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“Monte Bianco: Il gigante delle Alpi”, un avvincente racconto di uomini e montagne

La richiesta di Stefano Ardito di leggere il suo nuovo libro “Monte Bianco: Il gigante delle Alpi” (edito Laterza) mi ha fatto piacere e coincidenza ha voluto che è avvenuta quando stavo per prendermi qualche giorno di vacanza a Chamonix, in uno studio con vista proprio sul “Bianco”. La seconda cosa che pensai è che di libri sul Monte Bianco ce n’erano già parecchi, ma che per un argomento così “grande” c’è sempre spazio per un aggiornamento. E Stefano questo lo sa fare proprio bene.

La “conquista” da parte di Balmat e Paccard dell’8 agosto del 1786, Stefano la fa raccontare nella premessa a un puntiglioso austriaco armato di cannocchiale e taccuino, il barone Adolf Traugott von Gersdorf, l’unico testimone oculare dell’evento. Da lì in poi il ritmo del racconto mi sorprende, pare televisivo e l’inquadratura geopolitica e storica è rapida e puntuale: l’impresa dei due chamoniardi nasce in un’Europa le cui élite si occupano di filosofia, viaggiano tra le capitali dell’antichità classica, costruiscono e inventano macchine e consolidano il pensiero scientifico. Le cime delle montagne sono scienza, conoscenza e ambizione. Per certi versi ancora oggi è così e Stefano, che il Monte Bianco lo ha salito più volte e ancora vorrebbe tornarci, ci racconta che il tetto d’Europa è tuttora così: i cambiamenti climatici e il loro monitoraggio, come la comprensione dei ghiacciai e delle loro dinamiche esigono un approccio scientifico e passione per la natura. Come non c’è dubbio che la conoscenza e l’ambizione siano ancora oggi due motori che ci spingono verso la vetta.

A proposito, ha ragione Ardito: il Monte Bianco è la cima più alta d’Europa, non ci sono dubbi e i fanatici delle “Seven Summit” se ne diano pace. Le cime infetti hanno solo il valore di cumuli di sassi e ghiaccio finché l’uomo non gliene dà uno culturale, sportivo e perfino spirituale. Lo sosteneva Walter Bonatti, che del Monte Bianco fece il suo regno sportivo e ideale. E gli europei (e non solo) riconoscono il Monte Bianco come la cima più alta d’Europa. Noi Italiani dovremmo anche rivendicare la condivisione della vetta, che ci hanno scippato prima con mano lesta i geografi e poi con furbastro traccheggio i burocrati francesi.

È la storia che irrompe tumultuosa in questo nuovo appassionante libro sul Monte Bianco. Parte da lontano, ma nemmeno troppo. Charles De Sales ci dice che a metà del 1600 i parroci, l’arcivescovo e i valligiani organizzarono processioni e novene per chiedere a Dio di fermare la poderosa avanzata dei ghiacciai, che dai “monti orribili” scendono fino a minacciare il fondovalle. La storia appassionante ci conduce allo scienziato e filosofo ginevrino De Soussure, l’ispiratore colto della prima salita, che incita e premia Balmat e Paccard, gli esecutori del “montebianchicidio”. E sì, perché, oltre alle formidabili imprese alla lotta coll’Alpe, ne son successe di cotte e di crude tra i signori del Monte Bianco, tanto che non di rado si son trovati a discuterne poi nei tribunali.

Dopo la prima volta, ecco anche il grande Whymper. Sono i tempi di Napoleone e le sue guerre che fermano l’esplorazione alpina, che riprende con Goethe, Hugo, Byron, Shelley che si affacciano dai balconi di Brevant e Montenvers. È una storia che scorre fluente fino all’invenzione del “terreno di gioco dell’Europa” e vede la nascita della Società delle Guide di Chamonix, che accompagneranno e faranno la storia dell’alpinismo insieme ai colleghi di Courmayeur. E il gioco diventa formidabile, come racconta Stefano con dettagli e particolari ricchi e curiosi, pieni di persone e luoghi. Una vetta dopo l’altra, nell’infinito Partenone di uomini e donne che si “cimentano” su pareti, nevai e creste di montagne che a volte si scrollano di dosso i fastidiosi ospiti che con pervicace insistenza tentano di salirle.

Il racconto dall’inizio del 1900 fino ad oggi è riassunto nei titoli dei capitoli: “Nasce l’alpinismo sportivo”; “Dalla corsa alle grandi pareti alla guerra”; “Gli anni delle tecnologia e degli eroi”; “Lo spettacolo può iniziare”; fino ad arrivare a “Velocità, cambiamento climatico e Memoria”. Sembrano i capitoli di un libro di alpinismo, nella realtà sono quelli di un avvincente racconto letterario di uomini e montagne.

Sono migliaia i nomi di alpinisti francesi, italiani, svizzeri, inglesi e di altre decine di nazionalità che Ardito cita e tratteggia con sintesi precise, spesso con risvolti aneddotici. Altrettanti sono i toponimi che cita e illustra della geografia del Monte Bianco. Un libro da consigliare per le scuole, i giovani, ma anche per gli anziani pieni di ricordi da rinverdire, come sono io. Scoprirli o ritrovarli è veramente un piacere: ci sono tutti e la loro presenza non è didascalica, ma una storia che si dipana per oltre due secoli. Un nome emerge su tutti e chiude il libro, quello di Walter Bonatti. Come poteva essere diversamente.

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