Storia dell'alpinismo

29 maggio 1953: il giorno in cui Hillary e Tenzing salirono sulla cima dell’Everest

Dalla lunga marcia attraverso la valle del Khumbu al superamento dell’Hillary Step, fino ai quindici minuti trascorsi sul tetto del mondo: la cronaca della prima ascensione dell’Everest nel 1953.

Ci sono date che non appartengono soltanto alla storia dell’alpinismo. Date che finiscono per raccontare qualcosa di più grande, come il desiderio umano di spingersi oltre l’orizzonte, di cercare luoghi che sembrano impossibili, di dare un volto a ciò che fino a quel momento era stato soltanto immaginato. Il 29 maggio 1953 è una di quelle date.

Alle 11:30 del mattino, due uomini raggiunsero la cima dell’Everest. Uno era un apicoltore neozelandese alto e taciturno di nome Sir Edmund Hillary. L’altro era Tenzing Norgay, sherpa himalayano che aveva alle spalle sei tentativi sull’Everest. Per la prima volta nella storia dell’umanità, qualcuno si trovava sul punto più alto della Terra.

La montagna impossibile

Negli anni Cinquanta l’Everest era ancora qualcosa di profondamente misterioso. Non esistevano previsioni meteo affidabili, comunicazioni rapide, corde fisse ovunque o squadre di supporto come oggi. Salire sopra gli ottomila metri significava entrare in una zona quasi sconosciuta, dove il corpo umano lentamente smette di funzionare.

L’Everest era già diventato un’ossessione per l’alpinismo britannico. Le spedizioni degli anni Venti e Trenta avevano costruito il mito della montagna. E soprattutto avevano lasciato aperta una domanda destinata a tormentare generazioni intere: George Mallory e Andrew Irvine erano arrivati in vetta nel 1924 prima di sparire per sempre tra le nuvole della cresta nord? Nessuno lo sapeva. E ancora oggi nessuno può dirlo con certezza.

Quello che è certo è che, dopo la Seconda guerra mondiale, l’attenzione tornò sull’Himalaya. Nel 1952 gli svizzeri erano arrivati vicinissimi alla cima dal versante nepalese. Con loro c’era anche Tenzing Norgay. La vetta sembrava finalmente possibile.

Così nel 1953 venne organizzata la grande spedizione britannica guidata dal colonnello John Hunt. Era una macchina enorme per gli standard dell’epoca: centinaia di portatori, tonnellate di materiali, bombole d’ossigeno, tende, corde, viveri. Una spedizione quasi militare, costruita nei dettagli per non lasciare nulla al caso.

Edmund Hillary, l’uomo alto della Nuova Zelanda

Edmund Hillary non aveva l’aspetto dell’eroe romantico. Era magro, goffo, altissimo. Parlava poco. Da ragazzo era timido e introverso. Lavorava come apicoltore in Nuova Zelanda e passava le estati tra le arnie e gli inverni sulle montagne.

Aveva però qualcosa che molti altri non avevano: una straordinaria resistenza fisica e una capacità quasi ostinata di andare avanti.

Gli altri membri della spedizione lo ricordavano come un uomo pratico, diretto, fortissimo sulla neve e sul ghiaccio. Non cercava gloria o fama. Voleva semplicemente salire montagne.

Tenzing Norgay invece era già una figura celebre nell’Himalaya. Nato nella valle del Khumbu, cresciuto tra Nepal e India, a Darjeeling dove si è trasferito all’età di 19 anni e città dove al tempo transitavano la maggior parte delle spedizioni dirette in Himalaya. Norgay aveva costruito la propria esperienza accompagnando spedizioni occidentali sulle grandi montagne. Era rispettato da tutti. Aveva carisma, sorriso aperto, capacità di leadership.

La lunga marcia verso la montagna

La spedizione lasciò Kathmandu nella primavera del 1953. All’epoca non esistevano voli per Lukla. Per raggiungere l’Everest bisognava camminare per settimane.

La carovana attraversò villaggi, ponti sospesi e foreste himalayane prima di arrivare nella valle del Khumbu. C’erano centinaia di portatori. Gli yak trasportavano casse di legno, bombole, tende e attrezzature.

