Alpinismo

Robert Jasper: c’è ancora spazio sulle Alpi, basta ricercare la creatività

Classe 1968 è cresciuto nella Foresta Nera e fin da piccolo ha iniziato a salire verso l’alto facendosi le ossa sul Jura. Una crescita che gli ha permesso di affinare la sua tecnica e migliorare il suo stile in fretta tant’è che a soli vent’anni contava già la ripetizione di oltre cento vie sulle Alpi fino ad arrivare al 1991 quando realizza in solitaria il trittico delle tre classiche nord delle Alpi (Eiger, Grand Jorasses, Cervino). Un’impresa che porterà il nome di Robert Jasper tra quelli degli alpinisti professionisti.

In quel periodo ero un aspirante guida alpina. Nei weekend ero impegnato con i clienti, ma durante la settimana avevo un sacco di tempo libero e nessun compagno di arrampicata che volesse cimentarsi con me in cose estreme. Avevo però un sogno, quello di chiudere tutte queste vie complesse. Un sogno così forte che alla fine mi ha spinto ad andare su da solo e, soprattutto, senza corde. Credo che questa sia stata l’esperienza che mi ha permesso di diventare un alpinista professionista perché qui ho imparato a gestirmi del tutto, tutto dipendeva da me e basta”.

Sappiamo che ami scalare in solitaria…

È il più serio di tutti gli stili di arrampicata. Per me rappresenta la sfida più grande. È un’avventura grandiosa. Devi calcolare tutto da solo e anche se hai una corda non puoi mai essere ben ancorato come invece accade quando si ha un partner, sei completamente da solo. È un’esperienza davvero intensa, in termini di rapporto con la natura e con se stessi.

Cosa ti lascia dentro questo tipo di alpinismo?

Credo sia un modo di arrampicare differente e a mio avviso più personale rispetto ad altri stili. Con gli amici è sicuramente più divertente. Ma se vado per conto mio a fare una salita in solitaria beh, diventa un’avventura personale molto più grande perché è più pericoloso, perché devo calcolare e pianificare tutto molto meglio.

E quando torni a casa?

Mi sento decisamente bene e rilassato. Ricomincio a godermi la vita normale. Amo circondarmi della mia famiglia e passare quanto più tempo possibile con i miei bambini.

Nel 2005 però eri in compagni di Stefan Glowacz e insieme avete aperto “Via col vento” che vi è valsa il Piolet d’Or… ci racconti quella scalata che non è stata affatto facile?

Sì, non è stata facile. Per questa salita abbiamo fatto 3 spedizioni di 2 mesi alla parete nord del Cerro Murallon. È stata una grande sfida riuscire vivere e sopravvivere in un ambiente selvaggio. Siamo stati in una grotta di neve dove abbiamo dovuto aspettare una finestra di bel tempo e qui sono veramente rare. Devi sederti e stare lì ad aspettare mentre fuori imperversa il brutto tempo per settimane.

Anche l’arrampicata è stata una sfida, ma alla fine siamo riusciti ad arrivare alla vetta. Un’esperienza grandiosa.

Il 24 febbraio sei invece tornato in solitaria, in autosicura, su The flying Circus. Venti anni dopo averla aperta con Daniela, tua moglie. Una via che negli anni è diventata un’icona per l’arrampicata di misto. Perché sei tornato dopo vent’anni?

Perché era il ventesimo compleanno della via, perché è una gran bella via. Inoltre sto pianificando di farmi una spedizione in solitaria in Groenlandia per questa estate e ho pensato sarebbe stata davvero una bella sfida tentare di scalare Flying Circus con una corda, in solitaria, in redpoint style.

Hai mai pensato di farla anche senza corda?

Sì ma il rischio sarebbe davvero eccessivo. Se una delle piccole prese si rompe sei certamente morto. Per me non ne vale la pena, non è possibile calcolare il rischio.

 Secondo te sulle Alpi c’è ancora spazio per l’avventura?

Certo che sì, sono piene di possibilità. Bisogna ricercare la creatività. Cercare, ad esempio, scalate rapide in libera.

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