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La storia di Aron Ralston, un bel film non per deboli di stomaco

James Franco nei panni di Aron Ralston in 127 ore
James Franco nei panni di Aron Ralston in "127 ore"

BERGAMO — Aron Ralston non aveva detto a nessuno dove stava andando. Forse perché il Gran Canyon dello Utah era per lui una seconda casa, perché conosceva quelle rocce come le sue tasche ed era abituato a muoversi in solitaria. Certo è che quando il masso gli piombò sul braccio e lo bloccò nella gola, non vide anima viva per ore, 127 per essere esatti. Solitudine, spirito di sopravvivenza e forza di volontà, nel consueto mix visionario che caratterizza la firma di Boyle: questo il film sull’alpinista americano che si amputò un braccio con un taglierino.

Nessuna statuetta per “127 ore”, il film che racconta l’incredibile vicenda capitata al climber americano Aron Ralston. L’ultimo lavoro del regista inglese Danny Boyle, arrivato con 6 candidature alla notte degli Oscar 2011, è uscito finalmente venerdì scorso nelle sale italiane, proprio nello stesso weekend della serata più attesa del cinema americano.

Ma che il film piaccia o no, è certo straordinario che la storia di un alpinista finisca sul grande schermo grazie e attraverso la regia di un eccezionale artista come Boyle. Un evento raro, che merita di essere guardato da vicino.

In “127 ore” a dire il vero di arrampicata si parla solo di striscio, perché l’incidente capita a Ralston quando ancora si sta avvicinando al Blue John Canyon, il luogo dove intende scalare. E’ il 25 aprile del 2003, il climber parta da casa alla sera del venerdì per essere già sul posto sabato mattina. Porta con sé corde, imbrago, frontale, moschettoni, viveri per un giorno, ma non il coltellino svizzero che rimane in un armadio. Ha però un altro coltello, meno efficace, di minor valore economico ma di straordinaria importanza nel corso degli eventi.

Durante l’escursione Ralston conosce due ragazze, trascorre con loro del tempo e poi riparte, da solo, verso la sua meta. Mentre si muove in una stretta gola del Canyon un masso gli piomba sul braccio: la mano e il polso sono schiacciati dalla roccia e nonostante molti tentativi non c’è verso di liberare l’arto.

Passano così 5 giorni. Lunghissime ed estenuanti ore che trascorrono tra flashback di ricordi e allucinazioni, talvolta addirittura premonitrici. L’alpinista però con grande lucidità sa analizzare la situazione, cercare soluzioni e alla fine ne trova una, atroce, spietata ma vincente.

Il film di Boyle non è per deboli di stomaco: l’immedesimazione con il protagonista è assolutamente alta, e quando arriva il gran finale le immagini cruenti a realistiche colpiscono vivamente lo spettatore. Si registrano infatti diversi casi di svenimento a seguito di quelle scene.

Detto questo il film è assolutamente notevole: riuscire a narrare una storia praticamente statica in modo divertente, dinamico e intenso non è prova da tutti. Il protagonista James Franco è sicuramente convincente nei panni di Ralston, il cui vero volto appare poco prima dei titoli di coda, a comprova della verosimiglianza della pellicola.

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