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Angelo Ponta: Walter Bonatti, pur non avendolo conosciuto, mi manca

Walter Bonatti con Dino Perolari. Archivio Dino PerolariWalter Bonatti con Dino Perolari. Archivio Dino Perolari

Di Bonatti si è parlato (e si parla ancora) tanto. Walter ha scritto e raccontato molto della sua incredibile vita da esploratore, anche dopo la sua dipartita si è continuato a raccontare. Si sono narrati, man mano e con i giusti tempi, nuovi dettagli sulla sua esistenza, sull’infanzia, sulle difficoltà, sulle vittorie e sulle sconfitte di un uomo che ha vissuto appieno, che ha speso i suoi anni alla ricerca di qualcosa che va oltre il desiderio di conoscere il mondo che ci ospita.

A raccontarci oggi una nuova sfumatura di Bonatti è Angelo Ponta con il suo libro “Scalare il mondo” (Solferino, 2019), un testo nuovo “che vuole rendere Walter accessibile a un pubblico più ampio e, soprattutto, più giovane del solito spiega. In circa 300 pagine l’autore mira a far conoscere un Bonatti diverso dove la parte avventurosa della sua vita (dall’alpinismo alle grandi esplorazioni orizzontali) si amalgama con gli aspetti privati, con le vicissitudini umane e di maturazione caratteriale che l’han visto protagonista.

Angelo è forse la persona più accreditata per poter parlare e scrivere di Walter Bonatti. Non stiamo parlando di un alpinista, ma di un professionista che per anni ha avuto il privilegio di poter scavare tra i materiali dello scalatore, nel suo immenso archivio, traendone nuovi dettagli utili a curare la riedizione di alcuni libri dello scalatore e poi a realizzare “Walter Bonatti. Il sogno verticale” (Rizzoli, 2016). Una monumentale opera precisa in ogni dettaglio in grado di rendere omaggio alla storia e alla vita del più famoso tra gli alpinisti.

 

Angelo, come nasce l’idea di questo libro?

Come già detto l’idea era quella di rendere accessibile Walter ad un pubblico più ampio e anche più giovane. Per questo mi è sembrato giusto lavorare sull’aspetto avventuroso, cercando però di tenere insieme montagna ed esplorazione per dare di Bonatti, anche a chi non lo conoscesse, un ritratto completo. Un compito difficile se si pensa al numero di scalate e di viaggi compiuti da Walter e alla quantità di materiale da lui raccolto nel corso degli anni. Cercare di condensare il tutto, senza travisarlo o semplificarlo, è stato un discreto lavoro. Ma ecco: è la prima volta che di Bonatti si propone un’antologia completa, nella quale si trovano sia le avventure alpinistiche che quelle di esplorazione. E per far sì che attraverso i suoi scritti d’avventura si raccontasse anche la sua vita, gran parte del mio lavoro è stato poi dedicato al raccordo di tutti i suoi testi.

Come?

Attraverso testimonianze in grado di mostrare chi era Walter, di raccontare che vita aveva fatto, che carattere aveva costruito e poi cosa succedeva attorno a queste avventure, prima e dopo, nelle varie fasi della vita. Il risultato è una specie di antologia biografica o, se volete, una biografia antologica. Circa il settanta percento del materiale presente nel volume è rappresentato da scritti di Walter mentre il restante trenta sono miei raccordi che lo mostrano dalla nascita alla morte con l’aiuto delle testimonianze di chi gli è stato accanto in varie fasi della vita: dai compagni di scuola fino ai nipoti, quindi dal Bonatti bambino al Bonatti nonno.

Cosa risulta da queste testimonianze?

Filo conduttore di tutto è certamente il carattere di quest’uomo, che si forma molto presto. La prima testimonianza che si trova nel libro, quella di sua cugina che lo vide arrivare a casa sua, in campagna, nel 1934, lo descrive con una indole indipendente e ribelle e con un innato desiderio d’avventura, di fuga, di solitudine.

Le testimonianze presenti nel libro le hai raccolte tutte tu in prima persona?

