Storia dell'alpinismo

La conquista della Nord dell’Eiger

Anni di tentativi falliti, di ritirate un attimo prima di avere la peggio. E purtoppo anche di tragedie. La nord dell’Eiger, il cosiddetto “orco”, popolava i sogni di tutti gli alpinisti degli anni ’30. Fino a che giunsero loro, i tedeschi Anderl Heckmair e Ludwing Vorg, e gli austriaci Fritz Kasparek e Heinrich Harrer.

Era l’estate del 1938. Il 21 luglio per la precisione. E alle 2 del mattino Kasparek e Harrer, superato il crepaccio terminale, iniziano la salita dell’immane parete. Slegati e ognuno con i propri pensieri, pochi metri a destra del “pilastro fessurato”, praticamente l’attacco della parete, ecco la sorpresa. Qualcosa di grigio si muove dinnanzi agli alpinisti. Pietre? No, persone. Si tratta di Anderl Heckmair e Ludwing Vorg che, trascorsa la notte in una grotta-bivacco, stanno scrutando il cielo. Pensano di ridiscendere. La giornata, a parer loro, dovrebbe volgere al brutto nelle prossime ore. Ma non c’è tempo per i convenevoli, lasciati i due tedeschi, per Harrer e Kasparek iniziano le vere difficoltà della parete. La “fessura difficile” li impegna per parecchio. Soprattutto si rivelano complicate le manovre di recupero dei sacchi che pesano 25 chili l’uno.

Il primo giorno

La tenacia però è l’ingrediente essenziale di ogni scalata. E così, grazie soprattutto allo stile e alle capacità di Kasparek, i due raggiungono la famigerata “traversata Hinterstoisser”. Roccia verticale che sprofonda nel vuoto con, al di là, il primo nevaio. Esattamente due anni prima Andreas Hinterstoisser – con Toni Kurz, Willy Angerer e Edi Rainer – aveva in pratica inventato quel passaggio. Con manovre di corda talmente azzardate da rappresentare il cosiddetto “punto di non ritorno”. Una volta passata la traversata, una ritirata da quella zona è impossibile. Se ne resero conto troppo tardi i quattro, trovando la morte proprio nel tentativo di schivare quel passaggio.

Centimetro dopo centimetro, metro dopo metro, Harrer e Kasparek proseguono la scalata. E’ una lotta estenuante con la montagna per la completa mancanza di appigli. Ma anche questo ostacolo viene lasciato alle spalle. Ed è tempo di colazione. Una pausa di concentrazione e per ammirare lo spettacolo grandioso che offre la parete. Al di sopra un incavo scuro e verticale. Al di sotto un unico e spaventoso salto fino ai pascoli di Alpiglen. Il tratto successivo è il primo nevaio. Ghiaccio intriso d’acqua e una pendenza fino ai 55 gradi. E, al termine, il budello di ghiaccio. Non sembra così difficile, almeno da lontano. In fondo, pensano i due, è soltanto un salto roccioso incrostato di ghiaccio che unisce il primo e il secondo nevaio. Ma si tratta di un pericoloso tranello. Sotto lo strato gelato scorre acqua in abbondanza. Piantare chiodi che tengano è praticamente impossibile. Purtroppo non si può passare altrove. E quello scampolo di roccia che affiora non presenta appigli. I due impiegano ore per giungere al secondo nevaio. E, quando finalmente ci arrivano, sono fradici fino alle ossa.

