Storia dell'alpinismo

Conversazione a Rongbuk con Benoit Chamoux

Nell’ottobre del 1995, sette anni dopo la nostra conversazione di Rongbuk, Benoît Chamoux arriva a un passo dal completare la collezione degli “ottomila”. Con l’amico Pierre Royer e agli sherpa Rikou, Tillen e Gyaltsen, parte dall’ultimo campo verso la vetta del Kangchenjunga. Ma Chamoux, che di solito sale come un razzo, stavolta patisce la stanchezza e la quota. La Bull ha smesso di sostenerlo, e nei mesi precedenti, invece di allenarsi, l’alpinista di La-Roche-sur-Foron si è dovuto dedicare alla ricerca di fondi. “Sono stanco” ha confessato prima di partire in un’intervista. Poi c’è lo stress, la competizione. Sul Kangch è impegnato anche lo svizzero Erhard Loretan, in gara con Chamoux per il terzo posto dopo Messner e Kukuczka. “La competitività era palpabile, rendeva l’aria densa e irrespirabile” scriverà l’alpinista elvetico al ritorno.

In cima al grande canalone di neve che incide la parete sommitale del Kangch, Rikou si siede a riprendere fiato, scivola, prende velocità, si schianta sul ghiacciaio. Tillen e Gyaltsen scendono, i due francesi sostano per un’ora e mezza, discutono, poi riprendono a salire. Alle 16, a 8400 metri, incontrano Loretan e Jean Troillet, che sono arrivati in cima e scendono verso il campo-base e la vita. L’indomani, dopo un bivacco tremendo, Chamoux parla al telefono satellitare con una giornalista di Radio France Savoie. Sembra stanchissimo, confuso. Poi scompare, come il suo amico Pierre Royer. Negli anni precedenti, sul K2 e sull’Everest, Benoît Chamoux aveva saputo fare dietro-front prima del momento critico. Sul Kangchenjunga non lo fa, e paga l’errore con la vita.

Nel 1996 Fabienne Clauss, la moglie di Chamoux, crea con Michelle de Couyssy e Agostino Da Polenza la Fondation Benoît Chamoux, che assiste i figli degli sherpa scomparsi in montagna. I primi sono i due figli di Rikou, lo sherpa morto prima di Benoît al Kangchenjunga.

La felicità nella vita consiste nel sapere che ci sono sempre delle vette da raggiungere e cime da conquistare” ha scritto Benoît Chamoux qualche anno prima. “Mi rendo conto che, se alcuni uomini muoiono per una montagna, è perché a loro salire lassù è sembrato incredibilmente necessario. Se hanno cercato di farlo, significa che ne valeva la pena”.

Conversazione a Rongbuk con Benoit Chamoux

Intervista pubblicata su “La Repubblica” e su “Incontri ad alta quota”, ed. Corbaccio.

Valle di Rongbuk (Tibet), 1988.

Se gli “ottomila” sono delle montagne crudeli, il K2 è più crudele degli altri. Sulla seconda cima della Terra, gli 8611 metri di quota, le difficoltà della via normale lungo lo Sperone Abruzzi, le bufere che investono il Karakorum creano un ambiente severo, che può rivelarsi fatale anche per gli alpinisti più esperti. 

A dimostrarlo, sono i cinquantadue giorni tra il 21 giugno e il 10 agosto 1986. Arrivano in cima al K2 ben ventisette alpinisti, più di quanti siano riusciti nell’impresa nei tre decenni seguiti alla conquista del 1954. Nello stesso periodo, però, tredici uomini e donne perdono la vita sulla montagna. Dieci di loro muoiono dopo aver raggiunto la cima, o aver fatto dietro-front poco prima. L’elenco delle vittime del K2 comprende alpinisti di grande esperienza come i polacchi Wojciech Wróż e Tadeusz Piotrowski, che precipita dopo aver aperto con Jerzy Kukuczka una via nuova. Come Renato Casarotto, che muore in un crepaccio a poca distanza dal campo-base, mentre sta tentando in solitaria la Magic Line, individuata qualche anno prima da Messner. Il britannico Alan Rouse, uno dei profeti dello stile alpino in Himalaya, perde la vita a 8000 metri. L’austriaco Kurt Diemberger, l’unico alpinista con all’attivo le prime salite di due “ottomila” (il Dhaulagiri e il Broad Peak) arriva in vetta il 4 agosto, perde la sua compagna di avventura Julie Tullis che muore di sfinimento all’ultimo campo, riesce a tornare vivo al campo-base. E racconta quei terribili giorni in K2, il nodo infinito, un libro doloroso e famoso.  

