Pareti

Antartide, la spedizione oltre la “Fin del Mundo” di Sanguineti, Cavalli e Dell’Agnola

Sono decollati da Fiumicino lo scorso 28 dicembre alla volta dell’Antartide per una spedizione esplorativa, alpinistica, ma anche scientifica. Marcello Sanguineti, Gian Luca Cavalli e Manrico Dell’Agnola trascorreranno il prossimo mese a bordo di Ice Bird, yacht australe, che sarà il loro campo base per gli obiettivi alpinistici nella Graham Land.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Marcello Sanguineti per farci raccontare meglio l’avventura che li attenderà durante questo mese nella Penisola Antartica.

Marcello, cosa vi ha portato a decidere per una spedizione in Antartide?

Mi ha sempre affascinato il rapporto fra mare e montagna. Non sono un professionista della montagna e non vivo fra i monti, ma sulla costa ligure, a picco sull’acqua, dove gli ulivi si fondono con la macchia mediterranea e la vegetazione si tuffa in mare tra le scogliere, in un delirio di colori e di profumi.  Se proprio devo darmi una definizione, diciamo che sono un “marinaio d’alta quota”. Quale modo migliore dell’Antartide per vivere questa “dualità”? Per me le montagne sono un po’ come le onde della terra e le onde rappresentano le montagne del mare: l’Antartide è la sintesi di tutto ciò. D’altra parte, Gian Luca Cavalli ha sempre sognato di attraversare lo stretto di Drake per andare nell’ “ultimo continente” e quindi abbiamo trovato un accordo perfetto per andare oltre la “fin del Mundo”, quella Patagonia dove ho fatto tante spedizioni. Infine, ci è bastato poco per convincere Manrico, grande fotografo ed entusiasta esploratore, ad essere della partita!. La spedizione è stata resa poi possibile grazie al contributo di diversi sponsor tra cui il Cai Biella, il Cai centrale, il Cnr, la Fondazione Cassa di Risparmio Biella e da Botto Giuseppe”. 

Come avete individuato gli obiettivi alpinistici che volete salire?

“È stato necessario un lungo lavoro di studi delle carte, della bibliografia e di Google Maps. Una “spedizione nella spedizione”, in pratica. È stato un lavoro preliminare che ci ha affascinato tantissimo”. 

Che tipologia di pareti sono e come vi siete preparati? 

“Sono pareti essenzialmente di ghiaccio e a tratti misto. La vicinanza al mare rende le condizioni molto mutevoli in poco tempo, quindi trovare la tempistica e la strategia giuste sarà determinante per il successo. Il nostro allenamento è quello delle salite sulle Alpi e sull’Appennino, precedute e accompagnate da un’attività completa che va dallo spinning al pilates, dalla corsa al nuoto, a seconda delle preferenze di ciascuno di noi”.

Quali difficoltà vi aspettate? 

Ci aspettiamo di trovare un ghiaccio non certo facile da proteggere, come spesso è invece quello invernale sulle Alpi a quote elevate. Penso che la nostra esperienza su itinerari di ghiaccio e misto su pareti vicine al mare, come le Highlands scozzesi e la Norvegia, sarà determinante. Le difficoltà logistiche e organizzative saranno notevoli. Prevediamo che le salite avranno molte sezioni con protezioni piuttosto aleatorie e condizioni mutevoli in poco tempo. Le informazioni disponibili sono pochissime, visto l’esiguo numero di spedizioni che hanno operato nella zona, quindi ci sono davvero tante incognite”.

Hai palato di notevoli difficoltà logistiche, come funzionerà la spedizione?

“Sostanzialmente la Ice Bird sarà il “campo base”. Trascorreremo alcuni giorni in navigazione per individuare gli obiettivi più significativi, cercando fra quelli che si trovano in zone sulle quali è possibile sbarcare: gli iceberg sono sempre un’incognita. Piazzeremo campi avanzati sul ghiaccio, dai quali inizieremo l’avvicinamento alle pareti in sci, trasportando il materiale con slitte. Speriamo di poter mantenere un contatto satellitare con Ice Bird”.

La spedizione non ha però solo un carattere alpinistico, ma anche un obiettivo scientifico…

È una grande incognita, ma, almeno per me, una parte fondamentale della spedizione. Nella vita professionale, infatti, sono docente di Ricerca Operativa presso l’Università di Genova. Apparentemente, il mio lavoro rappresenta quanto di più diverso dall’alpinismo si possa immaginare; in realtà è vero il contrario. In sostanza, mi occupo di modellare matematicamente e sviluppare algoritmi risolutivi per complessi problemi di ottimizzazione e spesso, questo viene fatto scomponendoli in tanti sotto-problemi più semplici: “mettendo insieme” gli algoritmi risolutivi per questi ultimi, si ottengono quelli per i problemi di partenza. Non si tratta forse dello stesso metodo utilizzato dagli alpinisti per concepire e realizzare salite su pareti alte e complesse? I sotto-problemi sono i tiri e ogni lunghezza, a sua volta, è fatta di una successione di altri sotto-problemi, rappresentati da sezioni o singoli passaggi. L’algoritmo complessivo è il modo per realizzare la via che arriva in vetta. Questa spedizione in Antartide mi dà la possibilità di combinare perfettamente i due aspetti della mia ricerca: quella alpinistica e quella scientifica”.

In cosa consiste il progetto scientifico che porterete avanti in questo mese di spedizione?

Si tratta del Progetto ECO AS:TRA (Emerging COntaminants in Antarctic Snow: sources and TRAnsport; PNRA18_00229) approvato per il finanziamento dal Programma Nazionale di Ricerca in Antartide e coordinato dal mio collega Marco Vecchiato, del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Si tratta di una ricerca che può avere importantissime ricadute sulla comprensione dei meccanismi che regolano l’evoluzione del nostro ambiente e le ricadute del continuo processo di antropizzazione al quale lo sottoponiamo. Oltre al prelievo di campioni di neve a varie quote durante le salite, si tratterà di fare un lungo e impegnativo lavoro di filtraggio sulla barca, in modo da portare in Italia i filtri contenenti le sostanze contaminanti. Dopo l’analisi chimica, inizierà un’altra parte del mio lavoro: l’elaborazione dei dati ottenuti, con metodi e modelli dell’intelligenza artificiale, di cui mi occupo”.

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