Cronaca

L’ultima sciata del leopardo delle nevi, addio a Cala Cimenti

Amava Erika, più di ogni altra cosa, e amava la montagna. Amava la sensazione della neve sotto gli sci e quella che si prova a ottomila metri, quando disegni le prime curve dopo esserti conquistato il diritto di poterlo fare dal tetto del mondo. Era un romantico Carlalberto Cimenti, “Cala” per gli amici e per il mondo dell’alpinismo. Se n’è andato in un pomeriggio qualsiasi, sulle montagne di casa, travolto da una valanga a Sauze di Cesana insieme all’amico Patrick Negro.

Per lui la montagna era uno stile di vita iniziato con la salita del Monte Bianco a soli 12 anni. È stato il papà, Charlie, ad avvicinarlo a questo mondo, a fargli vivere avventure incredibili e ad appassionarlo alla vita. Dopo il punto più alto delle Alpi nell’adolescenza sono venute esperienze sull’Ojos del Salado, sul Kilimangiaro e ancora sulle montagne di seimila metri del Nepal. Gli Ottomila sono arrivati più tardi, con la maturità quando ha compreso che poteva essere fattibile e che forse non erano così distanti. Nato il 14 febbraio 1975, a Torino, avvicina il suo primo colosso himalayano nel 2005. Ha 30 anni quando tocca la cima del Cho Oyu, poi eccolo misurarsi sull’Ama Dablam in velocità e in pieno periodo monsonico. Sale e scende in 26 ore, tempo record. Nel 2011 porta con se gli sci e si cimenta sul Manaslu, tracciandovi curve indelebili. In tre anni, dal 2013 al 2015, porta a compimento la salita dei cinque Settemila dell’ex Unione Sovietica per poi scenderli con gli sci. È il primo, e per ora unico, italiano a riuscirci guadagnandosi l’onorificenza di Snow Leopard.

Nell’autunno 2017 ritorna agli ottomila, affrontando il Dhaulagiri con gli sci. Raggiunge la vetta, poi scia da circa settemila metri. L’anno successivo tocca all’ancora da sciare Laila Peak, sfortunatamente ci riescono pochi giorni prima alcuni francesi, ma quando Cala traccia le sue curve sul ripido versante del seimila pakistano è come se fossero le prime e il leopardo brilla di gioia. Ma è nel 2019 che compie qualcosa di veramente notevole, prima il Nanga Parbat salito per la via Kinshofer e sceso con gli sci, poi salita e discesa dell’inviolato Gasherbrum VII e il soccorso all’amico, e compagno di cordata, Francesco Cassardo rimasto coinvolto in un grave incidente sulla montagna. Cala ha vegliato al suo fianco giorno e notte, accudendolo e confortandolo in attesa che arrivassero i soccorsi per portarlo in salvo.

Poi l’assurdo 2020, il coronavirus, la guarigione, l’Italia in bicicletta e ora, la scomparsa. A volte non basta l’esperienza per portare a casa la pelle e in questa giornata di sole spazzata da una leggera brezza piangiamo l’ultima sciata del leopardo delle nevi. Ciao Cala.

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18 Commenti

  1. “Ahhh, questi inesperti che vogliono fare le cose più grandi di loro eppoi si mettono in pericolo e si fanno male…”
    E’ la tipica noiosa fastidiosa frase che abbiamo sempre sentito dire dagli esperti dopo un incidente che ha coinvolto un principiante. Chissà se alla luce degli innumerevoli incidenti “eccellenti” i principianti dovranno sentirsi dire ancora questa litanìa.

    1. Non so se è maggiore la tua frustrazione o la tua insensibilità ed inciviltà; sono morte due persone e questo non mi sembra proprio il momento e nemmeno il “posto” per certe uscite!

      Francesco

    2. Commento inopportuno, soprattutto sotto un articolo di un uomo come Cala Cimenti, di un umiltà e di una simpatia immensa.
      Le polemiche le faccia ai vivi, si vergogni.

    3. @GF…Il pericolo in montagna c’è ed è oggettivo, conoscenza e preparazione possono ridurre il rischio (fattore soggettivo) ma non azzerarlo e questo Cala lo sapeva sicuramente molto meglio di te. Detto questo il tuo commento è riprovevole…stendiamo un velo pietoso che è meglio.