Nell’estate del 1986 il ceco Josef Rakoncaj diventa il primo a salire il K2 da entrambi i versanti (Pakistan e Cina). La polacca Wanda Rutkiewicz, invece, compie la prima femminile della montagna. Sei anni dopo, scomparirà sul Kangchenjunga. Un’altra ascensione dell’estate 1986 entra negli annuari dei record. A realizzarla, il 5 luglio, è il francese Benoît Chamoux, una guida di La-Roche-sur-Foron, nell’Alta Savoia, che sale dai 5100 metri del campo-base agli 8611 della cima in 23 ore. Un tempo impensabile fino a pochi anni prima. Chamoux, come Josef Rakoncaj, fa parte di Quota 8000, il team diretto da Agostino da Polenza, che porta altri cinque alpinisti sulla cima. Qualche giorno prima, il francese ha stabilito un altro primato salendo in 16 ore il Broad Peak, 8047 metri.

Qualche giorno prima del record sul K2, Benoît dimostra la sua umanità e il suo senso della montagna “guidando” via radio la discesa nella bufera di Michel Parmentier, giornalista e filmmaker francese che ha raggiunto la cima, ed è poi rimasto bloccato nei campi alti da un peggioramento del tempo. Per questi record Benoît Chamoux non affronta delle montagne vergini, e lo ammette sorridendo. Per le sue galoppate ad alta quota utilizza le corde fisse, le tracce, i campi e i rifornimenti portati in alto dai suoi compagni di spedizione. Una tecnica che può piacere o non piacere, che lui racconta senza segreti. E che è legata alle galoppate compiute in quegli anni da altri alpinisti francesi, Christophe Profit ed Eric Escoffier su tutti, sul Monte Bianco e sugli altri grandi massicci alpini. 

Quota 8000, che affronta il K2 nel 1986, è stata ideata dal bergamasco Agostino Da Polenza, che ha raggiunto la vetta nel 1983 dal versante cinese. Il progetto punta a formare un gruppo di alpinisti italiani a loro agio sulle più alte vette del pianeta. In quattro anni, il gruppo sale il K2, il Nanga Parbat, il Broad Peak, l’Hidden Peak e il Gasherbrum II. Nel 1987, quando Quota 8000 chiude, Da Polenza crea un progetto analogo con Chamoux. I due arruolano come sponsor una delle grandi firme dell’industria francese. Il gruppo Bull, un colosso dell’elettronica, che ha già sponsorizzato la barca vincitrice del giro del mondo a vela. Il nuovo progetto, L’Esprit d’équipe, punta a salire sette “ottomila” in tre anni. Annapurna ed Everest nel 1988, Manaslu, Cho Oyu e Shisha Pangma nel 1989, Makalu e Kangchenjunga nel 1990. Se tutto andrà bene, a quel punto Chamoux avrà al suo attivo 12 dei 14 “ottomila” della Terra. 

Incontro Benoît e compagni sul ghiacciaio di Rongbuk, in Tibet, all’inizio di settembre del 1988. Il team comprende tre francesi (Chamoux, Nicholas Campredon, Georges Sichap), tre italiani (Da Polenza, Soro Dorotei, Mauro Rossi), l’americano Steve Boyer e il ceco Jozef Rakoncaj.

Qualche mese prima, in Nepal, gli stessi uomini hanno salito la mitica parete Sud dell’Annapurna. Quando chiacchieriamo al campo-base, Benoît mi racconta delle sue ascensioni da record sul K2, sul Broad Peak e sul Nanga Parbat, a sua volta salito in 24 ore. Partecipa alla conversazione Soro Dorotei, istruttore ai corsi per guida alpina italiani, un altro atleta delle alte quote.

Il tempo è al bello stabile, il monsone sembra un ricordo lontano. La parete Nord dell’Everest, alta 2600 metri, è in buone condizioni. Dopodomani la squadra partirà da un campo a 7200 metri per tentare la vetta in giornata. Sarebbe un record per il dislivello superato, e per il numero di alpinisti, tutti senza respiratori a ossigeno, ad arrivare sulla vetta. Invece questa, che nei giorni successivi racconterò su Repubblica, è una storia destinata a finir male. Il primo tentativo fallisce presto, il secondo raggiunge gli 8600 metri, a poche ore dagli 8848 della cima. Di ritorno all’ultimo campo, a 7900 metri, Michel Parmentier, già scampato alla morte grazie a Chamoux sul K2, decide di non scendere a valle, e di aspettare il terzo tentativo lassù. Sull’Everest, però, Parmentier non riesce più a lasciare la sua tenda. Un peggioramento del tempo accumula sulla montagna due metri di neve, e i 1600 metri di dislivello tra la crepaccia terminale e la tenda diventano insuperabili per i soccorsi. Dopo dieci giorni di attesa e due tentativi di salire per salvare la vita all’amico, la spedizione lascia Rongbuk e riprende la via dell’Europa. Michel rimane lassù, vittima della sua passione più forte. Qualche giorno prima, a 5200 metri di quota, ci sono solo tazze di tè bollente, scambi di opinioni e sorrisi, di fronte a un Everest inondato di sole. 

