Cronaca

I musei di montagna guardano al dopo. Magdalena Messner: “Cercheremo soluzioni creative”

Di musei chiusi abbiamo già parlato. Il Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi” di Torino è da poco approdato online grazie alla piattaforma interattiva mountainsmuseum.org. Nel frattempo però si inizia a pensare al dopo, a quando sarà nuovamente fattibile tornare a visitare le strutture.

Non sarà certamente come prima, sarà tutto molto diverso. Probabilmente si dovranno organizzare ingressi contingentati e rispettare severe regole sanitarie. “Torneremo – ci racconta Daniela Berta, direttrice del Museo Montagna di Torino – a vivere il museo come luogo di scambio, di incontro, di formazione”, seppur con tutte le limitazioni del caso. “Non sappiamo ancora quando potremo riaprire” continua. “Sicuramente dovremo prevedere misure di sicurezza igienico-sanitarie che riguardano sia l’esposizione permanente che quelle temporanee, insieme all’area incontri e al centro documentazione con la biblioteca nazionale del CAI”. L’obiettivo, per loro come per tutte le altre strutture, è quello di allinearsi alle disposizioni nazionali e regionali per poter continuare a offrire il servizio migliore agli utenti. “Non appena avremo notizie su una possibile data di riapertura saranno ri-calendarizzate tutte le attività, cercheremo di non annullare nessun evento aggiunge. “Per le attività didattiche, su cui abbiamo investito molto negli ultimi anni, stiamo cercando di compensare la perdita attraverso video tutorial che stiamo pubblicando una volta la settimana sul nostro canale YouTube, sui social e su mountainmuseums.org”.

Si cerca di andare avanti immaginando il futuro, senza però tenere le mani in mano. Lo fanno a Torino come in Alto Adige, dove Magdalena Messner direttrice dei Messner Mountain Museum continua a lavorare con il suo team per prepararsi alla riapertura. “Purtroppo non abbiamo ancora visibilità per i prossimi mesi, ma non vediamo l’ora di poter riaprire e mostrare a tutti le nostre nuove esposizioni” spiega sottolineando che “alcuni componenti del team continuano a lavorare da casa per prepararsi alla riapertura e agli eventi che auspichiamo di poter organizzare il prima possibile”.

Magdalena, risale a qualche giorno fa l’intervista in cui suo padre Reinhold esprime le difficoltà legate a una gestione autonoma dei musei. L’attuale situazione rischia di compromettere seriamente questa autonomia economica?

Fino ad oggi siamo riusciti a far si che i musei si reggessero da soli, senza contributi statali o provinciali. Certo è che gli effetti del lockdown per noi sono pesanti. Da quando siamo chiusi continuiamo ad avere dei costi fissi da sostenere, senza ricavi. Gli aiuti di Stato fino a ora si sono dimostrati essere piuttosto modesti e i finanziamenti per noi non sono una soluzione. Sarebbe pertanto importante poter ricevere un sostegno più adeguato, quanto meno in questo periodo straordinario di difficoltà.”

Come diceva state continuando a lavorare per tutelare le collezioni, di quale patrimonio culturale stiamo parlando?

“I nostri sei musei possono essere definiti nel loro insieme come ‘un’opera’. Sono una combinazione di architettura, ambiente circostante, opere d’arte, reliquie e citazioni tutte poste in armonia le une con le altre. Ciascun museo racconta delle storie, basandosi su di un tema di fondo. I musei nel loro complesso sono l’eredità di mio padre, racchiudono il suo sapere, le sue esperienze, i cimeli e le storie della montagna.”

Avete pensato, come stanno realizzando altre strutture, alla possibilità di digitalizzare il museo rendendolo visitabile online?

“Nel nostro piccolo stiamo cercando di essere maggiormente attivi digitalmente curando i social media, con l’intento di portare le opere d’arte e gli oggetti a casa dei nostri visitatori che a oggi non possono venire a trovarci.”

Come immagina il dopo Coronavirus?

“Penso sia una domanda alla quale al momento nessuno abbia una risposta concreta. Vi sono diversi scenari, ma non voglio neppure pensare a quello peggiore. Mi immagino che ci vorrà del tempo per tornare alla normalità. Faremo si di osservare le restrizioni che verranno imposte al nostro team e ai nostri visitatori, per la tutela della loro salute. Cercheremo di trovare soluzioni creative che ci permettano di dare al nostro pubblico in ogni caso un’esperienza unica e indimenticabile.”

Pensa che sarà necessario riorganizzare gli spazi dei musei?

Per fortuna i locali di quasi tutti i nostri musei sono molto grandi, per cui non dovremo essere costretti a riorganizzare gli spazi in modo sostanziale. A Castel Juval dovremo ripensare le visite guidate e dovremo farlo al più presto. Infatti, salvo divieti, Juval quest’anno sarà aperto per la prima volta anche nel mese di agosto.

Almeno per qualche tempo anche i nostri eventi dovranno essere probabilmente reinventati.”

Lo stop, più o meno lungo, che potrebbero subire i lunghi viaggi in entrata e uscita dal Paese in favore di un turismo di prossimità può essere un vantaggio o uno svantaggio per voi?

È difficile da dirsi. Negli ultimi anni la percentuale di turisti stranieri nei nostri musei è stata in media del 75%. Sostituire completamente i turisti stranieri non sarà possibile, ma siamo naturalmente lieti di avere da noi più italiani. Speriamo possano godere quanto prima dei nostri musei e per qualche ora dimenticare il Coronavirus.”

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3 Commenti

  1. Messner & family hanno sempre sfruttato i generosi aiuti della provincia autonoma di Bolzano per tutte le loro attività compresa la costruzione dei vari Messner Museum. Nulla da dire naturalmente, è nella legge. Ma l’ Alto Adige, che vorrebbe che noi italiani lo chiamassimo con il nome tedesco, ha sempre considerato i turisti italiani come ospiti di serie B e ha sempre preferito la clientela straniera ancor meglio se tedescofona. Bene, ora che il turista italiano torna comodo per salvare il loro turismo che si faccessero un bel bagno di umiltà e che ripensassero un pò a tutto quanto, magari cambiando un pò l’atteggiamento e il punto di vista. Messner family compresi naturalmente…

    1. Antonio invece di rivendicare l’italianità di un’area che è stata per secoli di lingua tedesca, faresti meglio a imparare l’italiano: “che si facciano” non “che si facessero”.

  2. caro Antonio ragioni come facevano gli italiani 50 anni fa. Pieno d’odio e pregiudizi ormai passati per molti. Non so se chiamarla ignoranza invidia o semplice cattiveria. Ti consiglio di leggere e studiare la nostra storia e allora sono sicuro cambierai idea, potrai essere critico perché molte sono le cose da migliorare ma almeno potrai articolare meglio le tue chiacchiere. Per esempio sai quanti contributi ha preso Messner? Hai letto le delibere provinciali che sono pubbliche e trasparenti?

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