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Il mio Everest, meraviglioso e affollato. Intervista a Kenton Cool

La celebre guida Kenton Cool, 17 volte sull'Everest, racconta la sua esperienza e di come la scalata alla vetta più alta del mondo non avvenga più secondo regole chiare

Tra l’Otto e il Novecento gli inglesi hanno inventato l’alpinismo, in cordata con guide svizzere, francesi e valdostane. Oggi il mondo è cambiato, e nel Regno Unito quasi duecento alpinisti e alpiniste hanno scelto il mestiere di guida alpina. Uno di loro, Kenton Cool, 50 anni, ha condotto per 17 volte i suoi clienti in cima all’Everest, e li ha riportati sani e salvi alla base.

Cool ha salito con un cliente la parete Nord dell’Eiger, è sceso sci ai piedi dal Cho Oyu e dal Manaslu. A renderlo famoso, nel 2013, è stata la Triple Crown, la salita di Nuptse, Everest e Lhotse senza scendere al campo-base. Non male per un uomo che nel 1996, dopo una caduta su una parete del Galles, si era visto annunciare dagli ortopedici che le fratture ai talloni lo avrebbero costretto su una sedia a rotelle per tutta la vita.

A rendere celebre Kenton Cool sono state le collaborazioni con la BBC e Discovery Channel, e le spedizioni all’Everest insieme a Sir Ranulph Fiennes, una star del mondo dell’avventura. Nel 2012, prima delle Olimpiadi di Londra, Cool ha portato a 8848 metri di quota una delle medaglie olimpiche assegnate nel 1924 agli alpinisti.

Rispetto l’Everest, che in ogni momento potrebbe ucciderti”, racconta Kenton Cool. “Non c’è stile nel farsi ammazzare in montagna. Voglio morire con i piedi davanti a un caminetto acceso, bevendo un bicchiere di vino rosso, all’età di almeno 95 anni”. Nel suo libro One Man’s Everest, nel 2015, Cool ha ammesso che salire in vetta con una spedizione commerciale è “come andare a caccia di elefanti con un fucile in grado di ucciderli a due chilometri di distanza”.

Quanti clienti porta in ogni spedizione sull’Everest?
Uno solo. Faccio la guida come sulle Alpi, sono sempre a un paio di metri dal cliente.

Ma così rinuncia a un sacco di soldi!
È vero. Il mio agente a Kathmandu me lo ricorda ogni anno. “Kenton, perché non ne prendi una dozzina?”. Ma io ho imparato la lezione, e ho deciso di fare così.

Che lezione?
Nel 2010, alla mia prima esperienza da guida sull’Everest, avevo cinque clienti, e sono andato avanti con i più veloci. Dietro di me una signora si è fatta male sullo Hillary Step. Gli Sherpa sono stati bravissimi, l’hanno riportata al campo-base, poi è stata evacuata in elicottero. Ma la guida ero io, e avrei dovuto gestire la situazione di persona.

Quest’anno sull’Everest sono morti una ventina di alpinisti. Alcuni si sono persi, e nessuno li ha più trovati. Com’è possibile, su una via così frequentata?
Non sono ancora riuscito a capirlo, le agenzie dovrebbero sapere dove sono i loro clienti in ogni momento.

Dipende dai numeri troppo alti?
Probabilmente è così. La 8K aveva una settantina di clienti, la Seven Summits poco meno, Nirmal Purja ha detto di aver portato in vetta 45 persone. Tutti hanno avuto dei congelamenti, qualcuno anche dei morti.

Quest’anno la sua cliente del 2010 sarebbe stata evacuata più in alto. Dal campo II, sopra alla seraccata, se non dal campo III. È giusto usare gli elicotteri così?
Quest’anno ci sono stati più di 200 voli verso i campi II e III, e 70 tra alpinisti e Sherpa sono stati evacuati, ufficialmente per motivi di salute. Le regole del Nepal consentono di volare oltre il campo-base solo in questo caso.

Sono dati veri o c’è il trucco?
Le vere evacuazioni sanitare sono state una quindicina, sono scese in elicottero persone che avrebbero potuto farlo a piedi. Sono stati portati in volo oltre l’Icefall corde, materiale e anche qualche alpinista. Quest’anno è nato il downfixing.