La via salirebbe ora in diagonale, verso sinistra. Fino al cosiddetto “bivacco della morte”, dove tre anni prima si concluse tragicamente il primo tentativo sulla nord da parte di Seldmayer e Mehringer. Ma è già pomeriggio, e sono 20 lunghezze di corda su ghiaccio vivo. Quel pezzo di parete è già spazzato dalle slavine e dalle scariche. Bisogna bivaccare, e passare di lì l’indomani mattina presto: quando le pietre sono ancora imprigionate nel ghiaccio. Così i due puntano decisi verso destra, in direzione di uno spuntone roccioso. Sembra un buon posto per bivaccare. Il riparo offre sicurezza. Grazie alla luce del giorno che ancora persiste, i due riescono a scavare un sedile nel ghiaccio sottostante. Purtroppo i vestiti bagnati e la temperatura che pian piano scende con il calare del sole, rendono la notte lunga e sgradevole. D’altra parte poche persone al mondo possono raccontare di aver dormito tra le braccia dell'”Orco”, seduti sul ghiaccio a 3000 metri di altezza. Ancorati a un chiodo, sospesi nel vuoto.

Secondo giorno

Ogni roccia è imprigionata dal ghiaccio e la salita attraverso il secondo nevaio può essere condotta in sicurezza. E subito il nevaio si fa riconoscere in tutta la sua imprevedibilità. Visto da sotto sembra una superficie liscia, ma da vicino è una lunga serie di gobbe che contribuiscono alla costante illusione di essere ormai prossimi alla meta. Poco prima di giungere alla fascia rocciosa che separa i due nevai, uno sguardo indietro e la sorpresa. Due uomini salgono letteralmente di corsa. Non è possibile che giungano dalla base, devono per forza aver bivaccato anche loro in parete! E invece è proprio così, e i due altri non sono che Ludwing Vorg e Anderl Heckmair. Lo stupore è grande, ma qualche battuta stempera il clima fattosi teso. Si decide di proseguire assieme, in due cordate separate. E sarà questa la chiave dell’ascensione.

La pausa di mezzogiorno trascorre al “bivacco della morte”, dove i quattro cementano l’unione definitivamente. Insieme si prende la decisione della via da seguire, che non può che essere quella classica, quella che tutti gli alpinisti cimentatisi con l’Orco avevano indivuato come la via di salita ottimale. Da lì bisogna scendere sul terzo nevaio, risalire uno spigolo roccioso noto come “rampa”, traversare fino al “ragno” e risalire il sistema di fessure parallele che solcano l’ultima fascia di rocce ed escono sulla calotta sommitale. Facile, ma solo a dirsi.

E le prime difficoltà si presentano già in discesa verso l’ultimo nevaio. Le pendenze superano i sesanta gradi e la parete continua a rivelarsi peggiore di come la si possa vedere dal basso. La rampa, infatti, non presenta nè placche ruvide nè appigli, Impossibile passarla “al volo”. Le fessure chiodabili si contano sulle dita di una mano. Ma Kasparek, che guida la cordata, si issa con agilità ed è già oltre i 25 metri quando, all’improvviso, perde un appiglio e precipita nel vuoto. 15 metri di volo e poi lo strappo della corda tenuta da Harrer. A 3000 metri, avvolti nelle nubi. Su una delle pareti più infide delle Alpi. L’esperienza non è da augurare a nessuno, ma Friz non è uomo da lasciarsi intimorire. E riparte. Ma la rampa impiega tutta la giornata dei due austriaci e, nel tardo pomeriggio, le cordate si ritrovano quasi alla fine della salita.

Da qui la via è disegnata in un angusto camino, con una fessura dove scorre acqua nel fondo. Salire ancora vorrebbe dire bivaccare un’altra notte con gli abiti bagnati. E non è il caso. Si decide quindi di fermarsi lì. Ma posti a sedere non ce ne sono, e quelli in piedi scarseggiano. Tutta l’assicurazione disponibile è rappresentata da un solo chiodo, che penetra nella roccia per un centimetro. Un “amico di metallo grigio“, come lo descrive Harrer nel suo libro “Parete nord”.

Ma nemmeno i tedeschi sono messi meglio. E Vorg dà la dimostrazione del perché è universalmente riconosciuto con il soprannome di “Re del bivacco”. Nemmeno qui, in una posizione che definire scomoda e angusta è dir poco, perde la sua placidità. Tanto che non rinuncia a nessuna delle sue comodità, infilandosi ai piedi le sue babbucce da bivacco foderate. Intanto si profila la seconda notte in parete. 1200 metri sopra i pascoli di Alpiglen. Appesi a un chiodo, i quattro cercano una posizione che gli permetta di appisolarsi almeno a tratti.

