Gente di montagna

Ettore Castiglioni, l’esteta del sesto grado

Il grande alpinista milanese, che rinunciò alla carriera forense per amore dell’arrampicata. Regalandoci vie ancora ammiratissime

“Non si può amare senza conoscere, ma non si può veramente conoscere se non per forza dell’amore”.

(Ettore Castiglioni – Dal libro “Il Giorno delle Mesules”)

 

Amore attraverso la conoscenza e conoscenza in forza dell’amore. Un’idea che può apparire astratta, puramente idealistica, se non fosse che Ettore Castiglioni quest’idea la trasformata in concretezza, attraverso la dura materia delle roccia e del ghiaccio. L’impressionante attività di quello che è stato sicuramente uno dei protagonisti del grande alpinismo degli Anni 30 è lì a testimoniare proprio questo: un’inestinguibile sete di conoscenza e scoperta, che lo ha portato ad esplorare minuziosamente tanti gruppi montuosi: le Dolomiti e le Alpi della Carnia, ma anche il Masino e il Monte Bianco. Conoscenza poi riversata nelle scrupolose redazioni di tante guide, rimaste, per molti anni dopo la sua scomparsa, dei veri e propri “testi sacri” dell’alpinismo italiano.

Poi l’amore, una passione bruciante per la scalata, così irresistibile da condurre un rampollo della buona società milanese, destinato ad una brillante carriera forense, a dedicarsi anima e corpo alla montagna. Un amore che, nell’epoca d’oro del VI grado, quando arrampicare (bene) sembra prima di tutto tendere alla difficoltà estrema, è in primo luogo ricerca della bellezza, dell’eleganza della linea. Infine amore per la libertà, al di là di ogni convenienza. La libertà da inseguire anche senza scarpe, anche nel gelo dell’ultima bufera invernale…

La vita e l’alpinismo

Ettore Castiglioni, detto Nino, è l’ultimo genito di una famiglia di cinque figli, appartenente alla borghesia milanese. Lui però non ha in sorte di nascere all’ombra delle guglie del duomo, bensì a non troppa distanza da quelle che diverranno le sue amatissime crode dolomitiche. Viene infatti al mondo il 28 agosto del 1908 nel piccolo comune di Ruffré, in Val di Non, dove i genitori stanno trascorrendo le vacanze estive. La passione per la montagna la eredita dai fratelli maggiori Bruno e Manlio, iscritti come lui alla Società Escursionisti Milanesi, e ben presto dimostra di avere talento per l’arrampicata, tanto che, a soli 13 anni, compie le sue prime salite nelle Torri del Vajolet, legato alla corda della grande guida alpina fassana Tita Piaz.

La situazione agiata della famiglia gli consente di crescere coltivando anche altre passioni come l’arte e la musica, e di approdare agli studi universitari in giurisprudenza. Una volta conseguita la laurea, però, Ettore prende una decisione drastica e radicale: rinuncia alla carriera forense per potersi dedicarsi prima di tutto alle scalate.

Non gli sarà facile perseguire immediatamente questo intento, ma, dopo un periodo di lavoro in Inghilterra, che vivrà come uno dei più tristi e cupi della sua vita, riuscirà ad ottenere l’incarico di compilare la guide delle Alpi per il Touring Club, impiego che gli consentirà di continuare a vivere a contatto con le montagne. Dopo le prime scalate con i fratelli, suo assiduo compagno di cordata diviene un altro forte scalatore milanese, Vitale Bramani, con il quale, nonostante i litigi e i dissapori che spesso minano la stabilità del loro sodalizio, continuerà ad arrampicare per oltre 15 anni e con cui aprirà la grandiosa via sulla parete nordovest del Pizzo Badile, nel 1937.

Proprio lì i due sperimenteranno per la prima volta l’utilizzo degli scarponi con l’innovativa suola in gomma, ideata dallo stesso Bramani (la celeberrima suola Vibram). Nonostante le sue indubbie doti di arrampicatore, nei primi anni della carriera Castiglioni non sembra interessato alle salite estreme.

