Alpinismo

Gallo: salvammo un uomo a 7.500 metri

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PADOVA — "Sono rimasto davvero male nel vedere come Campanini veniva trattato sull’Aconcagua. Anni fa, sull’Everest, io ed uno Sherpa abbiamo portato giù, da 7.500 metri, una persona in condizioni simili: adesso è viva, e sta bene". E’ Maurizio Gallo a far riflettere, ancora una volta, sulla tragica vicenda di Federico Campanini, morto sull’Aconcagua lo scorso gennaio: un caso che ha gettato nella bufera i soccorritori argentini, filmati mentre lo abbandonano sulla montagna ancora vivo.

Gallo, cosa ha pensato quando ha visto il video dell’Aconcagua?
Sono rimasto molto male vedendo come è stato trattato Campanini, come veniva trascinato in qualche modo con una corda. Soprattutto perchè mi è subito tornato in mente un soccorso che ho fatto, tanti anni fa, a 7500 metri sull’Everest. Io ed un portatore d’alta quota abbiamo portato in salvo una persona con un grave edema cerebrale, che si trovava nelle stesse condizioni di Campanini: non riusciva assolutamente a camminare nè a muoversi da solo. Ma ora è ancora vivo.

Come lo avete soccorso?
Portandolo a valle: è l’unica soluzione quando una persona si trova in condizioni così gravi. E ovviamente, l’unico modo per farlo è caricarselo a spalle. Io ero da solo con un portatore d’alta quota, lo abbiamo sorretto uno da una parte e uno dall’altra, e siamo scesi dal campo 3 dell’Everest, calandolo nella parte più ripida lungo le corde fisse. Più giù abbiamo trovato una scaletta che abbiamo usato come barella, e lo abbiamo portato così fino al campo base.

Secondo lei Campanini poteva sopravvivere?
Vedendo il video ho notato che le condizioni in cui si trovava Campanini erano come quelle della persona che abbiamo soccorso sull’Everest. Non mi sembrava assolutamente un problema di ipotermia, come qualcuno ha detto. Penso che anche lui avesse un edema cerebrale, e so che persone così gravi non riescono assolutamente a stare in piedi nè a muoversi, ma hanno speranza di essere salvate se le si porta subito a valle.

I soccorritori dicono di aver fatto il possibile…
Sicuramente le condizioni non erano facili, con il freddo e la bufera… però la maniera che stavano adottando per portarlo giù è completamente sbagliata: non puoi proprio pensare che una persona con un edema cerebrale grave riesca a camminare a spostarsi. Loro erano in sei. E sei persone, se si attivano un attimo di più, sicuramente riescono a trasportarne una o comunque a sostenerla. Non si può trascinarla mentre cammina a quattro zampe: bisogna prenderlo in spalla.

I soccorritori non sembrano nemmeno assisterlo con farmaci oppure ossigeno…
E’ vero, forse non avevano l’ossigeno, ma credo sia un problema secondario. Ricordo che durante quel soccorso all’Everest io avevo ossigeno e farmaci, ma quell’uomo stava così male che non riusciva a prendere la mascherina, rifiutava la bombola. Le condizioni  di queste persone migliorano solo portandole a valle. Il primo problema da risolvere e l’unico obiettivo, in quelle situazioni, dev’essere questo.

Lei conosce la realtà del soccorso alpino in Argentina?
Non posso dare una valutazione sulla preparazione dei soccorritori o su quanto siano attrezzati. Ma posso sicuramente dire che secondo me l’Aconcagua rientra ormai in quella categoria di montagne molto frequentate dal punto di vista turistico, per le quali bisognerebbe pensare di istituire dei soccorsi organizzati. Per esempio piazzare in quota, ad ogni inizio stagione, una tenda attrezzata per i soccorsi e le emergenze. Un luogo a disposizione per le spedizioni dove siano depositati corde, barelle, radio e così via. Bisognerebbe pensarlo per tutte le montagne molto frequentate, dove l’alpinismo non è di ricerca e di punta ma soprattutto attività turistica, per la quale non è piu accettabile rischiare delle vite.

Sara Sottocornola

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