Alpinismo

Un minuto di Tomek Mackiewicz, il video di Emilio Previtali

Avevamo raccontato, dando la nostra opinione sulla serata del 1 maggio del Trento Film Festival dedicata a Tomek Mackiewicz, del meraviglioso video presentato da Emilio Previtali. Un’intervista da lui realizzata al campo base del Nanga Parbat nell’inverno del 2014.

Abbiamo ringraziato Previtali per aver portato quella testimonianza al festival e lo ringraziamo oggi per aver messo online il video, anche se solo un brave minuto su 10 totali, che vi riproponiamo; sotto trovate invece il suo post e la riflessione con cui è stata accompagnata la pubblicazione. 

 

 

In questi anni ho sentito raccontare tante volte di Tomek. L’ho sentito descrivere come uno svalvolato, come un sognatore, un pazzo, un testardo, un irresponsabile, un non-atleta, una mina vagante, un tossicodipendente, un cane sciolto, un anti-eroe. Alla fine sono perfino arrivato al paradosso di sentirlo raccontare come un eroe, proprio lui.

Il punto è che in pochi di quelli che parlano di lui lo hanno conosciuto personalmente. Pochi hanno speso del tempo insieme a lui sentendolo parlare dal vivo non soltanto di alpinismo ma anche di amicizia, di solidarietà, di libertà. Di vita. Tomek era un alpinista ma non era solo alpinista, era prima di tutto un viaggiatore. Un esploratore.

Per il Trento Film Festival che si è chiuso pochi giorni fa mi era stato chiesto di raccontare l’uomo Tomek e così ho cercato di fare, nel modo più semplice e più lineare possibile, lasciando parlare lui in prima persona e mettendo insieme un racconto basato su una intervista realizzata nell’inverno del 2014 al CB del Nanga Parbat. Nel selezionare i contenuti dell’intervista e nel montaggio ho cercato di raccontare dell’uomo Tomek, dei suoi sogni, del modo di fare, un po’ anche delle contraddizioni o dei dubbi e delle preoccupazioni che mi sembrava lo assillassero.

Il piccolo filmato che ho prodotto dura dieci minuti e racconta senza filtri la persona che ho conosciuto io. Io e Tomek poi, dopo il Nanga, ci siamo sempre tenuti in contatto. A volte il mio compito durante le nostre conversazioni digitali era condividere la sua gioia altre volte era smorzare i toni o ridimensionare le sue delusioni, aiutarlo a mettere le cose in prospettiva. Tomek era una persona molto sensibile e intelligente, era bello dialogare con lui.

Mi dispiace un po’ che a Trento, con l’intenzione di rendere merito all’uomo, si sia finito forse per trascurare un po’ la dimensione del Tomek alpinista ed esploratore. In fondo lui ed Elizabeth quest’inverno hanno trasformato l’impossibile in possibile, come solo i fuoriclasse sanno fare. I fuoriclasse – l’ho già detto a proposito di un altro – quello che fanno è smontare la parola impossibile in tanti pezzetti più piccoli, in tanti piccoli possibile da mettere insieme. Io credo sia questo in alpinismo e più in generale nell’esplorazione il vero e unico significato della parola conquista: spingersi oltre, dove nessuno è mai arrivato, e riportare indietro qualcosa a beneficio degli altri.

La via Messner-Eisendle al Nanga dopo tanti tentativi, invernali ed estivi, era rimasta incompiuta perché giudicata troppo complessa ed esposta, non si può certo dire che a provarla non ci fosse stata gente in gamba. Ci avevano provato tra gli altri anche Simone Moro e Denis Urubko. Tomek ed Elizabeth perseverando sono riusciti nel loro intento, poi purtroppo conosciamo l’epilogo della vicenda. Di Tomek spero in futuro si riesca a raccontare, oltre che del personaggio un po’ rock e un po’ naïf, anche della visione alpinistica, spero si riesca a dire della forza e della perseveranza e del modo che aveva di lavorare ai propri sogni perché questi si realizzassero. Spero si cominci prima o poi anche a parlare della sua idea di alpinismo e di avventura che era tutt’altro che banale o démodé, come a certi piace far credere. Quello di Tomek era un alpinismo che abbracciava le incognite e che molto spesso non concedeva mezze misure, scappatoie, scorciatoie, non sulla montagna ma neanche nella vita. Sulle montagne di 8000 metri spesso le due cose – alpinismo e vita – si confondono tra loro.

Settimana scorsa a Trento si è finito per non parlare delle avventure di Tomek nei territori del Nord, dei suoi viaggi, delle esplorazioni in canoa, in bicicletta, a piedi e poi in fondo si è parlato poco anche delle sue sette volte al Nanga ma questa non è una colpa -credo- è casomai una scelta. Le cicatrici sono ancora troppo sensibili, forse è troppo presto. Da parte mia penso che quando uno viene chiamato a contribuire a un progetto collettivo, il suo compito debba essere quello di rispettare gli spazi e la missione che gli è stata assegnata e io così ho cercato di fare. Per raccontare il Tomek alpinista ci saranno altre occasioni, senz’altro. Io lo farò volentieri se mi verrà chiesto, con altre presentazioni o incontri, quello che capiterà.

Un ultima cosa vorrei dire: sento sempre parlare della eredità di Bonatti. Poi in realtà, quando c’è qualcuno che si è messo realmente (anche geograficamente) sulle sue tracce, quando c’è qualcuno che in modo puro e semplice si cimenta in un alpinismo d’altri tempi fatto di avventura e di coraggio, di tenacia e di perseveranza, finisce quasi sempre che non ce ne accorgiamo. Non ne parliamo abbastanza. Uno dei film candidati alla vittoria finale del Festival era “Dirtbag – La leggenda di Fred Beckey”, se ne è parlato come fonte di ispirazione e di meraviglia. Benissimo. Bellissima storia e grandissimo personaggio. Però non dimentichiamoci che in questi anni abbiamo avuto il privilegio di avere a che fare anche in Europa e in Italia con dei giganti della esplorazione e dell’avventura e tutto quello che ci siamo limitati a fare, spesso, è stato limitarci a sottolineare la eccentricità o all’opposto la capacità tecnica.

Spesso ad appassionarci non sono le vicende ma i personaggi e i loro record e questo non sempre è un bene, soprattutto quando questi soggetti non sono in condizione di raccontarsi in prima persona. Spesso finiamo per idealizzare questi uomini e queste donne e di farne delle caricature, dei “santini” più che dei ritratti. Speriamo un giorno che qualcuno riesca a raccontare Tomek per quello che era, è l’augurio che faccio alla moglie Anu a cui ho messo a disposizione tutti i contenuti del mio archivio. Quello che ha regalato Tomek a me, è la visione. L’ispirazione. L’idea che in montagna le difficoltà non sempre e non solo vanno circumnavigate, certe volte ci si può buttare dritti in mezzo. Tomek mi ha insegnato che certe volte bisogna avere il coraggio di navigarle le difficoltà, anche nella vita, perché è bello così e perché è soltanto in quel modo che si spostano i limiti: andando oltre.

Per il video ringrazio Michal Obryckii che insieme a me ha realizzato la intervista nel 2014; 341 Production con Claudio Rossoni e Dino Gervasoniper il montaggio e il sound design e Daniele Previtali che mi ha aiutato nella preparazione del progetto. Ecco qui, un minuto di Tomek.

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