L’umore è alto, e l’idomani si profila l’attacco alla vetta, quella vetta che ancora non ha visto nessuno sbucare dalla parete nord.

Terzo giorno

Un’altra notte è trascorsa sulla nord. Tranquilla, seppure scomoda. Harrer ricorda di aver sognato quella notte, ma anche di essersi svegliato di soprassalto e di essersi ritrovato appeso alla corda, sul baratro, con tutto il peso.

Alle quattro iniziano le manovre di preparazione della colazione e alle sette tutti e quattro gli alpinisti sono pronti all’azione. Si riparte dunque, con Heckmair sempre in testa alla cordata. Attacca subito il camino, che non sembra in condizione migliori della giornata precedente. Ma almeno la cascata d’acqua che vi scorreva, oggi si è tramutata in una crosta di ghiaccio. Per evitarlo il tedesco attacca le roccie strapiombanti da parte al colatoio. Ma quelle rocce, che sembravano più stabili e sicure rispetto al centro del canale, gli regalano un volo fino alla base della salita. Il problema è così risolto forzando il passaggio di ghiaccio. Passaggio nel quale Heckmair, aiutato dai suoi famosi ramponi a dodici punte, attrezzatura rarissima per quei tempi, da sfoggio a tutta la sua tecnica ed eleganza. E in poco tempo uno dei tanti passaggi impegnativi dell’Eiger è superato. Issato Vorg, tocca ora a Kasparek. I quattro procedono infatti in due cordate separate. E anche l’austriaco non è da meno. Riesce a trovare una via di salita a metà strada tra la roccia ed il ghiaccio e, poco dopo, tutti insieme, gli alpinisti si trovano ad ammirare con preoccupazione l’ostacolo successivo.

La rampa è infatti ostruita da un colosso di ghiaccio strapiombante alto una decina di metri. Qualche istante per consultarsi e poi la decisione. Non c’è altro modo, bisogna salire diretti nel centro. Detto fatto, Heckmair parte di slancio ed è uno spettacolo di manovre una dopo l’altra. Ma proprio sul più bello, nel punto in cui l’infido passaggio regala la prominenza dello strapiombo, un altro volo. Che riporta il tedesco alcuni metri più in basso.

E come prima la reazione è veemente. Di slancio è di nuovo sotto alla pancia di ghiaccio e, con tenacia, millimetro per millimetro, tacca dopo tacca, riesce a piantare un chiodo sopra lo strapiombo e a far passare la corda. Issato così da Vorg, in un attimo è sopra il passaggio e, dopo essersi assicurato, è pronto a far salire il compagno. E qui avviene la fusione tra i quattro alpinisti. Vorg lascia cadere la corda dall’alto e Kasparek non esita a prenderla iniziando a salire. Certo, anche i due austriaci avrebbero superato lo strapiombo da soli, ma perdendo del tempo prezioso. Tempo che avrebbero poi potuto rimpiangere più sopra. Non si sa quante incognite nasconda ancora la “nord”.

Poco sopra il passaggio inizia quella che viene chiamata la “traversata degli Dei”. In principio è una cresta rocciosa molto frastagliata e impegnativa, poi una cengia quasi invisibile sotto ad un muro strapiombante che termina in una fessura, unico punto di passaggio verso l’alto. Trenta metri di roccia verticale che richiedono ai quattro uno sforzo immane. Ma anche questa viene superata e la traversata verso “il ragno bianco” può proseguire. Roccia stratificata in orizzontale, placche nevose profonde e sicure, nelle quali si possono piantare chiodi che tengono. Il tutto condito da un panorama mozzafiato. Questo è senza dubbio uno dei passaggi più soddisfacenti dell’intera ascensione.