Sì, perché ci tenevo a sentire e far sentire il calore del ricordo. Il mio non voleva essere un libro di storia, ma di storie. Tra le varie testimonianze mi ha commosso specialmente quella dei nipoti e dei figli di Rossana Podestà, di quando e come si videro arrivare a Roma questo extraterrestre arrivato dalle Alpi, questa specie di orso burbero che, pian piano, con il passare degli anni, si ammorbidisce e accetta di avere una famiglia, perfino di fare il nonno.

Per la prima volta esce fuori anche il Bonatti innamorato…

Sì, nel libro ci sono cose mai pubblicate. Il racconto delle prime fasi dell’innamoramento tra lui e Rossana. Le primissime lettere che si scambiarono prima di darsi il primo appuntamento, ovvero la lettera che Walter mandò a Rossana quando seppe della famosa intervista, la risposta che diede lei e ancora la risposta di lui. Lì ti accorgi sia del caratterino di entrambi sia delle affinità, che prescindevano da tutto: affinità profonde e sottili, che andavano oltre quelle due vite drasticamente diverse.

Tutte le testimonianze, tranne una, sono di persone che han conosciuto Walter. Come mai hai scelto di inserire il racconto di Igor D’India?

Per trasmettere, soprattutto ai giovani lettori, l’idea che ancora oggi è possibile, nonostante tutto, vivere delle avventure “bonattiane”. Perché quando si parla di Bonatti si dice sempre: “oggi non ci sono più le terre inesplorate, non c’è più il mondo che ha visitato lui, non c’è nemmeno più il suo alpinismo”. Per questo ho parlato con una persona che ha tentato, in canoa sullo Yukon, di seguire le orme di Walter così come lui aveva seguito quelle di Jack London. Igor è partito per questa avventura con mezzi semplici, cercando di raccontare quel che incontrava, vedeva e viveva. Nel libro racconta questo, un’avventura bonattiana vissuta con lo sguardo d’oggi. Perché l’importante non è cercare un mondo che effettivamente oggi non c’è più, quanto affrontare onestamente il presente. Igor, come Walter, si immerge nella realtà del posto, parla con la gente, fa un tratto di strada con loro e racconta quello che vede. Se il panorama è contaminato, lui lo descrive onestamente, non finge di essere l’eroe in mezzo alla natura selvaggia. Immergersi sinceramente e con coerenza all’interno del proprio percorso è molto bonattiano.

Non sei un alpinista e non hai mai conosciuto Bonatti, parli però di lui come un innamorato…

No, non ho mai conosciuto Walter e, il mio incontro con la sua storia non è derivato dalla passione alpinistica. Mi sono innamorato di quel che ha rappresentato l’immersione nel suo archivio. Per anni ho potuto ricercare tra i materiali da lui accumulati e custoditi, e ho potuto farlo senza alcun vincolo, nel senso che Rossana mi ha lasciato piena libertà di frugare dove che mi pareva. Mi sono immerso totalmente nella vita di una persona avendo a disposizione una quantità di materiali impressionante: Walter ha conservato tutto, dai primi bigliettini di bambino fino alla vigilia della morte.

Per questo dico che nonostante io non abbia conosciuto Walter di persona, in un certo senso lo conosco meglio di quanto conosca i miei parenti più stretti. Chi mai ti farebbe leggere sessant’anni della propria corrispondenza, per fare un esempio?

D’altra parte, conoscere così intimamente una persona che non può (più) rispondere alle tue domande significa rassegnarsi al fatto che alcune risposte non si troveranno mai: piccoli tasselli mancanti nella sua biografia (soprattutto della sua infanzia), piccole vicende rimaste in sospeso, tante domande sulle ragioni intime di alcune scelte… Mi piacerebbe poter intervistare Walter: in questo senso, posso dire che mi manca, pur non avendolo conosciuto. Così come Rossana, invece, mi manca davvero, e tanto.

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1 Comment

  1. Potrei dire lo stesso anch’io. Sono un trentenne…l’ho scoperto solo di recente, ma l’umanità ha bisogno di gente come lui, con la sua saggezza, cultura e il suo bagaglio di esperienze da tramandare.

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