AlpinismoAlta quota

Kilimangiaro

A chi lo vede per la prima volta appare enorme e imponente il Kilimangiaro. Merito della vasta pianura che lo circonda. Con i 5895 metri è la montagna più alta del continente africano, fa quindi parte delle Seven Summits (le sette vette più alte di ogni continente). Si tratta di uno stratovulcano in quiescenza, come il nostro Vesuvio, collocato nella Tanzania nord-orientale all’interno del Kilimangiaro National Park. Un’area dichiarata Patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 1987.

Gli esploratori europei iniziarono a chiamare la montagna “Kilimanjaro” intorno al 1860, affermando che questo fosse il suo nome in lingua swahili. Letteralmente il suo significato dovrebbe essere, secondo alcune interpretazioni, “piccola montagna splendente”. Secondo altre teorie il nome deriverebbe dalla lingua chagga (popolo che abita le pendici della montagna) dove il termine “Kilemakyaro” avrebbe il significato di “viaggio impossibile”.

Geografia

Il Kilimangiaro è costituito da tre crateri, formatesi oltre 500mila anni fa per effetto di eruzioni e movimenti tettonici. A ovest si trova il cratere Shira, che raggiunge un’altezza di 3962 metri; a est Mawenzi, che tocca la quota di 5149 metri; tra di due si trova invece Kibo che con i suoi 5895 metri è la vetta più alta d’Africa. Mentre Shira e Mawenzi sono ritenute bocche estinte, Kibo è invece dormiente. La sua ultima eruzione risale a circa 300mila anni fa, ma l’attività vulcanica non è comunque cessata. Continuano infatti a verificarsi emissioni nei pressi della bocca vulcanica e, occasionalmente, i sismografi registrano piccole e moderate scosse sismiche.

Tra Kibo e Mawenzi si estende una larga piattaforma chiamata “la sella dei venti”. Circa 3600 ettari di territorio caratterizzato dalla tundra, rappresenta la maggior area di tundra d’altura del territorio africano.

Sulla cima della montagna si trova il ghiacciaio di Rebmann (dal nome dell’esploratore tedesco che per primo individuò la presenza di ghiaccio sul Kilimangiaro). Fino all’Ottocento questa ricopriva quasi interamente la vetta, tra il 1912 e il 2000 si è assistito alla perdita dell’82 percento della massa glaciale.

Storia

Il primo a parlare del Kilimangiaro fu l’astronomo e cartografo greco Tolomeo che, nel secondo secolo dopo Cristo, riportò in un suo testo di una “grande montagna di neve” nelle ancora sconosciute terre a sud della Somalia. Altri dieci secoli dovettero passare prima che qualcun altro scrivesse di questa cima così alta e imponente. Nel 1100 i commercianti cinesi che si mossero nell’entroterra del continente nero parlarono di una grande montagna a ovest di Zanzibar, più in là nel tempo anche gli Arabi iniziarono a parlare di questo monte.

La scoperta vera e propria del Kilimangiaro avvenne solo nel 1840 a opera degli inglesi intenzionati a scoprire la sorgente del Nilo. Fu poi l’esploratore e missionario tedesco Johann Rebmann, insieme a 8 membri di una tribù, il primo a osservare da vicino la montagna. Venne così confermata l’esistenza del Kilimangiaro e delle nevi perenni all’altezza dell’equatore.

