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Tomas Franchini: in solitaria sento la forza della montagna

Autoscatto in vetta. Tomas FranchiniFoto Archivio Tomas Franchini

Tomas Franchini è alpinista di poche parole. Per lui, lo si capisce fin dal primo approccio, a contare sono i fatti. Non gli piace raccontarsi, preferisce scalare in solitaria su per qualche parete del Brenta dove le vie non sono ancora del tutto tracciate, oppure su qualche cima isolata, lontana dal fenomeno di massa che attrae sempre più gente in quota. Per questo forse le salite di Tomas sono così sorprendenti: va in cerca di quei luoghi dove ancora non è passato nessuno e, non lo fa per mettersi in tasca un nuovo primato ma più semplicemente per la gioia di un sano e concreto approccio ad un alpinismo di tipo esplorativo. “La montagna isolata è un altro tipo di montagna” ci ha Confessato nei primi giorni di febbraio quando l’abbiamo incontrato a ISPO, approfittandone per fargli qualche domanda.

 

Ciao Tomas, sono passati pochi mesi dalla conclusione del progetto Los Picos, il pazzesco concatenamento delle 16 cime più alte del Sud America… Com’è nata l’idea di cimentarvi in quest’impresa?

Non mi piace molto il termine impresa. Per me è stato un viaggio, un gran bel viaggio.

Tutto inizia nel 2015 quando con mio fratello Silvestro siamo stati in Perù, innamorandoci delle Ande. Durante quel viaggio ci è balenata alla mente l’idea, un po’ folle, di scalare tutte le montagne oltre i 6mila metri. Sarebbe stato davvero interessante, così ci siamo messi a studiare le carte rendendoci però conto che sono veramente tante e che molte di queste sono molto pericolose. Così abbiamo deciso di accantonare il progetto.

Poi?

Una sera mi trovavo a cena a casa di Franco Nicolini e, nello scorrere delle ore, ognuno ha raccontato i suoi progetti. Quando ha saputo della nostra idea di concatenare le montagne andine lui si è subito appassionato svelandoci, tra l’altro, che era un suo progetto accantonato dall’assenza di compagni con cui realizzarlo. La sua idea era quella di fare tutte le montagne oltre i 6500 metri, esisteva anche un libro dedicato a queste scritto da un suo amico.

Alla fine della serata ci siamo lasciati con l’idea di un progetto già scritto, solo da realizzare. Siamo così partiti a organizzare il viaggio.

Quali sono state le difficoltà principali?

A livello logistico gli spostamenti da una montagna all’altra. Abbiamo percorso molti chilometri passando per Argentina, Cile, Bolivia e poi Perù. Ci siamo mossi con un fuoristrada, seguendo il punto gps, fino alle base delle pareti. Non c’era un pista tracciata, ci spostavamo per davvero fuori strada, attraverso i deserti.

Siete andati talmente veloci che vi siete dovuti prendere una pausa a metà viaggio…

Si, abbiamo dovuto fare una pausa perché siamo stati veramente veloci. Dopo aver salito 13 cime in 43 giorni siamo arrivati in Bolivia a metà aprile, troppo presto per proseguire il nostro viaggio sulle montagne peruviane: le condizioni meteo non erano delle migliori.

A settembre siamo tornati io e mio fratello riuscendo a concludere il progetto, solo Yerupaja non siamo riusciti a salirla a causa di una cornice pericolosa che ci ha arrestati a pochi metri dalla vetta.

Tirando le somme di questo grande progetto: cosa ti sei portato a casa?

È stata una grande esperienza. Ho avuto occasione di vedere un ambiente che altrimenti non avrei mai scoperto. Ho conosciuto tanti vulcani e ho vissuto appieno il Sud America. Non è stata una classica spedizione in cui arrivi, piazzi il campo base e rimani lì per mesi. È stata una cosa molto dinamica, un viaggio di scoperta.

Adesso stai lavorando a qualche nuovo progetto?

Si, sto pensando a qualche montagna verso Oriente, in Himalaya.

Un Ottomila?

No, c’è troppa gente lì. Fare un Ottomila è come essere in piazza a Campiglio il 15 di agosto (ride). Io cerco altro, una montagna isolata dove poter fare alpinismo in libertà.

Capita spesso che tu vada in cerca di montagne dove trovarti da solo, ne è un esempio la tua ultima solitaria allo Spallone dei Massodi in cui hai aperto “Solo il Matto”…

Ci tengo a dire che questa solitaria, che ha avuto più risalto rispetto a tante altre mie esperienze, non è stata la solitaria di maggior spessore che ho realizzato. Da solo, in Brenta, ho fatto tante vie di roccia e di misto. Mi piace andar su da solo perché sento di più il contatto con la montagna e con la natura, sento una grande forza che mi arriva direttamente dalla montagna.

Qual è stata la solitaria di maggior spessore che hai realizzato?

Credo sia stata “The Moon’s Power” sull’inviolata parete Ovest del Monte Edgar (6618 m, Himalaya cinese)

Quali credi siano le ragioni per cui questa “Solo il Matto” ha avuto tutta questa eco mediatica?

Perché ne ho parlato sui social, i giornalisti l’hanno vista ed è apparsa come una salita incredibile. Non credo che questo sia bello per l’alpinismo.

Come mai?

Perché significa che non conta la bravura, la tecnica e la capacità di un alpinista quanto questo sia bravo nella comunicazione.

Io personalmente ho fatto sempre fatto fatica a mettere le mie salite sui social, ho sempre cercato di nascondere quel che ho fatto.

Perché allora hai parlato della via  allo Spallone di Massodi?

Ultimamente sto cercando di pubblicare qualcosa in più perché credo possa essere di stimolo alle nuove generazioni. Perché spero di poter avvicinare i più giovani a un alpinismo di ricerca ed esplorazione.

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