Ma, come tutte le cose belle che prima o poi hanno termine, anche il tempo sulla nord dell’Eiger ha deciso di comportarsi come suo solito. Il cielo si fa nero di colpo e le nubi si addensano minacciose attorno ai quattro. Che intanto giungono al nevaio. Il “ragno bianco” è un insieme di lingue di neve, aggrappate alla parete, che in alto porta alle ultime fessure che sbucano sulla vetta. Una trappola mortale quando infuria la bufera. Slavine e scariche di pietra lo battono interamente precipitando verso la zona del “bivacco della morte”, più in basso. Ancora i quattro non lo sanno, ma lo sperimenteranno presto.

La bufera infuria attorno alle loro teste, e la visibilità è ridottissima, tanto che Harrer vede la corda che lo unisce a Kasparek scomparire nella nebbia. I tedeschi sono poco più sopra quando all’urlo del vento e agli scoppi dei tuoni si sostuisce un rumore nuovo. Quello della valanga. Un istante soltanto, ma sufficiente ad Harrer per tirarsi lo zaino sulla testa, aggrapparsi al chiodo d’assicurazione e tenere tesa la corda che lo unisce al compagno. La massa di neve, ghiaccio e pietre giunge in tutta la sua sconvolgente potenza. Le pietre rimbalzano sullo zaino e la polvere fa mancare il respiro. La pressione è insopportabile. Il pensiero, lucido nonostante tutto, è per Kasparek. Verrà trascinato via? E i tedeschi? Saranno al riparo?

Ma pian piano la pressione va scemando e la scarica, così com’era venuta termina. Nemmeno il tempo di prendere fiato che un altro boato ne avverte una seconda. E in una frazione di secondo ancora una volta Harrer è sommerso dalla furia della montagna. Attimi infiniti, tragici. La tenacia e la volontà di sopravvivere ad ogni costo sono gli elementi predominanti. Fino a che termina anche questa. E, miracolosamente, l’austriaco si ritrova incolume. Con la corda che lo unisce a Kasparek ancora ben tesa. E’ il momento delle grida di richiamo. E tutti rispondono. Miracolosamente sono tutti salvi. Kasparek si è salvato assicurandosi ad un chiodo pochi istanti prima della scarica. Lo ha protetto con la mano, che è ferita e sanguinante, ma è ancora li aggrappato, salvo.

I tedeschi erano poco più sopra e anche loro sono stati presi in pieno. Ma, a differenza dei compagni, non hanno avuto modo di piantare chiodi. Non ne avevano più, li aveva tutti Harrer, che da ultimo di cordata li stava recuperando. Heckmair si teneva alla piccozza, restando appiattito il più possibile contro il pendio. E con la mano libera teneva Vorg per il bavero, che era appena sotto in posizione più esposta. Un gesto al limite dell’eroismo.


Sono le sei e quarantacinque quando i quattro sono di nuovo tutti insieme, al margine superiore del ragno. La decisione è di continuare e salire, anche perchè di posti per bivaccare, li non ce ne sono. Alle nove torna il maltempo, proprio mentre gli alpinisti giungono ad una piccolissima cengia, parecchio sopra al “ragno”, al riparo dalle scariche. Sarà questo il posto per il terzo bivacco. Ma per tutti non c’è posto, e Harrer e Kasparek sono costretti a sistemarsi più in là. Una corda li unirà ai compagni, e attraverso di essa, si scambieranno l’occorrente per la cena. Lo spazio è angusto, posti per sedere non ce ne sono, e i due sono costretti a lavorare di ingegno. Fissano gli zaini, svuotati, a due chiodi, e si sistemano con i piedi dentro di essi. Il sistema funziona a meraviglia!

