AlpinismoK2 invernale

Marco Bianchi: il mio è stato il K2 senza emozioni

Marco Bianchi è figura sfuggente dell’alpinismo. Si è ritirato donandosi al mondo della fotografia in cui, per altro, sta ottenendo grandi risultati e soddisfazioni.

Abbiamo impiegato un certo tempo a trovarlo, non è stato facile. Ha saputo come nascondersi agli occhi indiscreti, ma alla fine l’abbiamo rintracciato e ci ha rilasciato una testimonianza unica sul K2 e su uno dei suoi protagonisti attuali Krzysztof Wielicki.

Sei stato molte volte in spedizione con Wielicki…

Ci ha messi in contatto Kurt Walde sapendo del sogno serbato per anni di andare in Himalaya. Erano altri tempi, parliamo del 1992. Non c’era internet e trovare i contatti era molto difficile. Ma grazie a Kurt sono arrivato a lui e a quella grande generazione di polacchi.

Qual è stata la vostra prima spedizione insieme?

Fu in maggio al Gasherbrum I. Una spedizione tragica, in cui però Krzysztof mi chiese se volevo partecipare ad un’altra salita già programmata per settembre, sul Manaslu.

Il tuo primo 8000…

Si. In quell’occasione si formò anche un gran bel gruppo. Eravamo due italiani e i polacchi, una squadra affiatata fin da subito, che diede vita ad una serie incredibile di spedizione himalayane.

Ci racconti qualcosa?

Dopo il Manaslu è venuto il Cho Oyu e il Broad Peak e poi lo Shisha Pangma. Nel ’93 salii tre 8000 arrivando a destare l’interesse di giornalisti come Mantovani, poi diventato mio grande amico. Una carrellata di spedizioni proseguite fino al ’96 con il K2.

Il Campo IV a 7.900 metri circa sullo Spigolo Nord del K2 fotografato da circa 8.000 metri. Copyright © Marco Bianchi 1996. All Rights Reserved.

Sei stato anche sul K2 con Wielicki?

Si, ed è anche stato il mio ultimo 8000. Siamo andati su di notte, erano le otto o le nove di sera quando abbiamo toccato la vetta. Fu un arrivo senza emozioni, senza gioia, con tutta l’ansia di dover vivere un’esperienza ai limiti della vita perché arrivare in vetta al K2 di notte rischiando poi una discesa notturna o un bivacco è qualcosa di trascendentale. 
Era buio, non si vedeva nulla di quel che avevamo attorno. Un arrivo sterile che ha segnato la fine di una parte della mia vita.

Come mai?

Perché ho sempre vissuto l’alpinismo come la possibilità di sperimentare una dimensione di songo, di favola come per i bambini. Per me l’alpinismo è sempre stato andare in alto, andare in quota. Una dimensione finita con l’Everest perché non si può più salire oltre. Dopo l’Everest la motivazione che mi spingeva all’alpinismo è venuta meno. Il K2 è stato illusione.

Illusione?

Si, lo spigolo nord è qualcosa di maestoso, di ingannatore tanto è bello. Mi ha fatto credere che quella dimensione poteva essere un modo per continuare sulla vecchia strada, ma dopo l’Everest la mia via era finita e il K2 alla fine è stata una ripetizione di quel che già conoscevo. Veniva meno per me quell’aspetto di magia e avventura che era la motivazione principale.

In arrampicata sullo Spigolo Nord del K2 sopra il Campo III a circa 7.800 metri di quota. Copyright © Marco Bianchi 1996. All Rights Reserved.

Ci sveli qualcosa sul capospedizione Krzysztof Wielicki?

Wielicki è stato tra i tre, quattro alpinisti più forti nella storia dell’Himalaya. Ci sono stati Loretan, Kukuczka, Messner e lui.

Wielicki è un’eccellenza dell’alpinismo himalayano. Un corpo ogni tre miliardi, un alpinista assolutamente a suo agio nell’altissima quota, con una testa mostruosa. È la persona che non tituba mai, che non ha mai dubbi, con una determinazione feroce. Pare quasi inumano per forza fisica e determinazione. Ha un grande sprezzo del pericolo. Cose che derivano anche dalla mentalità di quella generazione di polacchi. Ragazzi che avevano un modo di approcciare le montagne che per noi occidentali era del tutto sconosciuto.

Mi viene da sorridere ripensando ad un incontro al campo base del Dhaulagiri con un gruppo di polacchi. Erano tutti amputati e se chiedevi qualcosa ti rispondevano con semplicità: questo l’ho perso al Manaslu, quest’altro su quell’altra montagna durante un’invernale. Avevano una durezza che per noi era del tutto sconosciuta.

E invece chi è Krzysztof fuori dalla montagna?

Non esiste un Krzysztof al di fuori della montagna. La sua mente è sempre rivolta alle altissime quote. Tutto si svolge in funzione dell’alpinismo, ma questo è normale per tutte le persone che raggiungono livelli elevati nel proprio campo. Nel senso buono lo definirei un fanatico.

La piramide sommitale del K2 al tramonto. Vista dal campo base. Versante nord. Copyright © Marco Bianchi 1996. All Rights Reserved.

Ci racconti un aneddoto?

Così, su due piedi, mi vengono in mente due storie. Una volta dovevamo andare in Valtellina e si è presentato a prendermi con la sua Alfa rossa. Aveva le pastiglie dei freni consumate e ci siamo fatti tutte le curve della discesa dell’Aprica con il freno a mano. Io ero terrorizzato, lui sereno e divertito. È fatto così, come anche quando al Gasherbrum II ha iniziato una corsa divertita tra i crepacci. Eravamo solo io e lui a campo 2 in mezzo alla bufera e non si vedeva che a due metri di distanza. La neve ci arrivava alle ginocchia, dovevamo scendere. Il ghiacciaio era terribilmente crepacciato e Krzysztof fa “scendiamo slegati”, poi parte. Scendeva urlando “latte, latte, latte” e ogni trenta metri finiva in un buco. Ne usciva e ripartiva a scendere e a urlare “latte, latte” per poi rifinire nuovamente in un buco dopo trenta metri.

Ora però tocca ai polacchi…

Credo che questa sarà una delle ultime, se non forse l’ultima grande impresa alpinistica che si possa realizzare. Fatto il K2 invernale, forse, non rimarrà più nulla di quello che è l’alpinismo tradizionale. Oggi, grazie a quella che è stata l’evoluzione alpinistica non si può più pensare di vivere una vera avventura in montagna. Una vera esplorazione dell’ignoto.

Il K2 invernale invece è l’ultimo baluardo dell’alpinismo come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi. Dopo di lui non so come potrà essere l’alpinismo del futuro. So però che sarà molto sterile. Ci sarà un alpinismo sportivo, basato principalmente sulla prestazione Atletica.

Come esiste la corsa di Bolt sui 100 metri piani, c’è lo Steck sulla sud dell’Annapurna.

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4 Commenti

  1. Bellissima intervista, scevra da ipocrisie, a un alpinista vero. La sua profonda conoscenza delle grandi montagne e della loro storia si legge anche nei quattro nomi che ha indicato come i più grandi himalaisti mai esistiti, sui quali concordo in toto : Loretan, Kukuczka, Messner, Wielicki. Benchè non sia stato collezionista di ottomila, avrei aggiunto solo Wojciech Kurtyka.

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