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Spartiti delle montagne, la storia della musica “alta” in mostra a Torino

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Al Museo Nazionale della Montagna di Torino in mostra "Spartiti delle montagne. Copertine di musica"
Al Museo Nazionale della Montagna di Torino in mostra “Spartiti delle montagne. Copertine di musica”

TORINO — Una collezione unica e di grande interesse, appartenente al Museo Nazionale della Montagna di Torino: “Spartiti delle montagne. Copertine di musica”. Recuperati da un remoto passato attingendo a collezioni di tutto il mondo, gli spartiti con le loro variopinte copertine compongono un’inedita suite alpestre che allieta la vista e scalda i cuori: segno inequivocabile che, nel linguaggio delle altezze, il passato e il presente tendono a confondersi; ennesima riprova che le montagne, a dispetto della loro identità in continua trasformazione, si possono pur sempre raccontare con leziosi stereotipi senza tempo.

Questo aspetto, a ben vedere, non toglie bensì aggiunge suggestione alla raccolta. Ed è ancora una volta un invito a considerare le montagne che amiamo come la rappresentazione di una vita segreta palpitante dentro di noi. Si sa che, come tutte le magnifiche ossessioni, le montagne vanno continuamente alimentate con sogni e simboli del nostro immaginario. Come lo sono queste copertine “da ascoltare”, seducenti inviti a percorrere un’ideale alta via al ritmo di Polka, Mazurka, Galop e, soprattutto, Valzer; una forma musicale alla quale, effetto dei tempi, sono significativamente dedicati molti spartiti.

Si tratta di una selezione di oltre 130 pezzi – con ampi testi introduttivi delle sezioni – i più rappresentativi dell’ampia collezione del Museomontagna, presentati in una mostra organizzata dallo stesso Museo nazionale della montagna con la Regione Piemonte, la compagnia di San Paolo, la Camera di Commercio industria artigianato e agricoltura di Trento. Una rassegna non solo da vedere ma anche “suonata”; nelle sale sono difatti installate due postazioni video-musicali eseguite da alcuni allievi del Conservatorio di Cuneo. Il progetto complessivo è stato curato da Aldo Audisio, Andrea Gherzi, Francesca Villa.

Il tutto è anche raccolto in un elegante volume, in edizione bilingue italiano-inglese, con un ricco corredo iconografico dove sono riprodotte tutte le copertine degli spartiti e proposti integralmente diversi brani musicali. L’opera “Spartiti delle montagne. Copertine di musica” è nata dalla collaborazione del Museomontagna con l’editore Priuli & Verlucca, sesto volume di una serie dedicata alle ricchissime e uniche raccolte di documentazione dell’Istituzione torinese.

Le illustrazioni di questa mostra non sembrano appartenere a degli spartiti musicali. Sembra invece di trovarsi di fronte ad una raccolta di litografie, vignette e manifesti riguardanti la montagna. Alcune immagini potrebbero essere veri e propri affissi pubblicitari in dimensioni ridotte, in cui i colori, le figure e l’organizzazione della pagina ricordano vecchi cartelloni di certe stazioni sciistiche; altre sembrano cartoline ricordo di paesi lontani oppure immagini di eroi in battaglia.

La prima impressione non è del tutto fuorviante: siamo di fronte, infatti, ad una raccolta di spartiti particolari destinati principalmente ad un pubblico di amatori. Come le locandine, anche le copertine illustrate degli spartiti avevano il compito di attirare l’occhio del futuro acquirente e incantarlo. Ma in questo caso la funzione dell’illustrazione va ben oltre: in essa è anticipato il senso del brano che seguirà. L’immagine che vediamo esprime, arricchisce e interpreta di volta in volta in modo diverso il significato della musica e delle parole, ci prepara infatti a ciò che ci attende, ci suggerisce il suo messaggio e, in un certo senso, potrà poi condizionare l’esecuzione e l’ascolto.