Nemmeno i tedeschi se la passano meglio. Heckmair è costretto a tenere i ramponi ai piedi per non perdere la presa, e Vorg può soltanto appoggiare la testa sulla sua schiena, non avendo altro spazio. Ma, seppure in un modo che ai più potrà risultare inconcepibile, la notte trascorre tranquilla, e i quattro riescono anche a riposare, dormendo a tratti.

Il tempo rimane brutto, nevica a tratti e la parete è continuamente avvolta dalle nubi. Ma questo, almeno per ora, non è un problema. E l’indomani sarà, forse, la giornata decisiva.

Quarto giorno

Un paesaggio invernale accoglie gli alpinisti al risveglio. Mentre la bufera ruggisce sulle creste sovrastanti. Per Kasparek il dolore alla mano sembra diminuito. Ma gli alpinisti sono già provati da 3 giorni di parete.

Le condizioni della roccia sono pessime e si potrebbe in teoria aspettare il bello, anche perchè ci sono viveri ancora per diversi giorni. Ma sarebbe inutile: se anche spuntasse il sole la parete rimarrebbe impraticabile ancora per chissà quanto tempo. Si deve partire, con la tenacia e la costanza degli ultimi giorni.

La decisione però è drastica: bisogna alleggerire gli zaini, gettando nel vuoto tutto ciò che è superfluo. I viveri in eccesso sono i primi a volare nell’abisso. E dire che negli anni Trenta la maggior parte della popolazione non se la spassava economicamente. Ma si parte, verso l’alto. Verso la salvezza. La gloria. E subito iniziano le difficoltà. Conduce sempre Heckmair che si getta d’impeto in un camino spazzato dalle slavine. Dopo aver attentamente studiato la frequenza di caduta – ed essere volato per due volte – in poco tempo l’alpinista riesce a guadagnare una crestina rocciosa sulla destra.

Da lì in su il ghiaccio si fa sempre più sottile e i chiodi stentano a tenere. I quattro sono tutti legati insieme: una caduta su un terreno così infido vorrebbe dire trascinare gli altri nel vuoto. Heckmair, tuttavia, è costretto a forzare i passaggi anche senza assicurazione. La parola d’ordine è: fare in fretta. Anche perchè la neve scende sempre più fitta e le slavine sono sempre più frequenti.

Proprio in uno di questi passaggi si sfiora la tragedia. Il tedesco è appeso alla piccozza e a un chiodo che è entrato solo con la punta. I piedi sono uno sull’altro, vista l’assenza di un qualunque piccolo appoggio. All’improvviso chiodo e piccozza cedono. Ed Heckmair vola di sotto. In una frazione di secondo Vorg recupera quanta più corda possibile. Ma non può evitare che il tedesco gli piombi addosso. E che la punta di un suo rampone gli trapassi la mano. I due scivolano insieme per qualche metro ma riescono comunque a fermarsi.

Le condizioni di Vorg non sembrano gravi. Una fasciatura stretta, qualche goccia di cardiotonico, due zollette di zucchero e si riparte. Anche perchè gli alpinisti sono al centro del canale e la slavina incombe. Gli austriaci, più in basso, sono avvolti dalla nebbia, e non si sono accorti di nulla. La progressione dei protagonisti diventa ora una lotta contro il tempo. Heckmair in alcuni punti tira letteralmente su di peso Vorg, ferito. Così come fa Harrer con Kasparek. E piano piano, sempre avvolti dalla bufera, i quattro guadagnano quota.

Intanto, due gruppi di guide locali hanno raggiunto la vetta dalla via normale. Gridano dalla cima ma non ottengono risposta. Sono certi che là sotto sia accaduto il peggio. Decidono quindi di ridiscendere. D’altronde, pensano, nessuno ha potuto resistere a quelle condizioni atmosferiche sulla nord dell’Eiger. In realtà, il team tedesco è vivo e sta continuando a salire. Sentono le grida di richiamo, ma una risposta nel vento può essere fraintesa. E una volta ripartite, le squadre di soccorso sono perdute. I quattro non rispondono, dunque.

