Alpinismo

Aconcagua, italiani difendono i soccorsi

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MILANO — "I soccorritori hanno fatto tutto il possibile. Federico non poteva essere salvato: soffriva già di edema quando era con noi". Queste le parole di Mirko Affasio, Matteo Refrigerato e Antonella Targa, gli alpinisti italiani sopravvissuti alla tragedia dell’Aconcagua, nella quale sono morti la guida Campanini e l’alpinista italiana Elena Senin. Nel frattempo, in Argentina, proseguono le indagini contro i soccorritori, che hanno ribadito, nelle scorse ore, di essere rimasti con Campanini fino al momento in cui è spirato.

Sulle prime, i tre alpinisti italiani hanno rifiutato ogni commento e ogni contatto con la stampa. Poi, però, hanno deciso di parlare. E lo hanno fatto per difendere la squadra di soccorritori che hanno salvato la loro vita, e che ora sono finiti sotto accusa per l’inquietante video in cui sembra che abbandonino, ancora vivo, Federico Campanini, dopo aver cercato di trascinarlo in malomodo con una corda.

"Mi ha fatto male leggere che Federico è stato abbandonato a morire – ha raccontato Affasio al Secolo XIX nei giorni scorsi -. Lo escludo. Oltretutto alcuni degli uomini che lo hanno soccorso erano suoi amici, gente che vive e lavora ai campi base. Ma a quell’altitudine i movimenti diventano pesanti, e trascinare un corpo inerte sulla neve comporta una fatica bestiale. Federico stava male fin dal primo giorno. Avevamo notato che la punta del naso e delle dita delle mani erano diventate nere. Non si trattava di congelamento ma di un edema polmonare, se lo era diagnosticato da solo, aveva il diploma di paramedico. Stava male, ci chiese di fargli un’iniezione, ma il liquido si era congelato".

"Noi, con i soccorritori, abbiamo impiegato sette-otto ore per risalire la parete della montagna e ridiscendere al campo base – ricorda Affasio, che sta ancora curando i congelamenti riportati lassù -. E anche noi siamo stati trascinati in quella maniera, con una corda al collo. Ma è stata la nostra fortuna, io riuscivo a stare in piedi, Matteo invece è stato trascinato dentro un sacco a pelo. A quei soccorritori arrivati lassù in cima all’Aconcagua dobbiamo dire grazie".

"I soccorritori hanno fatto tutto il possibile – conferma Refrigerato, intervistato dal quotidiano argentino Clarin -. Federico non poteva essere salvato così come non c’è stato modo di salvare Elena: abbiamo letto in Argentina che c’erano dubbi sul fatto che l’avessimo abbandonata quando era ancora viva. Non è vero. Abbiamo proseguito per cercare di salvarci solo dopo avere la matematica certezza che Elena era morta. Federico era anche paramedico e anche lui ha confermato la sua morte".

E’ d’obbligo precisare che quel giorno, Affasio, Refrigerato e la Attanasio erano stati recuperati per primi dai soccorritori, dunque non hanno assistito direttamente alle operazioni di salvataggio di Campanini. Ma le ha seguite, via radio, Antonella Targa, la quarta italiana del gruppo che era rientrata al campo base prima di raggiungere la vetta a causa di un malore. E anche lei non ha dubbi.

"Quel filmato buttato in pasto all’opinione pubblica, fuori dal contesto, non significa nulla – ha detto la Targa a Il Giorno -. Sembra che Federico sia stato abbandonato, ma non è così: i soccorritori hanno lottato sette ore per tentare di riportarlo a valle ancora in vita. Ho sentito dalla radio, al base, i dialoghi con quegli uomini meravigliosi che hanno rischiato la vita per aiutarlo. Ho avvertito il loro sforzo, l’affanno del loro respiro quasi impossibile a quell’altitudine. Io so che non potevano fare di più. Ma chi non ha vissuto un’esperienza così, non dovrebbe permettersi commenti".

Un fronte comune, insomma, da parte dei sopravvissuti a quella tragica avventura, che difendono a spada tratta la buona fede dei soccorritori. Che non scioglie, però, i dubbi sull’equipaggiamento e le modalità con cui la squadra stava eseguendo il soccorso. Affasio, a questo proposito, ammette che forse i soccorritori non erano attrezzati per quelle quote e dice che alcuni non erano neppure soccorritori professionisti. "La gente che sta attorno a Federico nel video non fa parte di una squadra di soccorso – afferma l’alpinista -, sono volontari raccolti al campo base, uno fa il cuoco…l’attrezzatura non è all’altezza della situazione, a 7000 metri occorrono scarponi speciali con la calzatura doppia, come quelli che indossava Federico che era uno scalatore espertissimo. Ma sono sicuro che ce l’hanno messa tutta per salvarlo".

E così, in Argentina, prosegue tra polemiche e colpi di scena l’inchiesta scatenata dalla denuncia sporta dal padre di Campanini, che ha deciso di rivolgersi ad un avvocato dopo aver visto il video. La querela, ha precisato l’avvocato della famiglia, è rivolta in particolare ai due ufficiali di polizia presenti sulla montagna: uno è l’ispettore Josè Luis Altamirano, capo della squadra di soccorso, che nel video chiede l’autorizzazione a lasciarlo, l’altro è Diego d’Angelo.

I due soccorritori sono stati sentiti in questi giorni dal procuratore della città di Mendoza Luis Correa Llano, che sta indagando sulla vicenda. Nei giorni scorsi, Correa Llano ha tenuto una conferenza stampa, nella quale ha chiarito che gli inquirenti stanno valutando e confrontando date e tempi del soccorso, ma che per il momento non ci sono ancora degli indagati. Il procuratore, secondo la stampa argentina, avrebbe anche specificato che in ogni caso, non era competenza del procuratore Claudia Rios – interpellata dai soccorritori nel video – decidere sul da farsi riguardo l’operazione di soccorso.

Da parte loro, gli avvocati dei due soccorritori hanno assicurato che i loro clienti sono rimasti con Federico Campanini fino al momento della sua morte. Ma la loro versione ufficiale dei fatti non verrà resa nota fino alla settimana prossima: i due, al momento, non possono nè prendere parte a operazioni di soccorso nè parlare con la stampa.

Al Clarin, però, sono trapelate alcune dichiarazioni di Altamirano che avrebbe dichiarato di aver trovato Campanini riverso su una pietra, intirizzito dal freddo e disidratato, di averlo recuperato con difficoltà e averlo trascinato fino a 200 metri dalla cima, prima di accorgersi che non aveva più segni vitali. "Abbiamo provato a rianimarlo ma ormai era morto" avrebbe detto Altamirano.
 

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