Per lui arrampicare è soprattutto un gesto artistico, un puro godimento estetico e la strenua fatica delle salite di VI grado gli pare un eccesso che finisce per annichilire proprio questo piacere. Nei suoi diari non esita ad affermare che il vero alpinismo finisce con il V grado e che il VI lo si fa per per sterile ambizione, anzi, a suo parere “l’alpinista che faccia soltanto il VI grado è come un uomo che sappia lottare ma che non sappia amare. È un mostro degno di compassione”.

La scalata estrema a cui Castiglioni rivolge i suoi strali polemici è però quella che si va affermando prepotentemente fra la fine degli Anni 20 e i primi 30. Quella che accetta volentieri l’utilizzo del chiodo e delle manovre di corda come mezzo per superare i tratti di parete più repulsivi e altrimenti impossibili. Però c’è anche un altro VI grado, quello dei grandi alfieri dell’arrampicata libera come Celso Gilberti e Bruno Detassis, che, nelle Dolomiti, continuano a portare avanti l’ideale di “purezza” teorizzato da Paul Preuss.

È proprio con loro che Castiglioni compie ascensioni destinate a mutare radicalmente la sua opinione. Nel 1931, come secondo di cordata, ha l’onore di partecipare a una delle più grandi dimostrazioni di talento del fuoriclasse Gilberti, che, in due giorni di durissima arrampicata libera, apre la via sulla parete ovest della Cima della Busazza.

Nel 1934 è con Detassis sullo spigolo sudest del Sass Maor, nelle Pale di San Martino. Più di 700  metri di parete, dove anche Castiglioni fa la sua parte da capocordata e dove i passaggi di VI non mancano, ma i chiodi utilizzati sono pochissimi. Quel tipo di salite estreme, compiute in un rapporto leale e diretto con la roccia, senza utilizzare in alcun modo i chiodi e i mezzi artificiali per agevolare il passaggio, non gli appaiono più come meri esercizi atletici. Sono piuttosto un’esperienza superiore di “liberazione dello spirito dalle leggi fisiche che gravano sul corpo”. Nel 1936 Castiglioni è di nuovo al fianco di uno dei grandi liberisti della sua epoca, forse del più grande di tutti: Battista Vinatzer.

Assieme affrontano la Punta Rocca della Marmolada, dove Vinatzer guida il compagno lungo un altro itinerario grandioso ed estremo, superando passaggi di VI+ e forse anche di VII. Anche Castiglioni la ricorda come la via più dura della sua carriera, ma con Vinatzer non trova lo stesso affiatamento che lo lega a Detassis e a Gilberti e, nei diari che tiene con tanto scrupolo, racconta ben poco di quell’avventura. Quello è però anche l’anno di una nuova rivelazione, di un nuovo cambio di rotta nel suo rapporto con le montagne e la scalata.

Il 18 marzo, mentre sta effettuando una gita scialpinistica sull’altopiano delle Mesulès, Castiglioni cade e si frattura una gamba. Prima che un turista di passaggio lo scorga e allerti i soccorsi, ha tempo di vivere un’esperienza dai contorni mistici: percepisce la sua impotenza, la sua piccolezza, l’impossibilità di dominare la montagna e nel contempo la necessità di imparare ad accoglierla, vivendo l’alpinismo come “conquista metro per metro della propria vita”, piuttosto che della parete. Questa diversa prospettiva, pur trasformandone il senso, non rallenta la sua febbrile attività alpinistica. Gli anni successivi lo vedranno impegnato in decine di altre nuove ascensioni, fra cui la già citata prima della sudovest del Badile, la grandiosa nuova via aperta con Gabriele Boccalatte al Mont Greuvetta, oltre al tentativo di scalata del Fitz Roy, in Patagonia, nella spedizione guidata dal conte Aldo Bonacossa.

Nel 1943 viene richiamato alle armi nel ruolo di istruttore presso la Scuola militare alpina di Aosta, venendo poi assegnato alla caserma di Ollomond, in Valpelline. Qui, dopo l’8 settembre, decide di entrare nella resistenza e si rifugia con altri compagni in una baita all’Alpe Berio, situata a sole tre ore di marcia dal confine svizzero. Grazie alla posizione strategica e alla loro esperienza alpinistica, Castiglioni e il suo gruppo si impegnano per far espatriare clandestinamente diversi perseguitati dalle leggi razziali e dissidenti politici, fra cui anche Luigi Einaudi, futuro presidente della Repubblica Italiana. Arrestato dalla polizia elvetica durante una di queste operazioni, viene rimandato in Italia, con la diffida a mettere di nuovo piede sul suolo svizzero.

