Storia dell'alpinismo

Bruno Detassis, l’alpinismo antieroico del “re del Brenta”

Se n’è andato in una silenziosa sera primaverile Bruno Detassis, il “re del Brenta”. Era l’8 maggio 2008, poco più di un mese e avrebbe compiuto 98 anni. Alpinista, ma prima di tutto montanaro di Madonna di Campiglio. Gestore, per molti anni, del rifugio Brentei.

La barba lunga e le rughe della vecchiaia erano segni di esperienza, di un uomo che ha saputo vivere la sua vita appieno e che aveva tanto da lasciare. I suoi racconti verticali, alla ricerca del facile nel difficile, spaziavano dalle Dolomiti, dove ha aperto oltre duecento vie, alle montagne patagoniche.

L’alpinismo di Detassis, in contrapposizione con gli ideali del periodo, non aveva nulla di eroico, non sfidava le difficoltà della montagna alla ricerca di una vittoria. Al contrario si è sempre approcciato alle verticalità calcaree con grande rispetto per l’ambiente e per la vita. Bruno Detassis era un attratto dall’estetica. Sulla parete vedeva una linea e cercava di seguirla nel modo più logico, evitando i tratti più difficili, percorrendo quindi le naturali pieghe della roccia. Quel che si nota lungo il percorso che traccia, insieme a Enrico Giordani e Ulisse Battistata, nel 1934 sulla nord-est della Brenta Alta, una linea superba e intuitiva. Nel 1935 poi, con Enrico Giordani, traccia il suo capolavoro sulla nord-est del Crozzon di Brenta. La via delle guide che risolve la parete offrendo un’arrampicata sostenuta, ma mai ardita, senza forzature o innaturalezza del gesto.

Nel periodo tra le due guerre Detassis diviene figura di riferimento per l’alpinismo dolomitico. Poi scoppia il conflitto e tutto si ferma. L’attività in montagna si arresta. Per Bruno, militare in servizio a Merano, le difficoltà arrivano con l’armistizio dell’8 settembre 1943. All’annuncio della resa agli alleati viene fatto prigioniero dai tedeschi e deportato in un lager. Liberato solo nell’aprile del 1945 ritorna sulle sue montagne dove gli viene affidata la gestione del rifugio Brentei, ai piedi del Crozzon di Brenta. Per decenni è salito in quota offrendo riparo e sostegno ad appassionati e alpinisti nella struttura gestita insieme alla moglie Nella e ai figli Claudio e Jalla. Per molte stagioni i suoi occhi hanno vegliato sugli alpinisti in parete, sempre pronto a partire per dare una mano o prestare soccorso. Magari l’ha fatto con un po’ di rabbia dentro, lui che era disposta a “Far tut quel che podem!” – fare tutto quello che possiamo – per tornare sempre a casa vivo insieme ai suoi compagni.

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3 Commenti

  1. Un alpinista che “vedeva” bellissime linee di salita e le saliva senza mai forzare il suo progredire.
    Uno dei pochi grandi alpinisti che sono stati anche uomini di grande intelletto civile e sociale.

  2. Quanto mi manca la sua presenza al Brentei ed anche quella di suo figlio Claudio; con loro il rifugio diventava subito un riferimento sicuro. Un giorno, dopo che con Angelo Zovetti, INA mantovano, tornavamo dalla sua via al Crozzon(Via delle Guide), ci rimproverò perchè eravamo saliti troppo svelti(3.45h) e quindi, secondo lui, avevamo rischiato per niente e poi perchè avevamo usato tutti quegli…”ingranaggi”(friends)!

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