in condizioni a causa dei seracchi, molto più strapiombanti, molto più attivi.

Quando siamo arrivati aveva nevicato tanto, ma non eravamo certi di poterla sciare. Inizialmente infatti abbiamo deciso di fare qualche giro d’ispezione, tanto avevamo tempo, alla fine però al sesto giorno siamo riusciti a scenderla perché le condizioni erano perfette.

Non tutte le linee vanno però per il verso giusto. Nel 2016 eri al Laila Peak con Leonardo Comelli e Zeno Cecon. Cosa ti sei portato a casa da quell’esperienza?

Più che altro cosa non mi sono portato a casa.

Sono tornato con un po’ di consapevolezza in più sul fatto che può succedere anche qualcosa di brutto. Soprattutto però sono rientrato con la coscienza di fare le cose solamente quando le condizioni sono veramente perfette. Sciare sul ghiaccio non è un problema per me ma, primo non è divertente e, secondo, anche per gli altri magari non è il massimo.

Cambiamo discorso. Cosa cerchi quando vai fuori pista?

Innanzitutto che sia una vera e propria linea. Un bel tracciato, che abbia un senso. Non vado in cerca di discese casuali, giusto per poter dire di averle fatte. Cerco invece un’estetica ed eventualmente anche una storia. Di linee campate in aria se ne potrebbero fare un’infinità.

Vado alla ricerca della qualità e non della quantità.

Un po’ come Giorgio Daidola che va in cerca della curva perfetta?

C’è anche Paolo Tassi che invece va alla ricerca del cristallo perfetto (ride). Non ricerco la curva perfetta quanto una continuità, una fluidità di movimento. Per questo negli anni ho imparato a non ricercare solo la discesa super ripida, super esposta, ma soprattutto di diventare un miglior sciatore. Cerco di migliorarmi di anno in anno. Scio anche tanto in pista a differenza magari di tanti scialpinisti. In pista cerco di curare al massimo il gesto.

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