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Va’ Sentiero, tre mesi e mezzo dopo la partenza. “Le Alpi sono un luogo unico”

Partiti la scorsa primavera i ragazzi di Va’ Sentiero, intenzionati a percorrere interamente il rinato Sentiero Italia CAI, hanno quasi ultimato la parte alpina del loro viaggio. Yuri, Giacomo e Sara stanno mantenendo fede alla loro promessa e, un passo alla volta, stanno diventando dei veri camminatori. Ispirati dai 6mila chilometri di sentiero che attraversa interamente il nostro Paese sono ormai giunti in Valle d’Aosta, al cospetto della maestosa Gran Becca. Noi siamo riusciti a intercettarli che si trovavano tranquilli in rifugio, durante una giornata di relax.

 

Ragazzi, siete in cammino da tre mesi e mezzo ormai. Come sta andando questa esperienza?

“Dal punto di vista del viaggio, inteso come movimento, sta andando molto bene. Le montagne italiane sono una continua sorpresa ed è incredibile la varietà di paesaggi che stiamo incontrando. L’esperienza non si ferma però solo al magnifico territorio naturale attraversato. Le Alpi sono popolate e ogni giorno ci troviamo a incontrare un’umanità molto significativa. Molta gente si accoda ai noi, cammina con noi per qualche giorno; altri ci accolgono, ci aprono le porte della loro casa, ci portano in giro alla scoperta di borghi e luoghi che altrimenti non avremmo mai conosciuto. Quest’ultima soprattutto è un’occasione che cerchiamo di non farci mai scappare perché consente un approfondimento del territorio molto maggiore.

Stiamo riscontrando ovunque un’accoglienza, un calore, che nel nord magari non ci saremmo aspettati n questa misura”.

Quale uno degli incontri più Emozionanti?

“Ce ne sono stati tanti. Tra questi di certo un signore ceco dalla nascita, Giorgio, fisarmonicista incredibile conosciuto in Dolomiti, in una casa per le vacanze. Siamo rimasti lì un paio di giorni e lui è stato entusiasta di conoscerci, di sentire il racconto del viaggio, del progetto.

A inizio viaggio abbiamo anche incrociato il cammino di Bruno Pizzul, un incontro molto emozionante”.

Il luogo più suggestivo invece?

“Per ora il villaggio di Codera, i Lombardia. Un piccolo borgo alpino, di poco a nord rispetto al lago di Como, ancora abitato nonostante sia raggiungibile solo a piedi lungo un itinerario di 4mila e più gradini. Qui è attiva l’Associazione Amici della Val Codera, un gruppo fantastico che ci ha accolto con una grande festa dimostrando un calore unico. Siamo arrivati dopo una camminata bella tosta e li abbiamo trovati ad aspettarci con le porte spalancate e un tenore che intonava il Va’ pensiero in nostro onore. È stato incredibile vedere quanta energia spendono per mantenere vivi questi luoghi che vedono spopolarsi di giorno in giorno.

Quando vi abbiamo intervistati, prima della vostra partenza, ci avete detto che uno dei vostri obiettivi era quello di riscoprire l’Italia minore. In 3 mesi di viaggio cosa avete capito di questa Italia minore?

“Siamo ancora in progressione, ma le prime impressioni parlano di una bella fetta di Paese che sta morendo. Abbiamo incontrato tantissimi borghi o alpeggi malridotti, abbandonati. Dove invece c’è ancora popolazione, questa è anagraficamente molto vecchia. In molte zone si respira un’aria di rassegnazione, anche se esistono delle oasi felici. Posti in cui sono state fatte scelte di politica territoriale adeguate, il Trentino ne è un esempio.

Quali pensate possano essere i provvedimenti da prendere per cambiare le cose?

“Servirebbero delle infrastrutture minime, come la rete internet che oggi rappresenta un servizio fondamentale e che farebbe la differenza. Oltre a questo manca una vera leva di attrazione per i più giovani. In molte aree non si ragiona su quelle che potrebbero essere le necessità dei ragazzi, su quel che potrebbe essere utili per riportarli in quota”.

Cos’avete invece da raccontare a proposito del Sentiero Italia CAI, nella parte in cui per ora l’avete vissuto?

“Il Sentiero è uno spettacolo, un percorso unico e affascinante. Qualcosa è ancora da mettere a punto, l’infrastruttura è giovane ed è normale che sia così. Rimane che pensare a un itinerario di 6mila e più chilometri da vivere rimanendo sempre immersi nel territorio naturale è qualcosa di veramente impressionante”.

Voi invece, come siete cambiati?

“Fisicamente siamo migliorati tanto. (ridono) Nella prima parte abbiamo avuto molti problemi e acciacchi. Con l’andare dei chilometri gambe, schiena e fiato sono cambiate.

A livello psicologico anche siamo cambiati tanto: siamo tutti più sereni e fiduciosi rispetto alla partenza. Si è creato tra noi uno spirito cameratesco, quasi da spedizione. C’è fiducia reciproca, stiamo volentieri con le persone che si aggregano a noi per un tratto del cammino. All’inizio magari era più difficile, adesso invece riusciamo a essere più aperti. Anche nei confronti delle criticità è cambiato il nostro rapporto, le affrontiamo con meno stress”.

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