Libri

La mia libreria è una montagna: viaggio tra gli scaffali nel giorno dei libri

Un viaggio tra atlanti, esploratori e grandi alpinisti che popolano una libreria. Nel giorno internazionale del libro, una riflessione su ciò che davvero insegnano le pagine: non come si sale, ma perché lo facciamo.

Oggi è la Giornata internazionale del libro. Non so bene come si celebrino i libri, so però come si guardano. O, almeno, penso di saperlo. Mi piace sempre pensare che sia come un viaggio. Un viaggio rimanendo fermi, ma attivando la fantasia e il cervello. Un viaggio a ritmi a volte frenetici e a volte rilassati, a seconda della penna che ci accompagna.

E poi ci sono le librerie, dove i viaggi si confondono, si mischiano, si intrecciano. La mia sta a fianco della scrivania, in una stanza che odora di carta. Sapete, quelle note di vaniglia, mandorla e legno che riempiono l’aria. Dicono che sia frutto dei processi chimici naturali che nel tempo degradano la carta. Assurdo pensare a come sia dolce un fenomeno così amaro.

Quando guardo quel muro di libri penso sempre che non sia solo una libreria. È una montagna. A volte mi fermo a osservarla senza cercare un titolo preciso. Come quando, arrivato sotto una parete, alzi lo sguardo senza sapere ancora da dove passerai. Parti dagli occhi, non dai piedi. In alto, nello scaffale più difficile da raggiungere, ci sono gli atlanti. È giusto che stiano lì. Gli atlanti non si consultano, si contemplano. Sono il punto in cui tutto comincia: nomi, linee, spazi bianchi. Rappresentano il mondo prima di essere vissuto. Quanti viaggi sono nati sfogliando quelle pagine.

Accanto, i libri delle grandi esplorazioni. Le spedizioni del Duca degli Abruzzi, Luigi Amedeo di Savoia-Aosta, che all’inizio del Novecento partiva verso il Karakorum quando ancora le mappe erano più intuizione che certezza. Il K2 raccontato come un enigma prima che una vetta. E poi la “mia” montagna, il Monviso, che da lì sopra sembra quasi domestico, ma resta una promessa ogni volta che lo guardi.

E soprattutto le pagine di Kurt Diemberger, con il suo Enigma Himalaya scritto a quattro mani insieme a Roberto Mantovani. Un libro che ritorna agli albori delle esplorazioni del continente asiatico raccontando la scoperta dei giganti del Pianeta. Pagine che non raccontano solo l’Himalaya: raccontano cosa significa trovarsi dentro una storia più grande di te, quando il tempo si misura in respiri e decisioni.

Scendendo di un ripiano, la montagna cambia. Ci sono i cataloghi e le guide, quei libri che osservano invece di raccontare. Qui non si sogna, si impara a vedere. Le forme delle valli, le linee delle creste, le ombre delle pareti. È una quota intermedia, meno epica ma necessaria: perché prima di andare, bisogna imparare a guardare.

Poi, spostandosi a sinistra, si entra nel versante delle storie. Quelle che ti hanno fatto iniziare. C’è Aria Sottile di Jon Krakauer, che ha trasformato l’Everest da sogno collettivo a domanda scomoda. Quelle pagine non parlano solo di una tragedia: parlano di quanto siamo disposti a spingerci oltre, anche quando sappiamo che non dovremmo. C’è Enrico Camanni, che invece la montagna la riporta a terra, la restituisce alla sua dimensione culturale, umana, quotidiana. E poi, appoggiato in orizzontale sugli altri libri c’è K2. Due amici e un sogno di Marco Majori e Federico Secchi. Una storia contemporanea, fragile e vera, in cui la vetta è solo la minima parte del racconto.

È una libreria zeppa, dove i libri si incastrano e si sovrappongono cercando uno spazio. Oltre ai libri messi in verticale molti altri si infilano nello spazio rimasto libero tra questi e lo scaffale. Non stanno ordinati, e forse è giusto così. La montagna vera non è mai ordinata.

Nella moltitudine di volumi spicca Patagonia di Gino Buscaini e Silvia Metzeltin, che profuma di vento e lontananza, di viaggi in cui la meta è quasi un dettaglio. E poi Reinhold Messner, con le sue pagine che sono sempre un passo oltre: Nanga Parbat, Antartide, Parete Ovest, La libertà di andare dove voglio. Libri che non cercano di convincerti, ma di metterti davanti a una domanda: quanto sei disposto a togliere, per arrivare davvero?

Scendendo ancora, si entra nel cuore più intimo di questa libreria. Uno scaffale intero è dedicato a Walter Bonatti. Sono in ordine, curati, quasi rispettati. Tra tutti, una prima edizione de Le mie montagne. Bonatti non è solo un autore: è una voce. Le sue pagine non raccontano semplicemente salite, ma una visione etica, quasi assoluta, dell’andare in montagna.

Attorno, altri nomi che non sono solo nomi: sono modi diversi di stare al mondo. Jerzy Kukuczka, un guerriero venuto dall’est che in soli 8 anni ha saputo ripetere l’exploit di Messner dimezzando i tempi e salendone alcuni in prima invernale e altri per vie nuove. Da qui l’omaggio di Messner al fuoriclasse polacco: “Non sei stato il secondo, sei stato il più grande”. Un uomo che ha saputo trasformare il limite in possibilità. Poi Daniele Nardi, con la sua visione e la sua ossessione diventata poesia, alla Alda Merini. E ancora Emilio Comici ed Edward Whymper, che hanno scritto le prime regole di un gioco che ancora oggi proviamo a capire. Simone Moro, Mick Fowler, Riccardo Cassin, Cesare Maestri. Stili, periodi e voci che si mischiano senza una logica. Un piccolo spazio è dedicato ai libri di Ambrogio Fogar, ho sognato tanto leggendolo e guardandolo in televisione. Poi, molti altri: ognuno con una propria idea di salita, ognuno con una propria verità.

In basso, quasi nascosta, la grande enciclopedia della montagna. Un’opera monumentale, trovata dopo anni di ricerce in un mercatino dell’usato. È il fondo della libreria, ma anche la base su cui tutto si regge. Forse è questo che fanno i libri. Non costruiscono una storia unica, ma una stratificazione. Come una montagna: fatta di tempi diversi, di voci diverse, di contraddizioni.

La mia libreria non è ordinata e non è completa. Non è nemmeno coerente. Ma se la guardo bene, è una cosa sola: una lunga, infinita salita. E forse è proprio questo il senso dei libri: non insegnano ad andare in montagna, insegnano a capire perché ci si va.

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