Storia dell'alpinismo

Morto Gérard Bourrat, 2 volte in cima all’Everest con il cancro

Gérard Bourrat sull'Everest nel 2011 (Photo courtesy of www.la-maison-du-cancer.com)
Gérard Bourrat sull’Everest nel 2011 (Photo courtesy of www.la-maison-du-cancer.com)

CANNES, Francia — Questa volta non ce l’ha fatta a sconfiggere il cancro contro cui stava combattendo a fasi alterne da 6 anni: l’alpinista francese Gérard Bourrat è morto la scorsa settimana all’età di 69 anni. Nel proprio paese era conosciuto come le “Survivor” poichè aveva scalato l’Everest e compiuto altre imprese sportive nonostante la malattia.

Gérard Bourrat nacque in Costa Azzurra nel 1943 e si stabilì con la moglie e i figli a Cannes. La passione per le escursioni in montagna e le sfide nelle competizioni outdoor crebbero con il passare del tempo, soprattutto dopo il pensionamento. La salita al Monte Bianco, al Kilimanjaro e all’Aconcagua si sommarono ai trekking e alle maratone di Parigi e di New York fino alla decisione nel 2002 di raggiungere il tetto del mondo: scalare gli 8848 metri del Monte Everest.

L’impegno e la dedizione dell’uomo lo portarono durante i 4 anni successivi a seguire una preparazione fisica, psicologica e nutrizionale per compiere l’impresa come un qualsiasi alpinista avrebbe fatto. Nel marzo del 2006, però, a sole 3 settimane dalla partenza, gli fu diagnosticato un tumore al rene destro. Egli non si arrese però alla malattia e, in accordo con i medici e la famiglia, fissò immediatamente l’intervento chirurgico di rimozione del tumore, in modo da poter partire comunque alla data prestabilita. A chi gli chiese se non fosse stato un atto irresponsabile rispose che lui si sentiva in forma, non era stanco e non sentiva molto dolore.

L’incrollabile determinazione dell’uomo lo portò fino a 8761 metri di quota, poichè alcuni problemi con l’ossigeno lo costrinsero a rinunciare alla cima. La sua salita sull’Everest a 62 anni gli valse però il titolo di alpinista francese più anziano ad aver scalato la montagna. Nonostante quest’ultima impresa gli costò l’amputazione di alcune falangi e la maggior parte delle dita dei piedi Bourrat continuò con corse e maratone in giro per il mondo.

Nel 2008 dovette però affrontare un nuovo intervento per rimuovere un tumore al polmone. Pochi mesi dopo gli fu diagnosticato un nuovo tumore nella fascia pleurica del polmone, questa volta inoperabile. L’uomo non si perse d’animo e iniziò il ciclo di chemioterapia a cui affiancò i suoi allenamenti giornalieri nonchè corse ed escursioni nel weekend. Durante questo periodo iniziò a scrivere un libro che raccontasse la sua vita, sopratutto quella degli ultimi anni, e a porsi un nuovo obiettivo: la seconda scalata al Monte Everest.

Il tumore regredì e diventò operabile così Bourrat decise di rimuoverlo nonostante questo riducesse di molto la sua capacità polmonare e quindi gli potesse causare più fatica durante le salite. Nella primavera del 2011 partì per la sua seconda spedizione, la “Cancer Survivant 2011”. Le “Survivor” portò con sè le speranze di tutti gli ammalati di cancro della Francia e in particolare della Ligue contre le Cancer. In quell’occasione riuscì a raggiungere 7066 metri, ma proprio lì piantò la bandiera della Ligue con la frase “Le cancer n’est rien au regard de ce que j’ai à vivre” – Il cancro non è niente a confronto di ciò che ho da vivere.

Giovedì 1 novembre la famiglia ha comunicato che Gérard Bourrat è morto nella sua casa di Cannes a causa del cancro. L’alpinista ha però cercato fino all’ultimo di trasmettere il proprio esempio, tramite le conferenze che teneva in Francia e nel resto d’Europa e durante le presentazioni del proprio libro “L’Everest, le cancer, la vie”.

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Un commento

  1. Domani 28 novembre è l’anniversario della morte di Michele Nardin, sconfitto nel corpo come Bourrat, ma vincitore, come lui, nello spirito e nella testimonianza. Non si è veri uomini della montagna solo se si raggiunge una vetta difficile o per una via pericolosa: si è veri uomini della montagna se si è in grado di lasciare ad altri, amici, figli, compagni di vita o di cordata, cio’ che la montagna ci ha insegnato e di cui noi abbiamo fatto ragioni di vita: onestà intellettuale, lealtà, coraggio e determinazione. Michele se ne è andato nel corpo dopo averci regalato la piu’ grande esperienza di un uomo che con la montagna è nato ed è vissuto e della quale ha fatto una delle sue piu’ vitali ragioni, insieme alla famiglia ed al lavoro. Fino all’ultimo respiro ha cercato di aiutare chi in montagna fosse in difficoltà, fino all’ultimo giorno di energia ha preparato un sentiero nella vita per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di averlo vicino. Anche lui ha scalato l’Everest di una vita troppo breve e sulla cima si è portato gli occhi di tutti noi, perchè potessimo tenercelo vicino e continuare a vederlo mentre ridendo disegnava le prime curve nella polvere.

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