Alpinismo

Confortola al Lhotse: ho la testa che funziona

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SANTA CATERINA VALFURVA, Sondrio — "Dopo tutto quello che è successo molti hanno pensato ‘Confortola ormai è finito’. Il problema però è che troppa gente non ha niente da fare, e allora scrive e parla. Ma io ho la testa che funziona, ed ora parto per il Lhotse e quando torno voglio scrivere un altro libro sul mio secondo K2". Ne ha per tutti Marco Confortola, che ci ha parlato della sua imminente spedizione al Lhotse che affronterà con uno sherpa del k2, e della nuova autobiografia che scriverà per raccontare come ha vissuto dalla fine di quella tragedia ad oggi e per dire la sua sulle accusa degli ultimi due anni.

Una nuova spedizione al Lhotse…
Parto ad aprile e salgo in cima al Lhotse con Pasang Lama, uno sherpa che c’era anche al K2. Vado da solo perchè non ho trovato nessun compagno che volesse venire: del resto il Gnaro ha già fatto tutto, Roberto Manni è impegnato con la sua attività al rifugio e non vuole più partire per gli 8000. Salgo dall’Everest fino a campo 3 e poi giro verso la cima del Lhotse. Sono già salito fino a 8.500 nel 2006 insieme al Gnaro, l’anno in cui abbiamo fatto anche lo Shisha Pangma e l’Annapurna. Quella volta lui andò in vetta, io tornai indietro perchè avevo freddo ai piedi. C’era anche Cristina Castagna con noi.

Non hai paura a tornare su un ottomila?
No, no. Basta fare le cose fatte bene come sempre. Parto con l’idea di andare in cima, con lo spirito giusto. Voglio vedere come sto adesso su quelle quote e voglio tornare in vetta ad altri ottomila. Scusa, meglio dire "vorrei" tornare in cima che voglio…e poi voglio scrivere un altro libro.

Per parlare di cosa questa volta?
Vorrei scrivere di quello che è successo da dopo il K2. Il mio primo libro si ferma al momento in cui scendo dallo Sperone degli Abruzzi, ma nessuno sa cosa ho passato da quel momento ad oggi. Perchè da allora ad adesso ho praticamente affrontato un altro K2. La convalescenza all’ospedale, la sofferenza che ho provato per mesi, la sedia a rotelle, poi i primi passi…ecco, vorrei scrivere di quello che ho passato io. Si chiamerà qualcosa tipo "Dopo K2. Ricominciamo" o "Ricominciare".

Lo scriverai dopo il Lhotse o ci stai già lavorando?
Ho già in mente tante cose da dire, però sarebbe bello avere in copertina la cima del Lhotse…Anche perchè vorrei dedicare la mia salita a Riccardo Cassin, perchè lui è stato capo di una spedizione di alpinisti molto forti come Messner, Casarotto ed altri, quando ha tentato la sud del Lhotse. E siccome Riccardo era il mio nonno adottivo, sarebbe bellissimo riuscire ad andare in cima e dedicarla a lui.

Hai molti programmi quindi per il futuro?
Sì, ho la testa che funziona. Anzi ti dirò di più, già che al Lhotse, voglio andare a vedere la stazione di Colle Sud che abbiamo montato due anni fa a 8000 metri. E’ una nostra creazione, è unica al mondo, io ne sono orgoglioso. Potrei andare a Colle sud per acclimatarmi prima di risalire per la cima.

Come ti stai preparando?
Per ora ho fatto un po’ di scialpinismo, corro ogni tanto, ma ancora mi fanno male i piedi. Ma ho ancora tutto febbraio e marzo per prepararmi.

Come ti senti all’idea di tornare in campo nell’alpinismo?
Dopo tutto quello che è successo molti hanno pensato "Confortola ormai è finito". Ma questa nuova avventura è una cosa che faccio per me, non voglio dimostrare niente a nessuno. Anche perchè quando vai con quello spirito rischi troppo. Il problema però è che troppa gente non ha niente da fare, e allora scrive e parla. Se andiamo indietro negli anni vediamo che Juanito Oiarzabal ha perso tutte le dita dei piedi, eppure gli ottomila li ha finiti tutti lo stesso e anzi è andato avanti. Anche Messner, le ha perse tutte le dita, ma dopo ne ha fatte ancora di cime. Quindi se la gente invece di scrivere, si documentasse un po’ di più, forse non direbbe cavolate. Poi i giornalisti, non tutti ma tanti, si sono comportati anche male, perchè del soccorso che abbiamo tentato io e Gerald nessuno ha scritto. Infatti sullo Scarpone è uscito un articolo con una mia dichiarazione in cui chiedevo alla gente di smetterla di raccontare balle, quanto meno per rispetto di quelli che son morti.

Valentina d’Angella

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