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Alta quota

Cala Cimenti, il racconto: “Ho sciato il Nanga, è stato bellissimo”

Uno zoccolo di ghiaccio sotto gli sci, difficile da togliere. Per questa ragione Carlalberto “Cala” Cimenti è rimasto a lungo fermo a pochi passi dalla vetta del Nanga Parbat, mettendo in allarme familiari e amici e mobilitando la macchina dei soccorsi. Ero bloccato, fermo, con uno zoccolo incredibile di neve e ghiaccio sotto entrambi gli sci, a un’altezza superiore agli 8mila metri e stava venendo buio. Vitaly mi guardava da poco più in basso, aspettando di vedere cosa avrei fatto”. Lo snow leopard piemontese non ha intenzione di mettere i ramponi rinunciando a questa discesa, così inizia un lungo lavoro al coltello per eliminare l’incrostazione ghiacciata. “Non provavo rabbia o sconforto, cercavo unicamente di terminare il lavoro il prima possibile, stando però attento a farlo bene. Mi dispiaceva solo per Vitaly che era lì ad aspettarmi. Non ero nemmeno preoccupato: le previsioni di Filippo Thiery non davano brutto tempo in arrivo, non c’era vento forte ed ero vestito bene” ci spiega Cala, che finisce il lavoro di pulitura a buio ormai fatto. La sciata inizia alla luce della frontale, su una neve che non è un granché, ma poco importa: “Stavo sciando il Nanga Parbat ed ero sopra gli 8mila metri. Faccio una curva, poi un’altra, la neve è cartone, ma va bene lo stesso: è bellissimo”. Cala scia fino a raggiungere Anton Pugovkin, mentre Vitaly Lazo decide di togliere gli sci intorno ai 7800 metri a causa della neve “non proprio facile e che stacca delle placche insidiose”. Alla fine anche Cimenti toglierà gli sci dopo aver raggiunto Anton e aver ricompattato il gruppo: “Ho fatto ancora un timido tentativo di far rimettere loro gli sci”, ma non c’è stato verso di convincerli. I tre sono una squadra, “ed era meglio tornare insieme al C4; così ho tolto anch’io gli sci, anche se so che lo rimpiangerò per sempre”.

Da campo 4 al campo base

L’ultimo giorno di discesa va più tranquillo. Il traker sullo schermo del pc si muove regolarmente e il gruppo procede sereno, sci ai piedi, sulla montagna. Intorno ai 7mila metri fanno una piccola pausa per effettuare qualche ripresa con il drone e poi si riprende fino a campo 3. È invece quasi impossibile sciare la parte successiva a causa dei molti tratti ghiacciati e del cosiddetto Muro Kinshofer, la parte più tecnica e verticale di tutto il tracciato. “Superato questo abbiamo riagganciato gli sci e siamo scesi fino alla fine del ghiacciaio. Dove, esausti ma felici, sono arrivati intorno alle 17:38 italiane.

Alpinismo e tecnologia

Vent’anni fa, o più, nessuno avrebbe domandato a Cala, come prima domanda, “Ma cos’è successo sotto la vetta?”. Non ci sarebbe infatti stato modo di osservare il puntino del traker gps fermo per sessanta lunghi minuti oltre quota 8mila. L’alpinista sarebbe sceso dalla montagna e, solo dopo, ci avrebbe resi partecipi dell’accaduto. Una prova di come anche l’alpinismo non sia una pratica immobile nel tempo.

La storia dell’Himalaya è ricca di esempi che permettono di capire quanto l’alpinismo d’altissima quota sia cambiato. È di un anno fa la notizia del primo salvataggio su un ottomila grazie a un drone. I fratelli polacchi Andrzej e Bartek Bargiel hanno guidato la squadra di ricerca dell’inglese Rick Allen, disperso da 36 ore sul Broad Peak, grazie alle immagini fornite dal loro drone, in volo a oltre 8mila metri di quota.

Andando a ritroso si potrebbe quasi riscrivere la storia dell’alpinismo, analizzando le scalate con gli strumenti di oggi. È sufficiente pensare al Nanga Parbat dei fratelli Reinhold e Günther Messner, nel 1970. Se i due avessero avuto con sé due piccoli gps l’agonia di Reinhold lungo la valle Diamir sarebbe certamente stata più corta e, inoltre, non sarebbe probabilmente mai stato accusato di aver abbandonato Günther in salita lungo la vetta. Al contrario, se nel 1990 Hans Kammerlander e Diego Wellig fossero stati rintracciabili durante la prima discesa con gli sci dal Nanga Parbat, ci avrebbero fatti preoccupare tutti per il lungo tempo trascorso immobili a circa 7600 metri di quota a causa di un passaggio critico.

C’è chi interpreta la tecnologia in Himalaya come la fine dell’avventura, quella per cui si partiva lasciando famiglia e amici senza notizie fino al rientro. Per altri è invece un’opportunità, il nuovo modo di concepire l’himalaysmo. Solo qualche anno fa ci sarebbe sembrato impossibile riceve un messaggio whatsapp da un alpinista impegnato su un ottomila. Oggi sembra assurdo che uno scalatore scelga di non comunicare, come nel caso di Matteo Della Bordella e Maurizio Giordani attualmente in Pakistan. La cosa certa è che dovremo abituarci sempre più alle dirette dalle più alte montagne del pianeta, iniziando probabilmente a meglio ponderare gli accadimenti, a meglio valutare le situazioni di pericolo. E, forse, a rischiare un po’ di più anche noi che stiamo dietro allo schermo di un computer, lasciando passare qualche ora prima di iniziare a preoccuparci seriamente.

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