Gente di montagna

Junko Tabei

«Non c’è mai stato alcun dubbio nella mia mente riguardo al fatto di voler scalare quella montagna, non importava quello che dicevano le altre persone»

Junko Tabei, riferendosi all’Everest

 

È un’icona nella storia dell’alpinismo mondiale. È la prima donna ad aver messo piede sul Tetto del Mondo. Paladina dell’ambiente e femminista convinta, Junko Tabei è una leggenda: talento da fuoriclasse, ha superato sé stessa in ogni sfida che ha affrontato, conquistando sempre nuovi traguardi. È stata la prima donna a scalare il Manaslu, nel 1974, lo Shisha Pangma, nel 1981, il Cho Oyu, nel 1996, e la prima a raggiungere la cima delle “Seven Summits”, le montagne più alte di ciascuno dei sette continenti della Terra, secondo l’interpretazione anglosassone: Asia, Africa, Nordamerica, Sudamerica, Europa, Oceania e Antartide.

Vita privata

Junko Tabei è nata nel 1939 nella città di Miharu, nella provincia giapponese di Fukushima. Trascorre un’infanzia non proprio felice, tra fragilità fisica e ristrettezze economiche della famiglia, relativamente povera, condizionata dai disastri della seconda guerra mondiale, e molto numerosa: Junko è la quinta figlia femmina e ha due fratelli. Viene considerata una bambina debole, ma ciononostante comincia ad appassionarsi di montagna a dieci anni, durante una gita scolastica, quando sale per la prima volta sul il monte Nasu, nel parco nazionale di Nikko.

La famiglia non asseconda la sua passione, considerando l’alpinismo un hobby troppo costoso, così la scalatrice ha poche occasioni di esplorare le montagne durante le scuole superiori. Si laurea in letteratura inglese a un’università privata femminile di Tokyo, e durante questo periodo fa parte del club studentesco di appassionati di alpinismo, poi si dedica a diversi impeghi, per poter finanziare la sua passione: lavora come editrice su una rivista scientifica e impartisce ripetizioni di inglese. Erano anni in cui nella società, in particolare in quella giapponese, era diffusa l’idea che la donna dovesse limitarsi ad accudire la casa e a crescere i figli. Junko deve quindi fronteggiare il sessismo e le discriminazioni di genere ma non si lascia mai condizionare dai pregiudizi, continua per la sua strada, e negli anni ’60, passo dopo passo, completa la scalata di tutte le più alte vette del Giappone, compreso il monte Fuji. In questo periodo conosce anche il suo futuro marito, Masanobu Tabei, un alpinista, con il quale avrà due figli: una femmina, Noriko, e un maschio, Shinya. Il suo cognome da ragazza è Ishibashi. L’eccezionale alpinista è morta il 20 ottobre del 2016 a 77 anni, a causa di un tumore allo stomaco.

Il Ladies Climbing Club

Considerando che l’ambiente dei club di alpinismo era maschilista e misogino, e una donna arrampicatrice era vista con scetticismo, l’alpinista giapponese nel 1969 fonda il “Ladies Climbing Club” (LCC), un club alpino tutto al femminile, il cui slogan era: Andiamo a fare una spedizione all’estero, da sole”. Tra il 1969-70 conquista le sommità più alte del Giappone e molte di quelle delle Alpi. Ora il suo sguardo si posa sull’Himalaya. Insieme alle alpiniste dell’LCC scala montagne in oltre 70 Paesi del mondo e nel 1970 diventa la prima donna a mettere piede sull’apice dell’Annapurna III (7.555 metri). A questo punto l’alpinista inizia a pianificare quella che diventerà l’impresa più importante della sua vita.

L’Everest e gli altri giganti

Nel 1970 con l’LCC dà il via al progetto “donne giapponesi per la spedizione sull’Evereste, dopo una serie di difficoltà burocratiche per ottenere i permessi dal governo nepalese, riesce ad avere il consenso a guidare un gruppo di quindici donne sul Tetto del Mondo. La ricerca di sponsor si rivela molto difficile per il consueto pregiudizio di genere ma alla fine la Nippon Television e il giornale Yomiuri Shimbun accettano di finanziare il progetto. L’alpinista, che aveva 35 anni, lascia il marito e la figlia di 3 anni a casa per partire con una spedizione femminile alla volta dell’Himalaya, sfidando tutti i tabù dell’epoca. Il gruppo era guidato da Eiko Hisano ed era composto da madri, insegnanti, lavoratrici. Nel maggio del 1975, dopo di un lungo periodo di formazione durato cinque anni, le alpiniste raggiungono Katmandu, salendo per la via normale per il Colle Sud e la cresta Sud-Est, la stessa che avevano seguito Edmund Hillary e il nepalese Tenzing Norgay.  Le cose però si mettono male e a quota 6.300 una valanga seppellisce il campo senza fare vittime, ma Junko Tabei, ferita, rimane priva di sensi per qualche minuto. Gran parte del materiale viene portato via dalla valanga. La giapponese non si perde d’animo e dodici giorni dopo la valanga, il 16 maggio, in compagnia della sua guida sherpa, raggiunge la sua più grande vittoria: la vetta della montagna più alta della Terra. Il successo ha un’enorme risonanza in Giappone e in tutto il mondo e la già famosa alpinista entra nella storia diventando una leggenda.

In seguito la giapponese scala nel 1974 il Manaslu, nel 1981 è la prima donna a raggiungere la sommità dello Shisha Pangma e nel 1996 sale in cima al Cho Oyu. Nel 1992 diventa la prima donna ad aver scalato le Seven Summits, le sette cime più alte al mondo, una per ciascun continente: il Kilimangiaro in Tanzania, il monte Denali in America Settentrionale, l’Elbrus nel Caucaso, l’Aconcagua nelle Ande Argentine, il Puncak Jaya, sull’isola della Nuova Guinea, il massiccio del Vinson in Antartide e ovviamente la più famosa di tutte: l’Everest, che rimarrà per sempre impresso nella sua vita.

L’impegno per la protezione dell’ambiente

Oltre alla carriera alpinistica, a partire dagli anni Duemila Tabei si occupa di temi ecologisti e combatte a lungo il degrado ambientale dell’Everest, causato dai rifiuti abbandonati dalle spedizioni alpinistiche. Completa uno studio post-laurea all’università di Kyushu, focalizzato proprio sul problema della tutela dell’Everest, un tema che è diventato molto dibattuto negli ultimi anni. Direttrice dell’Himalayan Trust of Japan, un’organizzazione internazionale attiva per la salvaguardia degli ambienti in quota, realizza un progetto per la costruzione di un inceneritore per eliminare i rifiuti lasciati dagli scalatori. Partecipa a diverse attività di bonifica dei rifiuti nelle montagne del Giappone e dell’Himalaya. Negli anni successivi Junko Tabei continuerà a scalare vette in tutto il mondo. Si dedicherà anche alla divulgazione, scrivendo molti libri. Qualche mese prima di morire, accompagnò, come ogni estate, sul monte Fuji classi del liceo e altri studenti della sua città natale, gravemente colpita dal terremoto e dallo tsunami del 2011.

Curiosità

Il 22 settembre del 2019 Junko Tabei è stata ricordata nel doodle di Google, poiché in quel giorno avrebbe compiuto 80 anni.

 

«La tecnica e l’abilità da sole non ti portano in cima; è la forza di volontà la cosa più importante. Questa forza di volontà non la puoi comprare con i soldi e non ti viene data da altri ma nasce dal tuo cuore».

Junko Tabei

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