Cosa vuol dire?
Le corde per la parete del Lhotse sono arrivate al campo III in elicottero, e la parte bassa della parete è stata attrezzata in discesa.

Le danno fastidio queste pratiche?
Posso accettare tutto, ma ci dev’essere chiarezza. Un fatto certo è che un volo dal campo base al campo II e ritorno costa 7.000 dollari. Sull’Everest comandano i soldi.

Usare di più gli elicotteri può star bene agli Sherpa, che sull’Everest lavorano e rischiano la pelle. Questo non trasforma un abuso in una cosa accettabile?
È vero, per gli Sherpa la questione è diversa. Ma per gli alpinisti stranieri il Nepal dovrebbe fissare regole più chiare.   

Quali?
Perché una salita all’Everest o a un altro “ottomila” venga omologata non basta arrivare in cima. Bisogna partire a piedi dal campo base e tornarci. Servirebbe anche a limitare gli abusi su altre montagne.

Si riferisce alla norvegese Kristin Harila?
Il nome lo ha fatto lei…

Chi dovrebbe controllare chi sale correttamente e chi bara? Gli ufficiali di collegamento?
No, in Nepal non servono a nulla. Molti si fermano a Namche Bazaar, nessuno sa cosa succede sull’Everest. In India e in Pakistan ne ho trovati di preparatissimi, capaci di rendersi utili in mille modi.

Lei quando ha deciso di diventare guida?
Una ventina di anni fa. Stavo facendo un lavoro su corda su una ciminiera in Galles, il mio amico Jules Cartwright mi ha detto che si era iscritto al corso e mi ha proposto di farlo anch’io. Mi ha offerto una bottiglia di whisky, poi due.

E il whisky ha fatto il miracolo?
Sì, ma non è una storia divertente. Nel 2004 Jules è morto cadendo con una cliente dalla via Cassin al Badile. Una tragedia terribile.

Come sono organizzati i corsi-guida nel Regno Unito?
Per moduli, come altrove. Uno di roccia, uno di Scottish Winter, uno di alta montagna e sci. Per noi lo sci è sempre ostico, ma pochissimi candidati superano il modulo dello Scottish Winter al primo tentativo.

Quante guide ci sono oltre Manica?
Meno di 200, e circa 120 lavorano davvero.

Lavorate più in Gran Bretagna o sulle Alpi?
Sulle Alpi. Le condizioni invernali in Scozia sono un terno al lotto, se in estate vado a scalare sulle Dolomiti o a fare dei “quattromila” in Svizzera è tutto più semplice.     

I suoi clienti dell’Everest hanno già esperienza sulle Alpi?
Sì, uno di loro ha salito più “quattromila” di me! Sull’Everest i clienti europei e americani hanno fatto esperienza sulle Alpi o in Sudamerica. Gli asiatici no.

Cosa succederà in futuro sull’Everest? Ci saranno ancora numeri da record, inquinamento e vittime?
Per qualche anno credo di sì, peggio che nel 2023. Poi le cose cambieranno. Ormai l’80% del lavoro è in mano alle agenzie nepalesi e agli Sherpa. È la loro montagna, impareranno a prendersene cura.

Non abbiamo parlato della Triple Crown, il concatenamento Nuptse-Lhotse-Everest.
È arrivata per caso, nel 2013. Dovevo salire l’Everest con un cliente, lui non è potuto partire. Ho pensato di tornare a casa, poi ho chiesto al mio agente anche i permessi per il Nuptse e il Lhotse.

È salito da solo?
Fino al campo III. Lì Alex Txikon mi ha ospitato nella sua tenda, il giorno dopo siamo andati insieme sul Nuptse. La via non era tutta attrezzata, abbiamo tagliato un pezzo di corda e abbiamo continuato come sulle Alpi. Sul Lhotse e sull’Everest non ci sono stati problemi.

Guide, Sherpa, clienti… c’è spazio solo per loro sull’Everest?
No, quest’anno hanno tentato delle ascensioni importanti Kilian Jornet e David Goettler, qualche anno fa ha fatto lo stesso Ueli Steck. Oggi lo spazio per gli alpinisti di alto livello è poco. Speriamo nel futuro.

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