Il Nanga Parbat e il K2 in 24 ore, il Broad Peak in 16. Dire Benoît Chamoux significa dire “quello che corre”. Qual è la difficoltà principale per chi affronta un “ottomila” di corsa?

“Fisicamente bisogna prepararsi, ma la difficoltà maggiore è psicologica. Io non sono un atleta eccezionale, e nemmeno i più grandi alpinisti himalayani lo sono. Jerzy Kukuczka non sembra un atleta, invece è un carro armato. Reinhold Messner è stato grandissimo come intuizioni, ha avuto il coraggio di provare a fare l’Everest senza ossigeno e poi da solo. Se però si contano le ore che è stato in moto, magari scopri che ne ha impiegate altrettante di Hillary, o poco meno”.

Dei tuoi “ottomila” di corsa, qual è stato il più duro?

“Il Nanga Parbat. Ho percorso non-stop 3700 metri di dislivello in salita e in discesa, il mio record”.

Non ti interessa fare l’Everest di corsa? In questi giorni, sul versante nepalese, c’è Marc Bâtard che cerca di salire e scendere in 24 ore. Non ti senti in competizione con lui?

“No, mi sta bene essere qui, in questi giorni il versante nepalese dell’Everest è uno stadio. Nella vita bisogna cambiare, e stavolta vorrei fare qualcosa di nuovo. Andare in cima all’Everest, in bello stile, e al tempo stesso riuscire a gestire l’insieme della spedizione, occuparmi dei carichi e dei problemi degli sherpa. In questo momento la mia sfida è questa”.

“A proposito di sfide. A maggio avete salito la Sud dell’Annapurna, nei prossimi giorni potreste arrivare sull’Everest per la parete Nord. C’è differenza tra queste due gigantesche pareti?”

“Moltissima. Quella dell’Annapurna è una parete difficilissima. Tra i 6400 e i 7400 metri, è come fare lo sperone Walker delle Grandes Jorasses, con le stesse difficoltà”.

E l’Everest, invece?

“E’ più facile, tecnicamente non ci sono grosse sorprese. E una grande parete di neve e roccia, con pendenze sui 45 gradi in basso e leggermente superiori in alto, soprattutto nel Canalone Hornbein. Salire la Sud dell’Annapurna è grande alpinismo, salire l’Everest, per qualunque via, è prima di tutto un risultato contro sé stessi”.

Conta anche la differenza di quota?

“Molto, tra una vetta di 8000 metri e una di 8800 c’è una differenza bestiale. Intorno agli 8200 metri è come se ci fosse un muro”.

Sull’Annapurna, a maggio, avete ripetuto la via di Chris Bonington e compagni. Qualcuno ha storto il naso, ha detto che con i mezzi che avete dovreste fare vie nuove, non ripetizioni. Che cosa rispondi?

“Che non avrebbe avuto senso. Prima di arrivare all’Annapurna avevamo pensato a una via nuova. Poi abbiamo visto da vicino la parete. Qualunque via diversa da quella degli inglesi sarebbe stata una roulette russa, esposta alle valanghe e alle cadute di seracchi. Abbiamo ripetuto la Bonington, siamo andati in vetta in cinque, ci abbiamo messo poco. Mi sembra un segno di professionalità…”.

E tu sei un professionista degli ottomila?

“Senz’altro. Intanto da un punto di vista economico. Per queste spedizioni lavoro tutto l’anno, ed è giusto che riesca a viverci. Mi è successo troppe volte di tornare da una spedizione e di dover fare quattro volte di fila il Monte Bianco con clienti per poter mangiare”.

E’ solo una questione di soldi?

“No, anche di risultati. Io ho salito sei “ottomila”, e ho portato a casa sei successi in cinque spedizioni. Non ti sembra un segno di professionalità anche questo?”

Certamente. Il vostro sponsor, la Bull, è sensibile a questo?

“Forse sì. O forse hanno apprezzato il fatto che gli abbia proposto un progetto, e non una singola impresa, e che dietro ci fosse un gruppo già affiatato, e non un singolo alpinista. D’altronde a me piace fare un alpinismo che abbia un riflesso nella società, un alpinismo “utile””.

O un alpinismo pubblicitario?

“Ma no, la Bull non ci adopera per fare pubblicità in televisione o sui giornali. Il messaggio è l’Esprit d’équipe, lo spirito di squadra. All’inizio loro pensavano a una campagna all’interno dell’azienda, solo più tardi sono usciti all’esterno. Lo fanno con molta discrezione”.

