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“Amo la montagna ma sono un dahu”. Intervista a Fabio Fazio

Fabio Fazio con la guida Abele Blanc. Foto archivio Abele BlancFabio Fazio con la guida Abele Blanc. Foto archivio Abele Blanc

Nel suo salotto televisivo ha dato ampio spazio al mondo alpinistico. Più volte “Che tempo che fa” ha ospitato il re degli Ottomila Reinhold Messner, più spazio l’ha invece ricevuto il più grande di tutti i tempi, Walter Bonatti. Oltre a loro anche Simone Moro, Tamara Lunger, Hervè Barmasse, la coppia degli Ottomila Nives Meroi e Romano Benet, ultimamente l’avventuriero Danilo Callegari.

Fabio Fazio con la sua trasmissione è riuscito a portare sullo schermo televisivo un po’ di quella montagna che ci piace raccontare, quella delle imprese, dell’amicizia e dei valori che spesso trova poco spazio d’espressione su testate e tv generaliste. Alla base di tutto non c’è però solo la professionalità di un giornalista, ma una grande passione per la montagna che trae origine nell’infanzia e che si è fortificata grazie all’incontro con alcuni dei più grandi.

 

Fabio, i suoi primi approcci con la montagna li ha avuti in famiglia, da bambino, poi crescendo è arrivata la passione vera?

“In realtà devo dire che, sotto diversi aspetti, la passione è iniziata tanto tempo fa. Quando ero piccolo, con la famiglia, si andava a sciare sulle Alpi liguri in provincia di Cuneo. Andavamo nel piccolo centro di Frabosa Soprana a un’ora e mezza di macchina da Savona. Ogni volta l’apparizione della neve era qualcosa di fantastico, un’avventura di quella che nella mia immaginazione di bambino era vera montagna. Ricordo che dalla cima del Monte Moro, su cui si arrivava con la funivia, si poteva ammirare l’arco alpino come qualcosa di distante e bello”.

Poi?

“Lo slancio vero è arrivato quando dodici anni fa, con la nascita del mio primo figlio, abbiamo iniziato a frequentare Cogne. Ricordo che passavamo le sere davanti al camino a raccontarci tra amici dei traguardi escursionistici raggiunti durante il dì. Ognuno cercava di alzare sempre più l’asticella così, tirando fuori tutto il mio spirito competitivo, mi sono lanciato una sfida: c’è questo Quattromila che mi aspetta lì davanti, perché non provare a salirlo?

Morale di questo racconto, un giorno sono a Cogne e penso che vorrei fare un tentativo. Mi viene così presentato un monumento dell’alpinismo italiano: Abele Blanc, che da quel momento diventa la mia vittima nonché la mia guida. Prima di provare il Gran Paradiso Abele mi porta a fare qualche salita di preparazione poi, finalmente, arriva il mio grande giorno”.

Quando in vetta?

“Ricordo bene l’emozione di quel primo Quattromila, siamo partiti che era buio. Alle tre del mattino ero sul ghiacciaio con frontalino e ramponi, all’alba mancava ormai poco. Solo più la cengia finale che mi spaventava e poi la cima con le lacrime.

Ho trovato assurdo andare in ansia per venti metri di roccia così, dopo questa salita, ho deciso di iscrivermi a un corso del CAI di Milano dove ho imparato i fondamenti che mi hanno permesso, con l’aiuto di Abele, di fare qualche altro Quattromila. Abbiamo fatto anche tre tentativi al Monte Bianco, trovando per due volte condizioni improbe di forte vento e bufera. La terza finalmente siamo riusciti ad arrivare in cima”.

Fabio Fazio in vetta al Gran Paradiso. Foto archivio Abele Blanc

Legarsi alla corda di Abele Blanc non è una cosa da tutti i giorni, lei è molto fortunato…

“I valdostani quando vogliono dire a qualcuno che non sa andare gli dicono ‘va su come un dahu’, (animale leggendario con le zampe di lunghezza asimmetrica, caratteristica che lo costringe a muoversi attorno alla montagna sempre nello stesso verso, nda). Io sono il dahu di Abele. (ride)

Quando la gente lo incontra in montagna con me, vedo nei suoi confronti una giusta venerazione che peraltro io ho identica. Abele è quel tipo di uomo fatto di montagna in grado di insegnarti tantissimo, in grado di insegnarti la montagna. Da lui ho imparato che le terre alte impongono tempi di riflessione, di rispetto e di ascolto di te stesso, che sono vitali. Vitali perché se non si ascolta e ci si distrae è finita. In montagna esiste questa necessità di assoluta concentrazione, di sentire se stessi e quel che ci circonda.

