AlpinismoAlta quota

Everest: il Covid c’è, ma è vietato parlarne

Nella famosa saga di Harry Potter il super cattivo veniva chiamato dai maghi “colui che non deve essere nominato” perché il solo pronunciarne il nome, Voldemort, suscitava paura e lo rendeva reale. La volontà invece del Ministero della Magia era quella di convincere la comunità magica che in realtà questo nemico non esisteva, era stato sconfitto. Vi starete giustamente chiedendo perché vi sto parlando di maghi invece che di montagne. Il fatto è che l’atteggiamento che si sta adottando all’Everest quest’anno nei confronti del “nemico Covid-19” assomiglia ogni giorno di più alla saga di J.K. Rowling con il virus che c’è, ma non può essere nominato e quindi non esiste.

Il Ministero (del turismo nepalese, non della magia) fa finta di nulla liquidando i casi positivi come edemi polmonari da alta quota, mentre le agenzie trekking al campo base tacciono continuando a postare sui social di rotazioni ai campi alti e cerimonie puja senza fare cenno agli alpinisti (anche della propria squadra) evacuati e trovati positivi. Al momento sappiamo che sono tre o quattro i casi, grazie ai social degli scalatori malati. Il numero però si sospetta essere molto più alto, come sostiene anche Alane Arnette, che questa mattina scrive che potrebbe essere anche dieci volte superiore e coinvolgere non solo il campo base dell’Everest, ma tutta la valle del Khumbu.

Il vero problema della stagione alpinistica in corso è che il Nepal sta solo cercando di recuperare le perdite del 2020 a scapito della salute di tutti, stranieri e popolazioni locali. Per fare ciò, sono stati rilasciati circa 400 permessi di scalata, per un totale di entrate di oltre 4 milioni di dollari. Mai un numero così alto di permessi in tutta la storia dell’Everest, che si traducono non solo in alpinisti, ma anche in altrettante guide sherpa e qualche centinaio di lavoratori di supporto al campo base (cuochi, aiuti, medici, ecc.). Un migliaio di persone a 5350 metri nell’anno del distanziamento sociale. Con la promessa implicita che si sarebbe potuta creare una bolla attorno al campo base in cui il virus non sarebbe potuto entrare. Un’illusione, soprattutto con questi numeri. Oltretutto, è vero che gli alpinisti stranieri in teoria sono stati testati negativi sia alla partenza dal proprio Paese, sia a Kathmandu all’arrivo in aeroporto, ma tutti prima di prendere l’aereo per Lukla e iniziare col trekking nella valle del Khumbu hanno trascorso almeno un paio di giorni nella capitale, non sempre in situazioni con mascherine e assenza di assembramenti. Capitale, che ieri è entrata nuovamente in lockdown per l’esplosione dei casi positivi. A preoccupare è ovviamente la situazione della confinante India, che ha un flusso importante e costante in entrata e uscita di persone dal Nepal, il quale ha sempre tenuto i controlli molto laschi per favorirlo.

Non sorprende quindi che qualche alpinista, straniero o nepalese, si sia ammalato e abbia portato il virus nella valla del Khumbu e al campo base, dove i protocolli sanitari sono affidati al solo buon senso delle agenzie. “Le cerimonie puja sono ora un evento privato, alcune spedizioni hanno vietato ai loro membri di visitare le altre squadre, si indossano le mascherine tra i vari campi che sono recintati per scoraggiare le visite” fanno sapere i medici di ER  Everest. Ma ammettendo che tutte queste regole siano rispettate in modo attento da tutti (e lo dubitiamo), la vita sotto al tetto del Mondo non finisce al campo base, ma continua in coda sulle scalette sull’Icefall, sulle corde e ai campi alti dove è impossibile con tutta la buona volontà mantenere queste attenzioni.

Inutile negarlo e fare finta di nulla: la situazione desta preoccupazione, ma l’intenzione è chiara: the show must go on. E nei prossimi giorni ci si aspetta che la via di salita sia aperta dagli sherpa fino alla cima.

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2 Commenti

  1. “the show must go on… “sarebbe condivisibile se il covid colpisse solo i volontari..ovvero i volontariamente inadempienti alle precauzioni basilari… intorno all’Everest o nel paesetto borgo o quartiere o piazze Grandi .Purtroppo colpisce a vanvera e in maniera grave i meno difesi.In nome della riacquistata liberta’ , si salgono le montagne , ci si reimmette nella Grande Natura o piu’semplicemente si raggiunge il massimo delle aspirazioni libertarie col bicchierone di aperitivo colorato, ammassati. A ciascuo il suo .

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