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In Pakistan per aiutare i popoli di montagna. Michele Cucchi ci racconta la sua esperienza

Partiti a fine ottobre sono rientrati intorno al 20 novembre i ragazzi dell’associazione Cuore Attivo Monte Rosa. Sono andati in Pakistan per dare una mano in modo concreto e utile ai popoli delle montagne. Alle famiglie di portatori, cuochi e guide rimaste senza lavoro a causa della pandemia da Coronavirus che ha azzerato il turismo verso le grandi montagne della Terra. Parliamo di un’area dove negli ultimi cinque anni si è passati da 35mila presenze annue a due milioni. Numeri che hanno influito tanto sulla vita nei villaggi di montagna, nel nord del Paese. Per le famiglie di questi ragazzi negli anni si sono aperte possibilità, si sono create nuove opportunità formative e professionali.

Il Coronavirus ha azzerato i progressi fatti riportando le cose indietro di anni, ha trascinato migliaia di famiglie alla fame. L’inverno qui, sopra i 3mila metri, è duro e lungo. Per superarlo hanno bisogno di scorte alimentari, di riso, lenticchie, olio, tè, latte in polvere. Impossibile o quasi riuscire ad acquistarli se per un anno o quasi non si è lavorato, se non ci sono state spedizioni da accompagnare o trekker da guidare. Il virus è arrivato anche qua, non dimentichiamolo. Ha ucciso, ma soprattutto ha lasciato un vuoto difficile da colmare. Ci ha fatto impressione osservare Milano deserta, Venezia vuota di turisti. Nessuno si è invece soffermato a parlare dei popoli dell’Himalaya e del Karakorum. Di quei villaggi dove i passaggi occidentali sono diventati fonte di sostentamento. Cuore Attivo Monte Rosa ha provato a fare qualcosa di concreto sotto la guida di Michele Cucchi, che con il Pakistan ha un legame particolare. “Sono abbastanza local” scherza al telefono. Da anni Cucchi viaggia in questa parte del mondo dove, grazie all’associazione EvK2CNR, si portano avanti progetti di pulizia del ghiacciaio Baltoro e di formazione per guide e soccorritori. Nel 2014 ha raggiunto la vetta del K2 nell’ambito della spedizione K2 60 years later organizzata e diretta da Agostino da Polenza. Sul tetto del Pakistan, con lui, altri sei ragazzi pakistani. Una salita che di certo ha consacrato il suo amore verso queste terre. Le stesse verso cui è partito con gli amici e colleghi di Cuore Attivo Monte Rosa per dare una mano che non fosse solo apparenza.

Michele ci racconti come sono andate le cose dopo il vostro arrivo a Islamabad?

“All’inizio è stato tutto molto rapido. Una volta atterrati abbiamo avuto un piacevole incontro con l’ambasciatore italiano, quindi siamo partiti alla volta di Skardu lungo la Karakorum Highway. Arrivati ci siamo confrontati con gli uomini di EvK2CNR, che sono stati fondamentali sia per la prima fase di approvvigionamenti alimentari che nei rapporti con i villaggi.”

Come ha funzionato la distribuzione?

“Innanzitutto abbiamo preparato una confezione standard contenente 30 chili di vivande. Abbiamo scelto alimenti pregiati, di maggior costo e quindi difficili da reperire per chi si trova in difficoltà. Olio, tè, sale, zucchero, lenticchie, riso e latte in polvere. Abbiamo realizzato oltre 600 sacche, quindi si è preparato un piano di azione lavorando sui villaggi di provenienza di guide, portatori e cuochi.

In ognuno dei centri abbiamo fatto visita alle scuole, parlato con gli insegnati. Gli uomini dell’EvK2CNR dialogavano con i capi villaggio, spiegavano le ragioni della nostra presenza e ci aiutavano a stilare una lista dei più bisognosi. Quindi iniziava la distribuzione. Venivano gli uomini a ritirare i sacchi. Se loro non potevano ci pensavano le donne. A volte anche i bambini. Mi ha fatto sorridere vedere un bocia di dieci anni portare a casa questo sacco da 30 chili grosso quanto lui.”

Dove vi siete mossi?

“La prima missione è durata 4 giorni, ad Askole sulla strada per il K2. Da qui siamo andati ad Arando, una realtà molto isolata ai piedi dello Spantik. Una comunità molto grande, con quasi 2mila abitanti, che rimane bloccata già dalle prime nevicate autunnali. Quindi ci siamo spostati verso un centro chiamato Tessar, nella valle di Arando. Da qui provengono molti portatori. Abbiamo trovato una situazione complessa, il giorno prima del nostro arrivo c’era stato un incendio che aveva bruciato alcuni edifici creando sfollati.”

Poi?

“Siamo andati a Hushe, dove ho ritrovato la maggior parte degli alpinisti con cui ho scalato il K2 nel 2014. È stato un momento di grande gioia. Da lì siamo rientrati a Skardu per spostarci a Gilgit, attraverso l’altopiano del Deosai, e raggiungere Hispar, una vera e propria avventura. Raggiungerlo non è stato facile. 

Credo che Hispar abbia rappresentato uno dei momenti più delicati di tutta la spedizione. La popolazione era guardinga, per ragioni di isolamento geografico principalmente. Non vedevano un occidentale dal settembre 2019. Da qui però provengono moltissimi portatori, impiegati lungo quello che è uno dei trekking glaciali più belli del Pakistan: la traversata Hispar-Biafo.”  

