Alpinismo

Rubate le tende: Panzeri rientra

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LHASA, Tibet — Una pala da neve rossa e quattro fittoni per terra. Questo il desolante spettacolo trovato da Mario Panzeri a campo 1, dove l’alpinista aveva lasciato una tenda d’alta quota con i materiali necessari alla salita. Tutto sparito. Smontato e preso, probabilmente, dalle commerciali che hanno lasciato la montagna la settimana scorsa. Così è andato in fumo l’ultimo tentativo di vetta dell’alpinista lecchese che ora, arrabbiato e rassegnato, si trova costretto a rientrare in Italia.

"Non dico che non sono andato in cima perchè mi han rubato la tenda – si sfoga Panzeri – però almeno provavamo… Cavolo, le condizioni erano ottime. Meglio che in primavera. Ha nevicato tanto, ma poi c’è stato un vento fortissimo a 80-100 all’ora che ha pulito tutto. La parete era perfetta, dovevi vedere che neve".

Rabbia e sconforto. Questo trapela dalla voce di Mario Panzeri, che oggi avrebbe dovuto essere diretto verso la cima dello Shisha Pangma e invece si ritrova a preparare i bidoni per il rientro. Tutto è accaduto ieri, quando con Nick Rice, Kinga Baranowska e il rumeno Horia sono partiti per tentare di nuovo di raggiungere la cima vera dell’ottomila tibetano.

"Sono arrivato a campo 1 all’una e un quarto – racconta Panzeri -. Mi sono guardato in giro e non vedevo la tenda. C’erano solo quella dei catalani, una tenda vecchia e vuota, e una borsa rossa di una donna giapponese che è appena arrivata coi suoi sherpa. Controllando meglio, ho visto, là dove doveva esserci la tenda, la mia pala e i 4 fittoni da neve che avevo usato per fissarla".

"Non è tanto per la tenda – spiega l’alpinista -, ne avevamo una di scorta perchè non ero sicuro di ritrovare le tende ai campi alti. Quella di campo 2, per esempio, prima la vedevo col binocolo, dopo la bufera non la vedevo più. Avevo preso con me anche giacca a vento e pantaloni da usare per la cima, nel caso non avessi trovato la tuta d’alta quota che avevo lasciato a campo 3. Però campo 1 era riparato. E lì c’era tutto il materiale per la salita: sacco a pelo, guanti d’alta quota, fornelletto, e via dicendo".

Tentare di salire senza quel materiale sarebbe stato impensabile. A Panzeri, che inseguiva il suo 11esimo ottomila senza ossigeno, e ai suoi compagni, non è rimasta altra scelta che scendere. Con i nervi a fior di pelle, anche perchè ormai non c’è modo nè tempo di recuperare quello che manca.

"Sono arrabbiato nero – dice ancora Panzeri -. Siamo rimasti 10 giorni in più apposta per ritentare, e tra l’altro ieri era bello. Eravamo solo noi 4 sulla montagna, eravamo acclimatati bene visto che eravamo già stati a ottomila metri. E questa finestra era da sfruttare. Non era ottima, ma tra il 13 e il 15 il vento doveva scendere a 50 chilometri all’ora e con la montagna in queste condizioni si poteva riuscire. Ripeto ecco, non voglio dire che è colpa di chi mi ha rubato la tenda se non sono andato in cima. Ma potevo provarci. Invece niente. Cosa devo fare? Domani arrivano gli yak e torniamo a casa…"

Il bello di Panzeri è che nonostante la rabbia e lo sconforto, tra un racconto e l’altro riesce ancora a sfoderare la sua risata contagiosa. In testa, però, oggi c’è un pensiero fisso.

"Questa storia è un mistero – conclude l’alpinista -. Non riusciamo a capire cosa sia successo né perchè. Sono andate via settimana scorsa due commerciali grosse, una cinese e una francese. Probabilmente i loro sherpa hanno smantellato anche la nostra tenda. Ma non posso dirlo con certezza perchè non sono più qui, non possiamo nemmeno andare a controllare. Certo nelle scorse settimane c’è stata parecchia confusione. Per esempio abbiamo saputo che degli svedesi hanno usato la nostra tenda a campo 2 senza nemmeno chiedere, era una tenda molto tecnica. Quella di campo 3, invece, l’abbiamo prestata volentieri a Lock per il suo tentativo di vetta. Non so, non so davvero cosa pensare".

L’unica è pensare al futuro. L’appuntamento è tra qualche mese, con altre avventure a ottomila metri.

Sara sottocornola

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