Vi sentite figli di Quota 8000?

“Figli no, però è chiaro che c’è un’esperienza alle spalle, che c’è una concezione in comune. Ho conosciuto Agostino Da Polenza e gli altri di Quota 8000 nel 1985, quando ho salito i due Gasherbrum in una settimana. Abbiamo fatto amicizia, e siamo tornati in Karakorum insieme l’anno dopo a salire il K2. Quando Quota 8000 ha chiuso, abbiamo proposto un progetto simile in Francia”.

A proposito di équipe. Voi siete un gruppo, siete amici e si vede. Le salite le fate insieme. Però i giornalisti francesi che parlano di voi non usano mai il plurale. Scrivono “Chamoux ha raggiunto il campo tale”, “Chamoux partirà domani per la cima”. Un giornale specializzato ha addirittura scritto che tu all’Annapurna hai dovuto attendere gli altri in cima, mentre in realtà Soro e Joska sono arrivati in cima due ore prima di te. Non credi che questo alla lunga possa rompere il gruppo?

“Io un ruolo di “capitano” ce l’ho, e a volte mi pesa. Devo trattare con i conducenti degli yak, discutere con l’ufficiale di collegamento, tradurre ogni decisione in tre lingue. Poi c’è il lavoro di preparazione della spedizione, mentre gli altri hanno tempo di allenarsi. Alla fine vado un po’ meno forte di loro, e vado meno bene di come andavo due o tre anni fa. Mi sembra logico essere citato prima degli altri sui media”.

Risposta sacrosanta, ma parziale. Non potresti fare qualcosa per limitare le esagerazioni dei giornali?

“E cosa dovrei fare, scrivere io invece dei giornalisti? Certo, in queste cose c’è sempre la ricerca del campione piuttosto che della squadra. E’ più facile fare i titoli su Maradona o su Platini piuttosto che sull’Argentina o sulla Francia. Però il gruppo c’è ancora, e nessuno dei miei compagni di avventura si offende per certi titoli”.

Come sei arrivato a questo tipo di alpinismo?

“In un modo diverso dagli altri. Ho fatto più spedizioni che grandi classiche sulle Alpi. Sono andato in Africa, sulle Ande, poi ho avuto due fallimenti in Himalaya prima di iniziare la serie positiva. Ero all’Everest nell’inverno del 1985 con la spedizione della Croisière blanche sulla cresta Ovest, poi ho fallito al Dhaulagiri II. Dai Gasherbrum in poi mi è andata bene. Comunque su roccia non andavo male, sono stato tra i primi in Francia a passare sul 7a”.

Tu hai iniziato a salire gli “ottomila” quando Messner finiva i suoi. Quanto ha influito su di te l’alpinismo di Reinhold? E quali sono stati i tuoi altri miti, se ne hai avuti?

“Reinhold Messner ha influito molto su di me, ma è un uomo di un’altra generazione. E’ un pioniere dell’alpinismo himalayano moderno, ma rispetto a me è un alpinista del passato. A volte, oggi, penso che parli troppo. Per me è stato un mito, insieme a Walter Bonatti e a René Desmaison”.

Perché dici che Reinhold Messner parla troppo?

“Perché dopo i suoi quattordici “ottomila”, ha detto “non c’è più niente da fare in Himalaya se non dei record di velocità”. Però lui un “ottomila” in 24 ore non è stato capace di farlo. E allora perché non sta zitto?”

Senti, ma tu i 14 “ottomila” li vorresti finire, magari per terzo?

“Finirli, perché no? Per terzo o per quarto non conta molto, ed Erhard Loretan e Michl Dacher sono già a quota nove. Io sono soltanto a sei, nemmeno a metà dell’elenco. Posso solo continuare per la mia strada. Per sorpassarli, ho bisogno che rallentino loro”. 

Però, al contrario degli altri, hai già in programma sei delle otto cime che ti mancano. Prevedi di aprire delle vie nuove?

“Se scrivessi un programma di sei “ottomila” per sei vie nuove sarei un presuntuoso. Se indicassi quali ho in mente, me le soffierebbero sotto al naso. Te l’ho detto, credo che in molti casi sia meglio una buona ripetizione che una cattiva via nuova. Comunque mi stupirei se, alla fine, nell’elenco qualche via nuova non ci fosse”.

Il discorso vale anche per l’Everest?

“No, qui vogliamo ripetere la via dei Giapponesi. Con uno stile migliore, loro sono partiti per la cima da un campo a 8200 metri, noi partiremo da quota 7200, mille metri più in basso”.

E ce la farete?

“Mi stupirei del contrario”.

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