Storia dell'alpinismo

1933, la Nord della Grande e lo Spigolo Giallo, i capolavori di Emilio Comici sulle Tre Cime

Di tutte le vie tracciate sulla parete, quella di Comici resta la più “libera” e la più logica. Fu compiuta con spirito elegante e pulito”

Gian Piero Motti

Sui ghiaioni ai piedi delle Tre Cime si affacciano due pareti levigate e gigantesche, e uno degli spigoli più eleganti delle Alpi. Secondo Emilio Comici, straordinario alpinista degli anni Trenta, lo Spigolo Giallo della Piccola di Lavaredo ricorda “il filo di una spada”, o “il tagliamare di un fantastico transatlantico arenato su quel mare di ghiaie”. È “la via esteticamente più logica, l’arrampicata più aerea e più esposta che si possa immaginare”.

L’uomo che conia queste definizioni, e che vince da capocordata la parete Nord della Cima Grande e lo Spigolo Giallo, è uno dei protagonisti degli anni del sesto grado sulle Alpi. Emilio Comici, nato a Trieste, è un virtuoso dell’arrampicata libera e un esperto delle tecniche di progressione con i chiodi. Con Riccardo Cassin, è l’unico “sestogradista” italiano noto al grande pubblico.

“Era un animo sensibilissimo, suonava bene il pianoforte, era un intellettuale della montagna, considerava l’arrampicamento come una vera e propria arte” scrive Dino Buzzati nel 1957. “Un alpinista gioioso in parete, malinconico in vetta, nel quale s’immedesimano oggi i solitari” aggiunge nel 1995 Elena Marco in Alpinismo eroico, che raccoglie gli scritti di Comici e quelli che gli sono stati dedicati.

Emilio scopre la montagna sulle Alpi Giulie, dove apre vie impegnative sullo Jôf di Montasio e sulla Cima di Riofreddo. Poi affronta le Dolomiti e nel 1929, con Giordano Bruno Fabjan, traccia sulle Tre Sorelle la prima via di sesto grado aperta da italiani.

Nel 1932, lasciate Trieste e un lavoro sicuro, Comici si trasferisce a Misurina per fare la guida alpina. È il periodo delle sue ascensioni più belle. Poi si sposta in Val Gardena, dove diventa commissario prefettizio (non federale come è stato scritto più volte) e direttore della scuola di sci. È fedele al regime (“si deve osare. Il Duce ha insegnato così” scrive), ma non diventa ricco per questo.

Per vivere, Emilio si esibisce nei “rocciodromi” costruiti in varie città italiane. Dopo le sue vie nuove sulle Tre Cime, arrampica sull’Olimpo (1934, tre vie nuove), sulla Sierra di Guadarrama (1936) nel pieno della Guerra Civile spagnola, sulle montagne del Sinai.

Habitué dell’arrampicata solitaria, ripete con lo stile di Paul Preuss l’elegantissima via tracciata da quest’ultimo sul Campanile Basso di Brenta. Nel 1938, ancora da solo, ripercorre la sua via sulla Cima Grande. Muore nel 1940, cadendo in corda doppia nella palestra della Vallunga, nei pressi di Selva Val Gardena.

L’agosto del 1933, per Comici, è il momento delle realizzazioni più belle. Il 12 e il 13 agosto, con i fratelli Antonio e Giuseppe Dimai, entrambi guide di Cortina, sale la parete Nord della Cima Grande di Lavaredo, che era già stata tentata da cordate illustri come quella di Hans Steger e Paula Wiesinger.

Nei primi 250 metri la parete è verticale o strapiombante, ed Emilio Comici sale un po’ in libera e un po’ in artificiale. Qualche osservatore critica il suo stile, ma altri non hanno dubbi. “Di tutte le vie tracciate sulla parete, quella di Comici resta la più “libera” e la più logica”. “Fu compiuta con spirito elegante e pulito” scriverà mezzo secolo anni dopo Gian Piero Motti nella sua Storia dell’alpinismo, completata da Enrico Camanni.