Dopo sforzi immani, la pendenza del canale va diminuendo. Finalmente, verso mezzogiorno, i quattro si trovano sul nevaio sommitale. Ripido anch’esso, ma dopo le fessure appena superate, quasi pianeggiante ai loro occhi.

Ma come il resto della parete nemmeno questo è uno scherzo. La neve che cade incessante non si è saldata alla parete e continua a scivolare. Da qui nascono le slavine che spazzano la parete fino alla base. Heckmair è sempre in testa. Conduce, recupera e scalina quando gli sembra necessario. Mutare l’ordine della cordata, d’altronde, sarebbe un’inutile perdita di tempo. Il pendio sembra infinito. Le ore passano e la neve sferza ora di traverso il nevaio, spinta dalla bufera. A un tratto, nella nebbia, Vorg, che segue Heckair, scorge delle macchie scure più avanti. Ma in basso, laggiù in fondo! Sono le rocce del versante sud dell’Eiger: i primi uomini usciti vivi dalla nord ora stanno rischiando di precipitare dall’altro versante, oltre la cornice sommitale.

Accortosi appena in tempo, Heckmair con un balzo torna indietro. Sono le tre e trenta del 24 luglio 1938 quando gli alpinisti sono sulla cima dell’Orco. Una delle pareti più pericolose e difficili delle Alpi è stata vinta.

Ma non è il momento di saltare di gioia o di allentare la tensione. La bufera infuria e il gelo è intenso. I quattro sono costretti a stare rannicchiati. E ora bisogna trovare la via di discesa. Una stretta di mano è più che sufficiente. Sulla parete ovest oltre un metro di neve bagnata ricopre le placche ghiacciate. E cercare l’equilibrio è impresa ardua. Heckmair cede il comando a Harrer, che conosce la via. Ma trovare i passaggi al primo colpo non è certo semplice in quella situazione. Anche perchè nel frattempo il tedesco è crollato. La tensione nervosa che lo ha sorretto per giorni e notti in parete ha lasciato il posto al vuoto più profondo. Segue muto gli altri tre, cammina in modo meccanico. Gli si è rotto l’elastico dei soprapantaloni che continuano a cadere. E’ incredibile come un uomo che ha condotto alla salvezza tutti quanti con forza straordinaria, che ha reagito fulmineamente alla caduta nel canale che ne avrebbe decretato la fine, che ha resistito all’urto di valanghe mortali, che ha scalato strapiombi di ghiaccio nella bufera, sia sull’orlo della disperazione per le bizze di un elastico. Ma è una reazione che rivela un’umanità eccezionale, profonda.

Intanto la neve si è tramutata in pioggia. La quota si è fatta sempre più bassa. Più sotto si scorgono dei punti scuri che stanno salendo. Che cosa cercano? Le domande si affollano nella mente provata dei quattro alpinisti. E il desiderio di un letto, di un bagno caldo, di una cena decente, si fa sempre più intenso. All’improvviso, dinnanzi, compare un ragazzino. “Siete scesi dalla parete?” è la sua domanda. E, quasi senza aspettare la risposta, si volta e inizia a correre urlando “Vengono! Eccoli! Sono tornati!

In un lampo i quattro sono circondati da una folla festante. Guide, amici viennesi e tedeschi, membri del Soccorso, giornalisti, curiosi. Tutti uniti nella gioia, tutti a prodigarsi e a fare a gara per invitare gli alpinisti a riposare, per una cena, un bagno caldo. E finalmente anche loro possono lasciarsi andare. Via la tensione e la paura. C’è solo spazio per un immenso sollievo, la felicità indescrivibile e la consapevolezza dell’impresa realizzata.

Scrive Harrer nel suo libro “Parete Nord”: “Si abbiamo compiuto un viaggio in un altro mondo e siamo tornati, riportandone la gioia di vivere e di stare in mezzo ai nostri simili. Sull’Eiger abbiamo imparato che gli uomini sono buoni ed è buona la terra su cui siamo nati“.

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