Nel marzo del ’44, però, Castiglioni varca di nuovo clandestinamente il confine, ancora non si sa di per certo con quale scopo, forse per portare documenti personali al nipote Saverio Tutino, anch’egli dissidente rifugiato in Svizzera. Viene però scoperto, trattenuto nell’Hotel Longhin, al passo del Maloja, e privato degli scarponi, del vestiario pesante e degli sci. Il 12 marzo Castiglioni fugge. Come vestito ha solo una coperta rubata all’Hotel e ha i piedi fasciati da lenzuola, sopra le quali monta i ramponi. Vuole rientrare in Italia, scendendo in Valmalenco, ma, al Passo del Forno, lo coglie la bufera. Ha già varcato il confine di Stato e la salvezza è vicina. Il gelo però ha ormai infranto la fragile barriera del suo abbigliamento improvvisato e la stanchezza ha spento anche le sue ultime energie: sfinito si accascia sulla neve accanto ad un masso e si abbandona all’ultimo abbraccio delle sue montagne.

Le principali prime salite sulle Alpi

  • 1930, con Celso Gilberti e Vitale Bramani, spigolo nord della Presolana
  • 1931, con Celso Gilberti, parete nordovest della Busazza
  • 1933, con Bruno Detassis, parete ovest del Crozzon di Brenta
  • 1934, con Bruno Detassis, spigolo sudest del Sass Maòr
  • 1934, con Camillo Battisti, parete nord Cima del Focobon
  • 1934, con Bruno Detassis, parete sudest della Cima Canali
  • 1935, con Luigi Micheluzzi, nuova via sulla parete sud del Piz Ciavazes
  • 1935, con Bruno Detassis e A. Zoia, parete nord del Pizzocco
  • 1936, con Battista Vinatzer, parete sud di Punta Rocca, Marmolada
  • 1937, con Vitale Bramani, parete nordovest del Pizzo Badile
  • 1937, con Gabriele Boccalatte, parete nord del Mont Greuvetta
  • 1942, con Saverio Tutino, parete est della Croda Antonio Berti

Libri

  • Il giorno delle Mésules – Diari di un alpinista antifascista, di Ettore Castiglioni a cura di Marco Albino Ferrari, Cda & Vivalda, 1993
  • Il vuoto alle spalle – Storia di Ettore Castiglioni, Marco Albino Ferrari, Corbaccio Exploits, 1999
  • Ettore e Bruno Castiglioni – Due fratelli e la montagna, di Angelini A. (cur.) Celi L. (cur.) Cason E. (cur.), Fondazione Giovanni Angelini, 2010
  • Il codice Debussy – Storia di una resistenza montana, e della musica che l’ha accompagnata, Lorenzo Della Fonte, Elliot Scatti, 2019

Film

Oltre il confine, la storia di Ettore Castiglioni, Andrea Azzetti e Federico Massa, Studio All image – Avilab, 66′, 2017

“Non è nel passato ch’io ho mai ritrovato la mia vita, ma nell’avvenire; ogni volta che ho guardato dietro di me, è stato solo smarrimento; la mia vita si svolge troppo rapida e troppo intensa, perché io possa ritrovarla nel ieri. Solo davanti a me è la luce”.

(Ettore Castiglioni – Dal libro “Il Giorno delle Mesules”)

Articolo pubblicato nel marzo 2023 e aggiornato dalla redazione di montagna.tv il 10 marzo 2024.

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Un commento

  1. Mah, parlando del suo alpinismo si dovrebbero sentire i suoi compagni, ma sono morti e non sono “influencer” famosi come lui.
    Come sempre è quasi tutta gente molto più brava ed è meglio non parlarne.
    Le sue vie non andavano mai oltre il V e allora c’era il VI+ se non il VII.
    Ma queste mie sono chiacchiere e alla gente piace altro.

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