Comici si sente in gran forma, e alla fine di agosto decide di tentare lo Spigolo Giallo della Cima Piccola, l’altro grande problema delle Tre Cime. La mattina del 2 settembre, affronta con grandi spaccate il diedro che incide la base dello Spigolo. Lo seguono Renato Zanutti e Mary Varale, una delle poche donne di quegli anni ad arrampicare su difficoltà così alte.

Poi le cose si complicano. Il capocordata raggiunge uno strapiombo, tenta di aggirarlo prima a sinistra e poi a destra, infine lo supera in artificiale. Perde il martello che atterra su una spalla di Zanutti, poi sui compagni cade una pioggia di sassi. Quando Emilio si aggrappa a un masso instabile Zanutti lo osserva in silenzio. “Lo so anch’io, ma tutto il resto è liscio!” grida l’amico dall’alto.

Dopo gli strapiombi iniziali, un tratto più facile porta i tre sotto a “soffitti talmente sporgenti” che per Zanutti “diventa umanamente impossibile proseguire”. Comici va a sinistra, traversa una placca levigata, poi gira lo spigolo, accelera su terreno facile, piazza un chiodo e scende in corda doppia.

La sfida decisiva, in realtà, arriva dopo cinque giorni di maltempo. Da Cortina i clienti reclamano la presenza di Comici, “ma il sentimento del lottatore ha il sopravvento”, come annota Zanutti. “La sua anima è ancora quella del dilettante, riscaldata dalla passione, legata alla sua arte”.

La mattina del 7 settembre sulle Tre Cime c’è nebbia. Comici se ne sta taciturno fino alle 8, poi guarda gli amici e mormora “si va?”. I tre preparano sacchi e corde, fanno colazione, lasciano il rifugio Principe Umberto (oggi Auronzo). Risalgono la via già percorsa, poi arriva una nuova, espostissima traversata.

“Getto lo sguardo al di sotto delle mie pedule, uno squarcio tra la nebbia mi lascia intravvedere, cento metri più in basso, il sentiero che abbiamo percorso e il vuoto che mi circonda da tutte le parti” annota Zanutti. “Quale aiuto ha mai il secondo di cordata, quando questa non proviene dall’alto bensì di fianco, e per effetto degli strapiombi è staccata di qualche metro dalla parete? Se avessi tirato la corda lo avrei staccato dalla parete” aggiunge Comici.

Renato lascia dei chiodi a una sosta, si offre di tornare indietro, ma Emilio gli dice di lasciar perdere. Una cengia permette di fare merenda, la nebbia per un attimo si apre, poi il mondo ridiventa grigio e si riparte. Comici sale a destra facendo cadere una pioggia di pietre. Grazie allo strapiombo, però, queste passano all’esterno, nel vuoto. “È tutto un succedersi di strapiombi, abbiamo un bel svitarci la testa sul collo ma non si riesce a vedere quel che ci aspetta là sopra” annota Renato Zanutti.

Un rumore di legno spezzato, un’imprecazione e un oggetto che cade frullando nel vuoto fanno capire ai due di sotto che il martello di Comici si è spezzato. I compagni ne mandano su uno nuovo, ma i chiodi entrano con difficoltà. Poi l’attrito delle corde blocca il capocordata. Quando tocca ai compagni salire, la corda che li tira all’esterno fa capire loro quanto la parete strapiomba.

Segue una traversata con i piedi su una sottile cornice e le mani su una screpolatura invisibile. Zanutti trattiene il fiato, se la prende con la nebbia che si è sciolta non nascondendo più il vuoto, raggiunge i compagni su un ballatoio. Comici, guardando in basso, scopre sul ghiaione i curiosi che si godono “lo spettacolo delle tre lucertole umane”.

Manca poco. Un ultimo tiro difficile e un camino precedono una terrazza dove si può tirare il fiato. Il tramonto è vicino, e i secondi di cordata tentano di salire veloci, ma un sasso che cade sulla mano di Mary macchia di sangue la roccia. Dieci minuti più tardi i tre si abbracciano sull’anticima, poi attrezzano la prima corde doppie della discesa tentando di evitare il bivacco.

“Così, tra quelle rupi aspre e selvagge, nella severa solitudine della montagna, può sbocciare e vivere il fiore della bontà e della fratellanza” annota Comici. Nel cuore dell’uomo del sesto grado c’è spazio per un pensiero romantico.

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