In quota ho capito che l’essenziale diventa preziosissimo: la terra, l’acqua. Si torna a stabilire un’archetipica scala di valori”.

Parla di montagna con toni e modi delicati e posati, quasi con reverenza. Cosa rappresenta per lei questo territorio?

“Intanto un’attrazione, ma non uno sport. Credo che sia tutto tranne che sport. Vivere la montagna è come leggere un libro di filosofia. È quanto di più spirituale esista sulla terra, rappresenta una linea di confine con il cielo. Di più non si può salire.

Come dicevo è un’attrazione, ma anche un sorriso d’intesa. Un saluto a dirsi ‘ci vediamo presto’. È come darsi appuntamento con qualcuno che hai voglia di vedere. Ma non solo, la montagna è anche un enorme campo scuola, dove tutti i limiti sono evidenti”.

Sono stati veramente tanti i protagonisti del mondo verticale che ha ospitato nel suo studio, cosa le è rimasto di questi incontri?

“Gli alpinisti sono un po’ come i super eroi dei film, persone molto gentili e miti. Uomini e donne che usano la loro forza per consolidare se stessi, non contro gli altri. Denominatore comune è l’umiltà, nonostante siano stati capaci di imprese per la maggior parte delle persone, a cominciare da me, nemmeno immaginabili. Hanno lo stesso sguardo degli astronauti, di chi ha visto qualcosa di troppo grande per poter essere compreso, ma che rende più sereni. Per tornare all’esempio iniziale, sono un po’ come i super eroi che hanno salvato il mondo ma quando tornano alla vita di tutti i giorni non dicono nulla e si confondono tra gli altri”.

Qual è stato il personaggio che ha più apprezzato?

“È difficile dirlo, perché credo che ci sia tanto da imparare da tutti. Se però dovessi sceglierne uno, direi Walter Bonatti. L’ho conosciuto attraverso Michele Serra e poi ho avuto la grande fortuna di poterlo frequentare. Vivere del tempo con lui è stato come fare un corso di filosofia morale poi, iniziandolo a seguire come si fa con le persone a cui si vuole bene, mi sono appassionato alle sue storie. Ho iniziato a leggere quel che non sapevo e ho imparato a capirlo. Ho iniziato ad acquisire l’alfabeto di un codice, di quel codice fatto di tanti silenzi che praticano le persone di montagna.

Walter mi manca tantissimo”.

Poco dopo la solitaria scomparsa di Walter, nel settembre 2011, lei ha avuto il piacere di ospitare Rossana Podestà in studio per ricordare il più grande scalatore di tutti i tempi. Che tipo di rapporto li legava?

“Appena ha potuto l’ha seguito, com’era ovvio che fosse”.

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14 Comments

  1. Interessante vedere un personaggio pubblico in veste un pò diversa da quella solita… Ora che so che è un appassionato di montagna mi sta pure un attimo più simpatico… ah ah ah

  2. Penso avra’ molto tempo libero da dedicare….. dai rumors che girano sulla stampa.” Cogli l’attimo !” Anche sci di fondo a Cogne con gli sci omaggiati da Federico Pellegrino.

  3. Contrordine! .Passera’ su Rai 2. Auguro comunque alcune “scappatelle”e provi le Dolomiti.Posti a scelta…solitari o anche Cortina, Auronzo..3 cime…

  4. Grazie per il ricordo di Bonatti, manca a tutti noi. Fazio invece no, purtroppo un atteggiamento superbo e incoerente ha rovinato la sua immagine.

  5. Questa su Fazio potevate veramente evitarla… spero di non incontrarlo mai in montagna con la sua aria da supponente !

  6. Che a Lei Fazio non sia simpatico lo abbiamo capito, ma vede le guide esistono, fortunatamente, per aiutare coloro che non “capiscono” la montagna e coloro che ne usufruiscono sono dei clienti perché pagano (come si é clienti tutte le volte che si paga per un servizio e anche lei sicuramente in paga delle “baby sitter”) per apprendere ad andare in montagna e “capirla” come dice Lei.
    Cosa facciamo? Aboliamo le guide alpine così n montagna ci va solo Lei?
    Vede, non tutti sono nati “saccenti”, maleducati (e direi un tantino violento) come Lei.
    Su, un bel respiro profondo e vedrà che andrà meglio

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