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Abbandonano l’amica a 3000 metri sul Civetta e se ne ricordano in rifugio

Nel corso del weekend sul Monte Civetta (3220 m) si è verificato un episodio “particolare”, che fortunatamente possiamo oggi raccontare con un lieto fine. Sabato 22 agosto, attorno alle 19.30, sei escursionisti ungheresi sono arrivati al Rifugio A. Sonino Al Coldai, a quota 2132 metri nel comune di Val di Zoldo (BL) e hanno lanciato l’allarme per una loro connazionale, vista l’ultima volta a quota 3000 metri.

Il gruppo aveva affrontato in salita la Ferrata degli Alleghesi al Monte Civetta, itinerario impegnativo per lunghezza, dislivello e durata. All’altezza di Punta Tissi (2992 m) l’amica 41enne aveva dichiarato di sentirsi stanca, decidendo pertanto di fermarsi per recuperare energie. I compagni, piuttosto che attenderla, hanno proseguito fino in vetta per poi scendere al Rifugio Torrani e tornare al Rifugio Coldai, da cui erano partiti. Solo allora avrebbero iniziato a preoccuparsi non vedendola arrivare.

L’elicottero del Suem di Pieve di Cadore ha effettuato un sorvolo lungo la normale e il sentiero Tivan. Mentre le squadre del Soccorso alpino della Val di Zoldo si sono distribuite lungo i possibili percorsi intrapresi dall’escursionista. In tutto ciò sulla montagna si è scatenato un temporale.

Si è proceduto a interrogare altri escursionisti di rientro in rifugio dagli itinerari principali, senza trovare testimoni che avessero incontrato la donna. La ricognizione dell’eliambulanza è intanto risultata negativa.

Fortunatamente verso le 21.20 è arrivata la notizia che la donna fosse stata riaccompagnata al Rifugio Coldai da un escursionista, che l’aveva incrociata sul suo cammino.

Un episodio che diventa spunto di riflessione, come auspicato più volte in questi ultimi giorni dal Soccorso Alpino e Speleologico, sull’importanza dell’andare in montagna con la testa sulle spalle. L’ingrediente più importante – raccomanda il CNSAS – è il buon senso, che deve sempre accompagnare qualsiasi escursione in media e alta montagna.”

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13 Commenti

  1. Trovo l’uso del termine buon senso, assolutamente fuori luogo.
    Non indica il comportamento corretto; non indica il comportamento sbagliato.
    Toglie gravità alla scelta errata che sembra solo “migliorabile”; toglie valore alla scelta giusta, perché la fa sembrare solo una scelta di buon senso.
    Il buon senso NON ESISTE, mentre esistono l’expertise e la capacità, o l’incompetenza e l’incapacità. Queste capacità dei più esperti vanno insegnate agli inesperti e che vanno prescritte come regole.

    Basta usare le parole “buon senso”, perché significa che si viene meno al dovere di formare ed informare chi ne sa meno di altri.

    1. Completamente d’accordo, io ci aggiungerei anche la nozione di responsabilitá personale (concetto basilare nelle società evolute) cioé l’assunzione da parte degli individui delle conseguenze, materiali, morali nonché giuridiche, dei loro atti. Purtroppo la maggioranza delle persone pensa sempre, infantilmente, che ci sia sempre pronta l’autoritá pubblica, come una mamma, a tirarci fuori dalle magagne, ma purtroppo a volte é troppo tardi.
      Questi signori sono stati irresponsabili, si sono attivati uomini e mezzi per soccorrerli, per fortuna tutto é finito bene ma che paghino (e che la punizione sia pubblicizzata al massimo per « sensibilizzare » anche gli altri) cosí la prossima volta (forse) saranno più responsabili.
      Cordialmente

  2. Con l’uso del termine “buon senso” si aprono tantissime possibilità di insegnamento e anche di guadagno nell’ambiente montano.
    Non credo possa essere eliminato.

    E chi ha le capacità e le conoscenze (perché scala) da anni non può più insegnare.
    Ci vuole molto tempo per ottenere le certificazioni dei certificatori certificati che di solito non vanno in montagna perché devono certificare 🙂

    Che dire, andare in montagna è pericoloso e si può facilmente farsi molto male…

  3. Secondo me non la sopportavano più e hanno “tagliato la corda” per avere un pò di tranquillità!
    Quasi quasi potrebbero beneficiare delle attenuanti 🙂

        1. scrivere questa sciocchezza, peraltro sgrammaticata (il che stupisce poco!), non ti aiuta a rimediare ma peggiora la figura che stai facendo

          contento tu…

  4. Che dimostrazione di menefreghismo irresistibilita, ignoranza!
    E per sanare l esempio scellerato di sti inetti andrà a finire che qualche politico di pari capacita, obbligherà tutti a qualche forma di patente, assicurazione, che forse non guasterebbe, o divieto di accesso alla montagna. Da non credere!

  5. Queste disavventure servono a mettere a prova le” amicizie vere” che si sfaldano alla prima difficolta’ e magari se ne trovano altre, per fortuna.
    Comunque , tutto bene quelche finisce bene e…nei panni della Signora, addio per sempre ai connazionali… con trasferimento in altro albergo e poi ritorno a casa o nazione d’origine con mezzi propri.

    1. Non mi meraviglio di ciò che è successo e non c’entra il discorso dell’amicizia.
      Hanno una mentalità molto diversa dalla nostra.
      Per loro l’individuo ha ancora il dovere di essere totalmente responsabile di se stesso, gli aiuti sono un’opzione da richiedere.
      Da noi è l’opposto….. e tocca fare sempre tutto agli altri

    2. Sono d’accordo. Non c’entra cosa è successo per lasciarla da sola, non si prosegue lasciando solo un compagno, almeno uno più esperto deve rimanere con lui. Non importa se lei fosse stata più inesperta, se avesse sopravvalutato le proprie capacità (può succedere a TUTTI e succede CONTINUAMENTE, e chi lo nega mente) oppure semplicemente più affaticata quel giorno. Non si scherza con la vita, soprattutto a 3000 mt e con il meteo che peggiora. Hanno sbagliato e basta. Infatti il diritto (italiano) prevede eventuale risarcimento del danno per lesioni o morte a carico dell’escursionista più esperto, giustamente. Cosa dicono il diritto o i “valori” ungheresi se diversi proprio non ci deve interessare. Se si va in gruppo conta il gruppo, altrimenti vai da solo se non vuoi responsabilità.

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