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Passione oltre la leucemia. La storia di Andrea Cappadozzi

Partirà il prossimo 21 luglio Andrea Cappadozzi, montanaro dei Lepini, verso il Peak Lenin (7134 m). Una salita come molte altre, verrebbe da dire. Eppure la sua ha qualcosa in più. Non ha intenzione di aprire una nuova via, né di fare un record di velocità e tantomeno di sciarla per un inedito tracciato. A rendere interessante la sua storia è il percorso che l’ha portato a fare i bagagli e prepararsi a partire ancora una volta verso una montagna lontana. Questa è la nuova vita di Andrea o, forse, sarebbe meglio dire: è la sua seconda opportunità di vita.

Dagli Appennini alle Alpi

La passione per la montagna arriva negli anni Novanta quando  lo “zio, gestore del rifugio al Passo Sella” gli propone di salire a dargli una mano. Si potrebbe dire che per Andrea è stato amore a prima vista infatti, dopo il periodo come aiutante dello zio “mio cugino commercialista mi propose di fare praticantato nel suo studio a Bolzano”. Tra i clienti, caso del destino, anche l’alpinista Erich Abram e il dottor Leonardo Pagani, “figlio di Guido”, responsabile medico della spedizione al K2 nel 1954. “Fu con lui che indossai per la prima volta l’imbrago”, senza più riuscire a farne a meno. In poco tempo Andrea, nato e cresciuto nelle pianure ciociare, si trasforma in appassionato alpinista iniziando a collezionare un gran numero di ascensioni: Sasso lungo, Cinque Dita, Pollice, Grohmann, Le Torri del Sella, La Maria del Pordoi, Kasnapoff sulla Seconda Torre del Sella e molte altre. “In montagna dimenticavo il dolore, e acquistavo uno stato di benessere che mi portavo dietro per tutta la settimana” ci racconta.

Il divertimento dura però poco, “mia moglie ben presto si stancò di rimanere ad aspettarmi a casa da sola per lunghi periodi insieme ai miei due figli e decise così di tornare in Ciociaria”. Andrea, dopo un breve periodo di resistenza, cede decidendo per un ritorno nella terra natia. “Qui ebbi il problema di come alimentare la mia passione viscerale per lo sci alpinismo, e così iniziai subito a cercare posti sull’Appennino dove avrei potuto fare skialp”. Nel 2009, sui monti Ernici, sono davvero in pochi a praticare questa disciplina, ma qualcuno si trova come i “Ragni di Pizzo Deta”. “Con loro feci le mie prime sciate in Appennino. La prima cosa che notai furono le differenze con i montanari del Nord. Sulle Dolomiti ci si saluta con un semplice ‘bergheil’, sugli Ernici con un bel bicchiere di vino rosso accompagnato da pizza con le cipolle, cicoria, salsiccia, pecorino e dolci” racconta divertito Andrea.

Oltre la leucemia

Per Andrea la prima spedizione extraeuropea è quasi un sogno,L’Ojos del Salado, sulle Ande, il più alto vulcano al mondo. Volevo essere pronto, così ho iniziato un intenso allenamento con corse e ripetute, salite in montagna con zaini pesantissimi e pernotti in alta quota”. Oltre a essere preparati fisicamente bisogna però anche essere ben equipaggiati, ecco che allora l’amico Pagani “mi prestò  tantissima attrezzatura per la quota, compreso la tenda e il sacco a pelo usati durante la famosa spedizione del K2 del 2004 con il logo in bella vista. Per me fu un sogno dormire in quel sacco a pelo”.

In quell’occasione Cappadozzi non riesce ad arrivare in vetta alla montagna, “mi fermai intorno ai 6000 metri, poco sopra il bivacco Tejos”. Il suo compagno invece raggiunge i 6891 metri della cima poi, insieme, rientrano verso casa. “Pochi mesi dopo il mio ritorno scoprii di avere la Leucemia, una rara forma di Leucemia, detta a ‘cellule capellute’” racconta con semplicità Andrea. Molti avrebbero appreso la notizia cadendo nello sconforto totale, chiedendo informazioni sulle possibilità di sopravvivenza, sulle cure possibili, informandosi sulle percentuali di successo o, di insuccesso. Per Andrea la domanda è stata invece solo una:dottoressa, potrò tornare in montagna?

Da qui per lui inizia il travagliato percorso che l’ha portato verso la guarigione, con visite e chemioterapia. “Il 18 luglio iniziai la cura, il 10 ottobre festeggiai la guarigione sul monte Cacume insieme a tutti i miei amici del club 2000” racconta Cappadozzi. “Dopo la terapia il mio pensiero fisso fu quello di rimettermi in forma per tornare in montagna”. Inizia allora il percorso più lungo, forse anche più di quello passato in ospedale per la mente di Andrea che vorrebbe solo recuperare e tornare a scalare. “Mia Moglie è stata capace di starmi sempre vicino, anche nelle mie escursioni. Lei, così pigra e non amante dei lunghi percorsi, aveva preso l’abitudine di accompagnarmi, tutti i giorni, sul Monte Calvilli”. Con il tempo è poi venuto il Cacume, sui Lepini, e con lui molte altre cime appenniniche fino a tornare là dove si sono manifestati i primi sintomi, impedendogli di raggiungere la vetta, sull’Ojos del Salado. “Organizzai la spedizione per il 2018 e, in sequenza, scalai il Cerro Catamarca (4050 m), il Cerro Postillitos (5125 m) e  il Cerro Mulas Muertas (5730 m) prima di dedicarmi al vulcano più alto”.

Anche in questa occasione Andrea non riuscì raggiungere la vetta “per appena 250 metri” a causa delle copiose nevicate dei giorni precedenti. Per lui “fu comunque una grande conquista”.

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