La prima salita

I primi a tentare la vetta furono i tedeschi. Nel 1887 il geografo Hans Meyer e il barone Von Eberstein furono costretti a rinunciare a causa del mal di montagna e delle grandi difficoltà incontrare durante l’ascesa. Nel 1889 Meyer ci riprovò insieme al noto alpinista Ludwig Purtscheller (tra i promotori dell’alpinismo senza guide). I due salirono per il versante sud-est dopo aver fissato un campo base ai piedi della montagna, nel deserto. Un secondo campo lo fissarono a 4300 metri e fu il loro punto di appoggio per tentare la vetta. Il giorno dell’attacco lasciarono le tende intorno all’una di notte per ritrovarsi alle 10 del mattino ai piedi della calotta glaciale sommitale. Qui la scalata si fece difficile con pendenze sostenute, mai inferiori ai 35 gradi. Impiegarono due ore per superarlo prima di sbucare in un ultimo tratto pianeggiante ma con neve molle fino alla vita. sfiancati da tale progressione rinunciarono ad appena 150 metri dalla vetta, ci avrebbero riprovato tre giorni dopo. Ormai la via di salita era conosciuta, sarebbe stato sufficiente seguire le tracce e completare quegli ultimi metri su bordo del cratere per raggiungere il punto più alto del vulcano. Tutto andò secondo i piani e i due si trovarono in vetta alle 10.30 del 24 settembre.

Vie alpinistiche

Nel 1978 Si recano ai piedi del Kilimangiaro Reinhold Messner e Konrad Renzler. Il loro obiettivo è l’apertura di una nuova via sull’imponente bastionata sud-ovest del vulcano. In sole 12 ore nasce Breach Wall Direct Route, una via estrema, difficile e pericolosa. Il percorso attacca alla base della Breach Wall (4600 metri) e sale subito ripida e tecnica su ghiaccio. Nella parte bassa si è fortemente esposta alla caduta di blocchi di pietra.

Vie di salita

Sono cinque le principali vie di salita che permettono di raggiungere la vetta del Kilimangiaro: Marangu, Machame, Lemosho, Rongai, Umbwe. La più facile e battuta è la via Marangu, tant’è che viene anche detta “coca-cola route”. L’itinerario più suggestivo è invece il Machame, anche detta “Whiskey route”. La più lunga è la via Lemosho, che è anche il meno battuto tra gli itinerari.

Salite degne di nota

2014 – Karl Egloff infrange il record di salita al Kilimangiaro riuscendo a completare salita e discesa in sole 6 ore e 42 minuti.

2015 – Danilo Callegari porta a compimento il suo progetto “Africa Extreme” raggiungendo la vetta del Kilimangiaro dopo aver percorso 50 chilometri a nuoto continuativo nell’oceano, 1150 chilometri di corsa divisi in tranche da una maratona al giorno e la salita del Kilimangiaro senza interruzioni.

2017 – Nico Valsesia porta a termine il progetto “From 0 to Kilimangiaro”. Parte da Tanga in bicicletta e pedala per 400 chilometri ininterrottamente prima iniziare la corsa che l’avrebbe portato in cima alla montagna. In totale impiega 27 ore per raggiungere la vetta d’Africa dopo aver superato 8000 metri di dislivello.

Guida al Kilimangiaro

Il Kilimangiaro può essere salito durante tutto l’anno, ma si sconsiglia di recarsi in zona nei mesi di aprile, maggio e novembre a causa delle abbondanti precipitazioni che colpiscono l’area. Si consiglia quindi di scegliere la stagione secca per tentare la salita: da fine giugno a ottobre; da fine dicembre a febbraio.

La salita al vulcano viene tentata ogni anno da circa 25mila persone. Escursionisti attratti dalla facilità della salita. Non tutti sono però in grado di raggiungere la vetta, la maggior parte viene fermata dallo scarso allenamento e da altri da problemi legati al mal di montagna. Non è quindi un percorso da sottovalutare.

Una volta deciso il periodo dell’anno è necessario scegliere il percorso di salita. Quello classico e più agevole sale lungo la Marangu route. È la via più battuta e più comoda con rifugi in cui poter dormire. Lungo gli altri itinerari ci si deve organizzare in tenda. La durata del trek che porta verso la vetta solitamente varia tra i 5 e i 7 giorni.

Per poter effettuare la salita è obbligatorio avere con se una guida ed è inoltre consigliabile prendere dei portatori. Esistono quindi dei costi fissi. Nell’organizzazione ci si può far aiutare dalle molte agenzie occidentali specializzate in viaggi avventura, oppure dalle locali agenzie che si trovano nei paesi di accesso al parco.

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