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Ginevra: primo vertice sulle regioni di alta montagna. Al centro la crisi idrica

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Si è tenuto questa settimana a Ginevra il primo vertice sulle regioni di alta montagna organizzato dall’ agenzia delle Nazioni Unite, World Meteorological Organization (WMO). Un momento in cui valutare le iniziative di monitoraggio climatico in corso, riflettere e ragionare sugli interventi necessari per far fronte ai cambiamenti che stanno riguardando i territori montani  e in particolare la criosfera: ghiacciai, permafrost. Altro tema di importante discussione riguardava l’inserimento nell’agenda delle Nazioni Unite delle inquietudini delle regioni poste a elevate altitudini.

Tra i relatori il glaciologo svizzero Christian Huggel che ha focalizzato il suo intervento sul tema della crisi idrica. Problema di cui la Svizzera, grazie alla sua quota media e alla massiccia presenza di ghiacciai, non ha mai sofferto ma che negli ultimi tempi sta assumendo un aspetto concreto anche per la regione con più montagne dell’Europa geografica. “I ghiacciai e la neve sono risorse importanti per noi” ha dichiarato a Swissinfo.ch. “Disponiamo di acqua nel sottosuolo, ma questa potrebbe esaurirsi. L’anno scorso i fiumi e i torrenti non connessi alle regioni di alta montagna si sono praticamente prosciugati. Una realtà che in Italia è diventata quasi costante negli ultimi anni, a dimostrarlo la secca del Po che ogni anno ormai colpisce il fiume più lungo d’Italia generando tutta una serie di problemi idrici che influiscono sia sugli endemismi locali (come la salamandra di Lanza, presente solo a Pian del Re dove il fiume nasce), sia alle attività umane che si trovano a dover gestire una minore disponibilità di acqua.

Imparare a gestire la crisi idrica

Esistono diverse regioni da cui è possibile imparare, spiega il professor Huggel. “Quelle dove la crisi idrica è più avanzata” come, per esempio, nelle Ande. In questa catena “ci sono lunghi periodi di siccità da giugno a settembre, ma ci sono meno capacità di adattamento rispetto alla Svizzera”, in più stiamo parlando di un’area del mondo in cui la politica idrica è decisamente carente come anche la gestione pratica della risorsa. Uno scenario da cui certamente possiamo imparare. Dai sistemi di allerta precoce in caso di piene improvvise causate dall’esondazione di laghi glaciali, problema sempre più frequente a causa del continuo aumentare delle temperature medie; fino ad arrivare allo sviluppo di servizi in aiuto all’agricoltura. Sono questi i progetti che sta portando avanti la DSC (Direzione dello Sviluppo e della Cooperazione) insieme all’OMM con lo scopo di creare modelli esportabili e applicabili anche in altre realtà sul nostro pianeta. Gli stessi sistemi di monitoraggio che la Cooperazione Italiana insieme alle Università, al CNR e alle organizzazioni come l’Associazione  EvK2CNR stanno da anni portando avanti sulle Alpi e in Himalaya e Karakorum. Il direttore dell’ISAC -CNR, la dottoressa Cristina Facchini, ha infatti presentato al convengo le strutture CNR più importanti del per il monitoraggio del clima in alta quota, la prima sul Monte Cimone negli Appennini, l’altra ai piedi dell’Everest, il Laboratorio Osservatorio Piramide a 5000 m di quota.

Creare soluzioni senza dimenticare il contesto culturale

Esportare soluzioni tecnologiche e scientifiche senza tenere conto delle caratteristiche socio-culturali del luogo in cui si sta entrando è sempre un errore. Per questo “è necessario lavorare a stretto contatto con gli antropologi culturali, soprattutto quando si ha a che fare con comunità montane locali e autoctone che possono essere molto legate a montagne e ghiacciai”, ha sottolineato ancora Christian Huggel.

Per molte culture, ma anche per i valligiani alpini, i ghiacciai non rappresentano solo una riserva idrica ma un luogo d’affezione. Per alcuni popoli sono un luogo di culto, la cui scomparsa fa immaginare la fine del proprio villaggio, della propria dimensione. Una perdita non solo per l’ambiente ma anche per la storia dell’umanità.

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