Un momento particolare?

“Qui a Hispar, durante la distribuzione, è successo un incontro curioso. Un anziano mi si è avvicinato, ha iniziato a dire ‘Camillo, Camillo, thank you Camillo’. Lui ricordava di un Camillo che era passato di qui tanti anni fa. Non capivo all’inizio, ci ho messo un attimo, poi ho individuato la spedizione del 1959 al Kanjut Sar. Era guidata da Guido Monzino mentre la vetta venne raggiunta in solitaria da Camillo Pellisier. Nella sua mente era impresso il ricordo di questa spedizione che durante il rientro aveva lasciato al villaggio tutto il cibo avanzato.”

Cosa vi ha colpiti?

“Una spedizione come la nostra è stata una sorpresa, è arrivata in modo del tutto inaspettato. Nessuno l’avrebbe immaginata. Nei villaggi hanno compreso subito lo spirito, che si trattava di un aiuto per chi aveva perso il lavoro. Non ci sono state recriminazioni da parte degli agricoltori, per esempio. Qui la vita è difficile per tutti, ma con il raccolto delle patate hanno potuto prepararsi per l’inverno, i portatori no.

Poi c’è stata l’accoglienza che in questi posti è unica. In ogni villaggio come minimo siamo stati invitati a bere del tè. Alcuni volevano ammazzare la capra, ma abbiamo rifiutato. Non per scortesia, ma perché comprendiamo il costo per una famiglia.”

Non vi siete però limitati a distribuire cibo e sorrisi…

“Con noi c’era un medico, la Ros, che ha avuto un gran da fare. Penso che abbia visitato quasi 200 persone. Di qui non passano molti dottori, anche se bisogna sottolineare come le varie ONG siano riuscite a portare presidi medici e farmaceutici in molti centri. Piccole gocce, imprese, ma fondamentali.”

Avete avuto modo di parlare con le persone del posto di questo strano anno?

“Si, ci hanno raccontato della quasi totale assenza di turisti. Nell’alta valle del Braldo, una zona molto frequentata, hanno visto solo una ragazza occidentale. A Hushe è invece passata una coppia di americani diretta al K6.”

Ora? Volete continuare?

“Certamente, ma tutto dipende dalle forze che possiamo mettere insieme. Un’operazione come quella di quest’anno ha dei costi che difficilmente riusciamo a coprire solo con le nostre finanze. Il motto della nostra associazione è ‘fare tanto con poco’. Se porti tu personalmente i soldi sul posto sai che al dispersione è pari a zero. Per riuscire in questo è però fondamentale la collaborazione dei local. Senza gli uomini dell’EvK2CNR, senza Raza, Riaz, Ismael e Muhammad non saremmo riusciti a fare niente di tutto quello che abbiamo fatto. Sanno come muoversi, hanno i contatti giusti.”

Cosa immaginate per il futuro?

“Quest’anno si è parlato di puro assistenzialismo, una cosa che tendenzialmente non mi piace. Ma si parla di uno stato di assoluta necessità, anche in Italia è successo. La cooperazione è vera è quella che coinvolge le popolazioni locali ingrandendone la visione media, quella che ti da gli strumenti per permetterti di camminare con le tue gambe. Se dobbiamo fare qualcosa che siano attività in grado di portare risultati nel prossimo futuro.

Per fare un esempio i ragazzi che sono stati formati nel corso della spedizione ‘K2 60 years later’ oggi sono facilitati nella ricerca di un lavoro. Alcuni sono stati assunti dal 118 pakistano, sono diventati statali. La loro vita si è completamente trasformata. Vedere le persone che ho seguito io andare avanti nella propria vita mi riempie di soddisfazione. Per questo esiste il piacere di poter continuare, di dargli una mano per rendergli soccorritori migliori, professionisti migliori.”

Complimenti. Vuoi dirci qualcos’altro?

“Si, vorrei parlare dei giovani. Di Chiara e Matteo che hanno partecipato alla spedizione con entusiasmo. Per loro è stata la prima esperienza in Pakistan e l’hanno vissuta esplorando una situazione sociale davvero complessa. Vederli così entusiasti e motivati su un progetto così per me è stato davvero molto significativo.

Un ultimo appunto voglio farlo riguardo la comunicazione, che su progetti come questo è doverosa. Ad alcuni potrebbe sembrare che ci si voglia mettere sotto i riflettori, ma non è affatto così. I social, il racconto sono utili alla creazione di una rete con le persone sensibili, grazie a cui questi progetti si possono realizzare. Senza sponsor a supporto dell’iniziativa non saremmo mai riusciti a mettere in piedi la macchina, e la stessa cosa vale anche per le piccole donazioni che ci hanno fatto commuovere. Gente a casa, senza lavoro, che ha voluto comunque donare 10 Euro. Una cifra enorme per chi si trova in difficoltà.”

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2 Commenti

  1. Michele Cucchi e la sua banda sono sempre una garanzia! Complimenti!!! Oggi é il black friday e avevo in mente qualche spesa…. Direi peró che quest’anno opto per investirlo in progetti veri, di valore, che sanno poco di consumismo spicciolo come questo.

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