Arrivati al campo base iniziarono i lavori sulla montagna. Prima di tutto bisognava trovare il passaggio giusto attraverso la seraccata del Khumbu, ancora oggi uno dei tratti più pericolosi della via normale, era un labirinto di seracchi e crepacci giganteschi. Le scale in alluminio non esistevano ancora. Gli alpinisti lavoravano alla ricera dei passaggi più “semplici” o sicuri attraverso questo mondo faccio di ghiaccio dalle pareti verticali e dai precipizi profondi  bui. I loro erano tracciati fragili dentro un mondo di ghiaccio in continuo movimento.

Mano a mano però la spedizione riuscì a trovare la strada per la vetta. Campo dopo campo, carico dopo carico, si spostavano sempre più in alto. Gli sherpa trasportarono enormi quantità di materiale, per allestire i campi, preparare la via e rendere il tentativo di vetta possibile. Senza il loro lavoro, la salita non sarebbe mai stata possibile.

Il primo tentativo fallito

John Hunt aveva organizzato tutto nei minimi dettagli. Dopo settimane di lavori, trasporto di materiali e allestimento dei campi d’alta quota, la strategia prevedeva due distinti tentativi di vetta, così da aumentare le probabilità di successo.

Il primo assalto venne affidato a due tra gli alpinisti più forti del gruppo, il medico e fisiologo britannico Tom Bourdillon e il vicecapospedizione Charles Evans. Il 26 maggio 1953 i due lasciarono l’ultimo campo, riuscendo a spingersi fino alla Cima Sud dell’Everest, a circa 8750 metri di quota. Davanti a loro restavano meno di cento metri di dislivello e poco più di un centinaio di metri in linea d’aria dal punto più alto della Terra.

Sembrava fatta. Nessun essere umano era mai arrivato così vicino alla cima. Ma, problemi legati alle bombole dell’ossigeno, uniti alla stanchezza accumulata e all’ora ormai avanzata, iniziarono a compromettere la sicurezza della salita. Bourdillon ed Evans si trovarono di fronte a una scelta difficilissima: continuare rischiando di non avere le forze per tornare vivi oppure rinunciare. Scelsero la seconda opzione e iniziarono la discesa.

Fu una rinuncia dolorosa. Per qualche ora avevano avuto l’Everest letteralmente a portata di mano. Tuttavia il loro sacrificio non fu vano: fornì informazioni preziose sul tratto finale della montagna. Quando rientrarono ai campi inferiori, esausti, il compito passò alla seconda cordata. L’Everest sembrava aver respinto ancora una volta gli uomini, ma aveva anche mostrato una possibile via verso il successo. Fu allora che arrivò il turno di Edmund Hillary e Tenzing Norgay.

La notte a 8500 metri

Il 28 maggio 1953 Hillary e Tenzing lasciarono il campo 9 e salirono verso quello che sarebbe stato il loro ultimo bivacco. Trasportavano il minimo indispensabile: una piccola tenda, i fornelli, l’ossigeno e poche provviste. Ogni chilo pesava come un macigno a quelle quote.

Raggiunsero un minuscolo pianoro a circa 8500 metri di quota, sul versante sud-est dell’Everest, uno dei luoghi più alti in cui un essere umano avesse mai trascorso una notte. Intorno a loro non c’era nulla se non ghiaccio, roccia e il vuoto.

Il vento colpiva la tenda a raffiche continue e la temperatura scendeva ben al di sotto dello zero. All’interno dello stretto riparo ogni gesto richiedeva una quantità enorme di energia. Respirare era faticoso, muoversi ancora di più. Anche operazioni apparentemente banali, come fondere la neve per ottenere qualche sorso d’acqua o preparare una bevanda calda, diventavano un lavoro lento ed estenuante.

Hillary raccontò in seguito che durante la notte i suoi scarponi si congelarono completamente. Al mattino dovette scaldarli con il fornello prima di riuscire a infilarli nuovamente.

Fu una notte lunga, quasi irreale. Poche parole, poco sonno e molti pensieri. Davanti a loro c’era l’ultimo tratto della montagna. Oltre quella cresta si trovava il punto più alto della Terra.

L’Hillary Step

Alle prime luci del 29 maggio partirono verso la vetta. Il cielo era limpido e il vento relativamente debole, condizioni rare e preziose sull’Everest. I due procedevano lentamente. Sopra gli ottomila metri il corpo umano è al limite delle proprie possibilità: ogni passo richiede uno sforzo enorme, il respiro è affannoso e il tempo sembra dilatarsi.