    4. Una grande occasione si è persa per lasciare il dubbio….ed invece non c’è stata esitazione a smascherare la certezza…Stendiamo un velo PIETROSO

    5. Buongiorno, volevo chiederle se lei è identificabile come esperto o principiante?
      Potrebbe fare degli esempi di ciò che sostiene? Così ci rendiamo conto chi mentalmente la disturba e la fa vivere male.

  2. Trovo assolutamente negativo e da biasimare il comportamento discriminatorio di quasi tutti i media che di fronte alla morte di due alpinisti enfatizzano il personaggio noto e quasi non citano il compagno poco conosciuto.

    1. L’ho pensato anche io ma quando ho letto il primo commento ho perso la ragione e anche il relativo pensiero…
      Ancora non riesco a calmarmi…
      Se fossi un parente/amico delle persone che hanno perso la vita (o, nello specifico, del “Cala”, visto che è di lui che si sta parlando) il simpatico GF ne avrebbe sentite parecchie di parolacce (con ovvia censura della redazione, come è già stato (fortunatamente).
      E’ ora di finirla di farsi belli sulla morte altrui!

    2. Silvia ci stavo pensando poco fa anche io.
      Il parlare di continuo solo di lui senza citare il compagno morto insieme a lui, mi sembra sia la dimostrazione che Cala fosse un divo dei media.
      Non è che mi piacesse molto, ma era un forte sciatore che pensava e si impegnava, poi qualcuno arrivava sempre prima di lui, o qualcuno lo superava e gli batteva la pista, ma aveva fatto tante cose difficili con gli sci.
      Un’altra nota da media che mi dà conferma è quando lo definiscono “grande alpinista”, cambiano sciatore con alpinista.
      Comunque che tristezza mi assale pensando ai morti in montagna.

  3. Che tristezza….. RiP Cala grazie per averci fatto sognare nelle tue avventure…. Per quanto riguarda il primo commento, non ci sono parole certa gente non dovrebbe avere il diritto di parola….

  4. Non ti conoscevo di persona, ma il tuo volto sempre sorridente e bruciato dal sole e dal freddo mi era ormai famigliare.
    Mi sono entusiasmato, da sci alpinista, al pensiero di un omino che scendeva da 8000 m. Con gli sci.
    Bernasconi, Pasquetto, Nardi, Anghileri,
    Dallalonga….. E quanti altri?!
    Dobbiamo ripensare l’ alpinismo , non si può consegnare alle generazioni future
    Un necrologio funebre accanto ad ogni impresa.
    Addio Cala e Patrick….

  5. Il fatto che gli alpinisti migliori abbiano gravi incidenti in luoghi nei quali andiamo tutti, deve invitare noi alpinisti “qualsiasi” ad una prudenza ancora maggiore. Io mi dico sempre: “Se è successo a lui, figuriamoci quanto più facilmente può succedere a me!”.

    1. Pinco, non e’ sempre cosi’…..A loro capita piu’ spesso perche’ sono alla ricerca dell’impossibile, giusto o sbagliato che sia, ma e’ cosi. A noi ” poveri tapini” capita comunque l’imprevisto o l’errore ma in percentuale ai praticanti gli eventi “fatali” sono MOLTO minori rispetto a quelli che succedono ai professionisti della montagna. E’ il duro e crudo prezzo da pagare!

  6. Buongiorno, è quindi? Come ripensa l’andare per l ‘Alpe? Alle generazioni future consegneremo necrologi ben peggiori di quelli alpinistici.

    1. Tatopani (bel nome! acqua calda in nepali, è un paese nella Kaligandaki con sorgenti calde dove vivono alcuni Dei, dico giusto?) basterebbe impostare l’educazione sull’andare per l’Alpe molto meno sul divertimento facile….. ma la società tutta non vuole avere difficoltà..

      Comunque prima morivano quasi solo quelli molto bravi, ora la maggioranza appartiene con abbondanza a quelli non bravi e ai giocondi.
      Poveretti tutti, per me è triste fare queste considerazioni.

  7. Scossi per il tuo tragico incidente ..ci stringiamo alla moglie ai familiari e amici per il grande dolore ..sei stato un esempio di vita vissuto in maniera genuina e piena.. Grazie Cala Proteggici da lassù!!!

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