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Tra le vette del Kirghizistan (2)

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BISHKEK, Kirghizistan — Nel percorrere le strade e gli impervi sentieri del Kirghizistan si resta sorpresi dalla grande varietà di flora, dovuta ad altrettanta varietà di ambienti che in molti casi formano micro-habitat esclusivi.

Nelle valli e ai piedi delle colline prevale la steppa. Nelle zone pedemontane sono tipiche le praterie, le foreste e gli arbusteti, mentre in alta quota il paesaggio è caratterizzato da ambienti di prateria e di tundra. In un simile contesto non ci si può meravigliare se alta è la biodiversità con oltre 4.500 specie di piante, 2.000 specie di funghi, 3.000 specie di insetti e 500 specie di vertebrati; molte di queste specie sono endemiche del Kirghizistan o dell’Asia Centrale.
 
Ma il fascino di queste terre deriva anche dalla presenza di animali spesso avvolti dalla leggenda. Molti di questi sono inseriti nel Red Data Book degli animali in via di estinzione: il Kirghizistan annovera ben 65 piante, 33 uccelli, 3 rettili, 2 pesci, 18 insetti e 13 mammiferi minacciati tra cui alcune specie di fama mondiale.
 
Così, tra quelli protetti in Kirghizistan, troviamo il lupo rosso, il leopardo delle nevi, la marmotta di Mensbir, la pecora di montagna del Tian Shan o arkhar, l’orso bruno del Tian Shan, la capra di Marco Polo o argali, la lontra asiatica, il maral e il dzheiran (rispettivamente un cervo e una gazzella).
 
La caccia, in ogni caso, è vietata dal 1930 e sono stati creati 2 Parchi Nazionali (Ala-Archa, fondato nel 1976, con un’estensione di 15 km lungo il canyon omonimo e un’altitudine dai 1.579 m ai 4.855 m, e Kyrgyz-Ata, fondato nel 1992, con un’area totale di 11.200 ettari, inclusi 4.767 ettari di foresta), 4 Parchi Naturali, 6 Riserve Naturali Statali, 2 Micro-Riserve Entomologiche, 9 Oasi Naturalistiche o Riserve Parziali, 10 Oasi Forestali, 23 Oasi Botaniche, 18 Monumenti Naturali e 16 Oasi Faunistiche, 2 zone umide di importanza internazionale (Ramsar) e 2 Riserve della Biosfera del lago Issyk Kul (il secondo lago alpino più grande del mondo dopo il Titicaca) approvata dall’Unesco nel 2001 e di Sary-Chelek approvata nel 1978.
 
Attraversando il paese balzano subito all’occhio tre cose: i piccoli e robusti cavalli kirghisi, i cappelli (ak kalpak) e le yurte. Andando sugli altopiani, poi, si incontra facilmente anche qualche falconiere a cavallo. Altra tradizione immutata è infatti la caccia con l’aquila, ancora molto praticata. Proprio come ai tempi di Gengis Khan.
 
Avvicinandosi alle yurte, muovendosi tra yak e cammelli a due gobbe, si viene sempre accolti con un sorriso e non ci si può sottrarre all’ospitalità kirghisa. Ogni khan (inteso come capo tribù) conta i suoi uomini dal numero di “tyutyun”, il fumo che esce dalla yurta. Al capo, e solo a lui, spetta poi la “ar-orgo”, la yurta bianca. Le altre sono scure.
 
Entrando spicca subito il “kolomto”, il luogo del fuoco; dietro di esso è collocato lo “juk” con coperte, tappeti e cuscini, dalla cui altezza si intuisce l’importanza della famiglia. Si capisce subito che, per questo popolo, la yurta è qualcosa di più che un’abitazione: è l’essenza millenaria della tradizione. Perciò, anche se in città la maggior parte dei kirghisi vive oggi in appartamenti, in ricorrenze particolari gli ospiti vengono sempre invitati all’interno di yurte appositamente piazzate anche in spazi interni alle aree urbane. E, ovviamente, ogni occasione è buona per bere una ciotola di kumys.
 
Paola Ottino
  
 Foto di Paola Ottino


Falconiere a cavallo


Uno yurta


Vecchio falconiere


Ala – Archa National Park

   

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