Hillary e Tenzing avanzarono lungo la cresta sud-est seguendo una linea sottile tra le immense pareti della montagna. Alla loro destra si aprivano i versanti del ghiacciaio Kangshung, alla sinistra il gigantesco vuoto della parete sud-ovest. Davanti a loro, però, li attendeva ancora un ultimo ostacolo.

A circa 8790 metri raggiunsero una parete di roccia e ghiaccio alta una dozzina di metri che sbarrava il passaggio sulla cresta sommitale. Era il punto più tecnico e incerto dell’intera salita. Nessuno sapeva se fosse superabile.

Hillary individuò una stretta fessura tra la roccia e una cornice di ghiaccio. Con movimenti lenti ma decisi iniziò ad arrampicarsi sfruttando ogni appiglio disponibile. L’aria rarefatta rendeva ogni gesto estenuante e una caduta avrebbe avuto conseguenze probabilmente fatali. Metro dopo metro riuscì però a guadagnare la sommità del salto roccioso. Poco dopo anche Tenzing lo raggiunse.

Quel passaggio sarebbe entrato nella storia con il nome di Hillary Step, il Gradino Hillary. Ancora oggi rappresenta l’ultima difficoltà prima della vetta, il passaggio dove negli ultimi anni sono purtroppo diventate celebri le lunghe code di alpinisti in attesa del proprio turno di salita sul Tetto del Mondo.

Una volta superato l’ostacolo, la montagna cambiò volto. La cresta si fece più dolce e il terreno meno complesso.

Il tetto del mondo

Alle 11:30 del 29 maggio 1953 Edmund Hillary e Tenzing Norgay raggiunsero la vetta dell’Everest. Davanti a loro non c’era più niente, solo cielo.

Rimasero in cima circa quindici minuti. Hillary scattò alcune fotografie a Tenzing. Tenzing lasciò sulla neve piccoli doni buddisti e cioccolata come offerta spirituale alla montagna. Hillary cercò di fotografare Tenzing con la piccozza e le bandiere, ma non esiste una vera foto di Hillary in vetta.

Poi ci fu una domanda che, nel tempo iniziò a circolare: chi mise per primo il piede sulla vetta? Hillary e Tenzing, in un gesto da grandi, evitarono sempre di alimentare la polemica. Tenzing scrisse poi che Hillary era davanti quando raggiunsero il punto più alto, ma che la vetta apparteneva a entrambi.

Ma torniamo sull’Everest. Quando Hillary rientrò al Colle Sud incontrò George Lowe, compagno di spedizione e amico neozelandese. Gli disse una frase diventata immortale:

“Well, George, we knocked the bastard off.”

Più o meno: “Beh George, quel bastardo l’abbiamo sistemato”. Non c’era enfasi eroica. Nessuna retorica. Solo la stanchezza, il sollievo e forse l’incredulità.

La notizia scese lentamente lungo la montagna fino a Kathmandu e poi a Londra, dove arrivò proprio nel giorno dell’incoronazione della regina Elisabetta II. Il tempismo contribuì a trasformare immediatamente la salita in un evento storico mondiale.

Da quel momento l’Everest non era più impossibile. Hillary divenne “Sir Edmund Hillary”. Tenzing Norgay venne accolto come un eroe in Nepal e in India. Le loro immagini fecero il giro del Pianeta.

Negli anni successivi Hillary dedicò gran parte della propria vita al Nepal. Costruì scuole, ospedali e infrastrutture per le comunità sherpa attraverso l’Himalayan Trust. Tenzing invece diventò una figura simbolica dell’alpinismo himalayano e contribuì alla formazione di nuove generazioni di alpinisti indiani e nepalesi.

Oggi l’Everest è attraversato ogni anno da centinaia di persone. La montagna del 1953 non esiste più. Sono cambiati i materiali, le tecnologie, il turismo d’alta quota, il rapporto stesso con la vetta.

Ma quella mattina del 29 maggio resta diversa da tutte le altre, perché per la prima volta nella storia due uomini guardarono il mondo dall’alto dell’Everest. E per qualche minuto sembrò davvero che non esistessero più confini.

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