Bike

Marzio Deho, il più longevo biker d’Italia

Ha iniziato a gareggiare nel 1990 e continua a farlo tutt’ora. Con oltre 300 vittorie in carriera, il lombardo Marzio Deho è il biker più longevo nella mountain bike italiana.

Classe 1968 è un veterano dello sterrato, ma lo spirito competitivo e la voglia di vincere sono rimasti quelli di un ragazzino. Raro incontrare un campione ancora voglioso, dopo 30 anni, di misurarsi sul terreno di gara con avversari nati quasi contemporaneamente al suo esordio col pettorale. Ancora più sorprendente sentirsi rispondere “nei primi 10” alla domanda sugli ultimi risultati agonistici. Dimostrazione che il fisico conta, ma l’esperienza anche.

Marzio, sei nato il 2 agosto 1968 e ancora gareggi…

“Sì, purtroppo per i mie avversari sì (ride). Adesso è sempre più dura, ma la passione è ancora tanta. Seguo la squadra, do consigli ai più giovani e poi indosso anche io il pettorale.”

Oltre ad avere passione ottieni ancora piazzamenti di tutto rispetto, giusto?

“Si, qualche risultato lo porto ancora a casa. Due domeniche fa ho messo in coppia due giovani della squadra pensando di fargli fare risultato, alla fine hanno fatto peggio di me.

Diciamo che sono sempre stato protagonista nelle gare a cui ho partecipato. Ho sempre amato la competizione sportiva, anche se non ho mai puntato a obiettivi particolari. Gli altri si preparano già pensando al risultato finale, al podio che vogliono ottenere, all’obiettivo della stagione. Io vado, se poi sono in forma bene, altrimenti non ho mai lavorato per programmare un determinato risultato.”

L’allenamento invece? Segui schede e programmi giornalieri?

“Oggi non mi alleno più in modo specifico. In realtà, a dirla tutta, non sono mai stato meticoloso. Da qualche anno però vedo come sto quando mi sveglio, alla giornata. Inoltre ho preso l’abitudine a lasciare, almeno un giorno a settimana, la bici per fare qualche percorso a piedi o di corsa. Una cosa che nessun avversario o quasi fa, tralasciando il periodo invernale. Da metà gennaio si sale in sella e non la si molla più.”

Infatti sappiamo che sei anche un grande appassionato di montagna e che pratichi lo scialpinismo…

“Si, lo scialpinismo è un’attività che poco c’entra con la bici. Scio da quando ero piccolo, poi dai 18 anni ho iniziato ad andare su con le pelli e a divertirmi fuori pista. Da quando ho scoperto questo modo di vivere la neve non ho mai più preso un impianto. Ho anche fatto qualche gara sulle assi, ma nulla di troppo dispendioso vista la mia attività legata alla bici.”

Parli di attività, ma andando a guardare bene tu hai un altro lavoro che non è legato alla tua attività atletica. Hai sempre lavorato, anche quando eri nei momenti migliori. Scelta difficile?

“È vero. Per la maggior parte degli amatori sono anche io un professionista. Ma ufficialmente ho sempre lavorato part time. È stata una scelta personale dettata dal fatto che, all’inizio degli anni Novanta, non sapevo dove sarei potuto arrivare con la bici. Così mi sono sempre tenuto una seconda opportunità, anche quando avrei potuto fare l’atleta a tempo pieno. Devo ammettere che così l’attività agonistica mi è sempre pesata meno. Non sono obbligato a raggiungere determinati obiettivi per poter continuare, sono più libero.”

Torniamo alla tua longeva attività in sella, com’è cambiato il mondo della mountain bike in 30 anni?

“Radicalmente cambiato. Basti pensare che la mountain bike è arrivata in Italia tra il 1985 e il 1990 con i primi rampichini. Quando ho cominciato eravamo veramente all’inizio di questa disciplina. Le prime competizioni sono state quelle del 1989, 1990. Da lì in poi c’è stata una escalation sia nella qualità atletica che nei numeri. I primi big erano ex professionisti che smettevano con la strada verso i 30 anni e allora si dedicavano alla mountain bike. Adesso è tutto più mirato, ci si specializza fin da piccoli, non si improvvisa più nulla.”

Le bici sono cambiate?

“Tantissimo. Siamo passati dalle bici da 26 pollici, con freni a pattino e forcelle semirigide a modelli che non hanno più nulla a che vedere con quei primi attrezzi. C’è stata una evoluzione esagerata che va dalle forcelle ai vari tipi di telaio. Si è passati dall’acciaio all’alluminio, per arrivare al carbonio. E ancora oggi questo mondo continua a cambiare, evolvendosi a ritmi sempre più rapidi.”

Cambiando la bici, cambia anche il modo di andare in bici?

“Certo, ti devi adeguare al periodo. Ma non credete che con la 26 pollici rigida si andasse piano. Anzi, si facevano cose che a ripensarci oggi sembrano impossibili.

Non si può però dire che i biker di oggi siano facilitati. È un altro modo di andare in bici, cambia la tecnica e il rapporto con il mezzo.”

Da veterano dispenserai sicuramente consigli ai più giovani, cosa diresti a chi si vuole avvicinare a questo sport?

“Essendo il mio sport sono molto di parte. Io preferisco la mountain bike al ciclismo da strada perché ti regala un maggiore contatto con la natura, perché sei lontano dal traffico e dal caos. Poi, con la mountain bike vai dove vuoi. È un po’ come paragonare lo scialpinismo al fondo o alla discesa. Con le pelli fai quello che vuoi e vai dove vuoi, negli altri casi sei limitato alla pista.”

Parliamo di gare, la più dura a cui hai partecipato?

“Difficile dire quale sia la più dura, perché a fare la differenza sono gli avversari che hai davanti. Se ci penso mi viene in mente la Mongolia, in mezzo al nulla con vento e sabbia. Quando sei lì non vedi l’ora di arrivare al traguardo. Anche in Australia ho vissuto momenti veramente estremi. Le più dure in assoluto sono però sulle Alpi dove c’è dislivello e i percorsi richiedono tecnica ed esperienza.”

Il momento più bello che ti ha regalato la mountain bike?

“Sicuramente vincere i campionati italiani assoluti e i diversi podi ottenuti in carriera. Poi i primi posti alle grandi classiche come la Dolomiti Superbike o la Roc d’Azur, in Francia. La partecipazione ai mondiali, anche se non ho raccolto altro che due sesti posti. Sono contento di quel che mi ha dato la mountain bike.”

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