E un particolare va sottolineato. Sono talvolta minimi eventi a trovare riscontro sui pentagrammi. Ciò vale particolarmente nell’ambito di quella apparente parentesi di serenità sviluppatasi alla fine dell’Ottocento, in cui la vita della nazione sembrò ad alcuni privilegiati svolgersi secondo linee sicure e affermate. C’era, in effetti, un’Italia umbertina che si esprimeva positivamente, a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, anche nello spalancarsi del turismo popolare ai nuovi orizzonti offerti dalla montagna. Molte sezioni del Club Alpino si prodigarono per aprire le Alpi al popolo. Nel frattempo a Napoli si sale veloci sulle pendici del Vesuvio con la funicolare, meraviglia dell’ingegneria: “Funiculì Funiculà”, ricorda il celeberrimo motivetto di Luigi Denza del 1880.

Alcuni spartiti testimoniano la notorietà raggiunta dalla famiglia Rainer – composta da cantanti girovaghi provenienti dalle Alpi bavaresi – che nel 1828 ottenne uno strabiliante successo a Londra e in tutto il mondo anglosassone, esibendosi sia al cospetto del re d’Inghilterra Giorgio IV, che in affollate piazze e saloni dell’isola; e in seguito fu una delle primissime ad attraversare l’Oceano e a stabilirsi per quattro anni a Boston. In copertina i componenti della famiglia appaiono impettiti nel costume dell’epoca: a volte sono cinque altre misteriosamente quattro, ma il nome della famiglia Rainer è da solo una garanzia: la formazione non conta, lo Jodel sarà sempre lo stesso.

Non si può dimenticare Albert Smith – scrittore, giornalista e conferenziere inglese – che fu uno dei fondatori dell’Alpine Club. Nel 1851 scalò il Monte Bianco. Dall’anno successivo la salita diventò una conferenza-spettacolo all’Egyptian Hall di Londra, messa in scena per sei anni con duemila repliche, a cui assistette anche la Regina Vittoria. Realizzò pubblicazioni e merchandising: gioco dell’oca, ventaglio, peepshow, piatto e moneta ricordo, oltre a spartiti musicali a lui dedicati.

A inizio Novecento sono gli sport invernali a suggerire ammiccanti copertine a non pochi musicisti e illustratori. Fonti d’ispirazione sono le bellezze femminili che illeggiadriscono i campi da sci. Il gusto della velocità – che verrà fatto proprio dal Futurismo anni dopo – non è solo esclusiva dello sci; nelle copertine di musica sono anche ben rappresentate le discese paurose di slitte, tanto popolari nei primi decenni del Novecento.

Incamminandoci in questo immaginario sentiero grafico-musicale, altre sorprese ci attendono. Come negli alpinisti che marciano in fila su cenge tra rocce e dirupi e ne ridiscendono (sempre) piuttosto malconci.

Non può ancora sfuggire il raro “Inno alpino” della Sezione di Lecco del 1884, dove su di una bella composizione pittorica campeggia lo stemma del CAI completato da attrezzature varie da montagna. O “l’Inno degli alpinisti”, per pianoforte e canto, composto nel 1882 in occasione del XV Congresso CAI, anch’esso con un’accattivante copertina “alpinistica”. In altri spartiti del Sodalizio, fatte salve queste eccezioni riccamente illustrate, vige il rigore. Composizioni di caratteri disegnati e l’immancabile grande stemma, quello ufficiale senza modifiche. Per il Club Alpino Italiano basta da solo: “Un nome, una garanzia”, recita un vecchio slogan pubblicitario, anche nella musica.

Infine per la prima volta sono esposti gli spartiti manoscritti originali de “La Montanara” di Toni Ortelli, scritti nel 1927; il canto della montagna per eccellenza. Preziosi cimeli donati al Museomontagna per volontà dell’artista dopo la sua scomparsa. Un ideale ponte attraverso le Alpi: composta al Piano della Mussa nella valle d’Ala (Torino) è diventato il “canto dei monti trentini” grazie prima al coro Sosat e poi quello della Sat che l’ha diffusa in tutto il mondo.

L’inaugurazione è prevista per domani 22 maggio alle ore 18.30. Cosmin Patrana, allievo del Conservatorio Ghedini di Cuneo, eseguirà al pianoforte alcuni brani musicali tratti dagli spartiti in mostra, e presentazione del volume edito da Priuli & Verlucca con il Museomontagna. La mostra poi sarà visitabile fino al 12 ottobre.

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