Alpinismo

La Terra, Cho Oyu e alpinismo per big

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BERGAMO – “L’alpinismo è un mondo d’elite, in cui è difficile entrare per i giovani. Basterebbe uno sponsor per coprire i costi delle spedizioni, perchè sono circa 15-20 mila euro l’anno, però non è così facile trovarlo. Chi è veramente nell’elite spende e spande alla grande”. E’ una rabbia decisa anche se non sempre precisa, quella di Simone La Terra, il giovane alpinista lombardo che lo scorso settembre è salito in vetta al Cho Oyu, il suo quarto ottomila. In questa intervista ci ha raccontato la sua esperienza e ha espresso il suo singolare punto di vista sul mondo dell’alta quota.

Come è andata al Cho Oyu?
E’ andata bene. Nei miei programmi c’era di salire dal base a campo 2 e poi dal lì tentare la vetta, ma quando siamo arrivati a campo 1 abbiamo trovato la tenda piena d’acqua, così mi sono fermato a sistemare e a dormire. Il giorno dopo siamo saliti al campo 2 e poi il giorno dopo ancora verso la cima. Sapevamo che 4 baschi il giorno prima avevano già tentato la vetta, era il primo gruppo in assoluto. Però quando siamo partiti non avevamo notizie di loro.

E poi la salita come è andata?
Abbiamo trovato campo 3 montato: i due ragazzi spagnoli che dividevano il permesso con me hanno continuato, insieme a 2 sherpa e alla loro cliente. Io invece ho trovato le tende di Kari Kobler, avevo freddo ai piedi e mi son fermato dalle 2 alle 5 del mattino. Quando sono uscito ho visto che i due spagnoli erano saliti di 200 metri. Io ero incerto se tentare la cima, ma poi ho sentito che mi stavano chiamando, e questo mi ha dato la carica, nel giro di un’ora li ho raggiunti. Noi eravamo in 3 in cima. La mia la dedico a Gloria Brighenti, una cara amica. Davanti a noi sono arrivati un’ora prima i due sherpa con la cliente. Siamo stati fortunati, perché era una giornata con poca visibilità al punto che l’Everest non lo vedevi. Trovare il punto più alto non era facile, perché lassù è molto vasto e ondulato. Gli sherpa invece erano stati più volte sul Cho Oyu, conoscevano la via.

Quindi vi ha aiutato che fossero davanti a voi?
Sì ci ha aiutato anche che i baschi fossero saliti il giorno prima e quindi, anche se spazzate dal vento, le orme c’erano. Quei giorni è stata più dura rispetto a dopo, perché il giorno dopo di noi, da campo 3 in su, hanno messo le corde fisse. Noi invece siamo saliti senza, anche perchè non è difficilissima la scalata. La traccia era già battuta, anche se la fatica la facevi lo stesso. Dopo nei giorni successivi, come abbiamo visto anche dalle foto degli altri, a furia di pestare si era molto compattato, era gradinato e molto più agevole.

Quanto ci avete messo a salire e a scendere?
Facendo le somme: da mezzanotte alle 2, dalle 5 a mezzogiorno e mezzo. Quindi un 9-10 ore.

Come è stata per te questa spedizione?
E’ stata un’esperienza positiva e importante soprattutto perché venivo da due spedizioni al Cho Oyu in cui entrambe le volte avevo avuto problemi di congelamenti. Era una montagna dal punto di vista tecnico non così difficile, però mi aveva dato diversi problemi. Invece questa volta mi sentivo bene e i tempi di percorrenza sono stati molto minori. In effetti, io volevo provare una seconda volta ad andare in cima perché c’era una ragazza da sola a tentare, ma dopo ha rinunciato anche lei e allora siamo tornati indietro.

Prossimo obiettivo?
Salvo cambiamenti, l’idea è di andare al Manaslu la prossima primavera. Una spedizione di 5 o 6 persone, ma ancora sono incerti numero e nomi dei componenti.

Tu hai 28 anni e 4 ottomila in tasca, pensi di volerli scalare tutti e 14?
La voglia di provare a farli tutti c’è, poi però a volte capita di trovarsi in circostanze per cui uno su una montagna non ci vuole tornare.

Quali difficoltà incontra un alpinista giovane in Italia?
Ci sono tantissimi alpinisti in Italia, di cui molti hanno fatto diversi 8000, e proprio perché siamo tanti si fatica a trovare gli sponsor. Il fatto di essere giovane vuol dire avere meno esperienza degli altri, meno contatti. Le aziende collaborano con alpinisti che sono sulla cresta dell’onda da un decennio e quindi è difficile per i giovani. E’ un mondo di elite, in cui è difficile entrare.

Cosa servirebbe allora per aiutare i giovani?
Un sacco di soldi. In realtà pur essendo costoso andare in spedizione, l’alpinismo non è poi uno sport così costoso perché è vero che la spedizione costa, però può essere la stessa spesa che prendere una guida per andare in cima al Cervino. Se prendi, per esempio, una guida di Zermatt ti costa più di mille euro, se vai in spedizione magari ne costa 3000 però stai via un mese. Infatti tanti si lamentano degli sherpa, ma uno sherpa lavora con te, ti fa da mangiare, ti porta la roba per uno o due mesi. Lo paghi gli stessi soldi che una guida ti chiederebbe sulle Alpi neanche per una settimana.

Ma se allora non costa poi così tanto, dov’è il problema?
E’ che comunque i fondi non si trovano. C’è gente che accetta anche i 50, 100 euro dal piccolo artigiano, perché due o tre spedizioni l’anno per 5-6mila euro l’uno diventano cifre importanti. Basterebbe uno sponsor per coprire, però non è così facile trovarlo. Chi è veramente nell’elite spende e spande alla grande.

Con chi ti piacerebbe andare in spedizione dei "big"?
Mi sarebbe piaciuto fare qualcosa con la coppia Morawski-Hamor o con Piantoni e Astori. Coi primi due si era già parlato di  un’invernale al Nanga Parbat. E’ stato scioccante pensare che quelle due cordate, che mi erano sembrate tanto belle in Himalaya, non c’erano più. Erano veramente le cordate di altri tempi. Sarebbe stato bello col mio amico polacco Pavel Mihalski riuscire a fare una cosa tutti assieme. Con altre persone non saprei, ho diviso le spedizioni con qualche italiano, ma gli alpinisti italiani non sono molto in armonia tra di loro. Cosa che invece ho notato con gli spagnoli: con loro mi trovo bene, riusciamo a legare, c’è fiducia e rispetto reciproco anche ai campi alti.

Valentina d’Angella

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