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Sulle montagne rocciose piovono microplastiche

montagne roccioseBear Lake Road – Montagne Rocciose, Colorado – Foto FB @Rocky Mountain National Park

Sulle montagne rocciose piovono microplastiche. Una scoperta casuale e allarmante quella effettuata dal ricercatore Gregory Wetherbee dello US Geological Survey. “Mi aspettavo di trovare soprattutto suolo e particelle minerali”, ha dichiarato al quotidiano britannico The Guardian, sottolineando quanto la presenza di microscopiche fibre plastiche policromatiche non fosse un dato atteso dallo studio, intrapreso allo scopo di analizzare l’inquinamento da azoto nell’acqua piovana che bagna le montagne del Colorado.

“It is raining plastic”

I risultati delle analisi condotte dal team di Whiterbee, pubblicati recentemente in un articolo scientifico dal titolo “It is raining plastic” (trad. Sta piovendo plastica), sollevano nuove perplessità in merito al quantitativo di residui plastici in grado di trasferirsi tramite acqua, suolo e aria in ogni angolo del globo.

Sul totale di campioni di acqua piovana raccolti in varie zone del Colorado e analizzati al microscopio, oltre il 90% ha mostrato la presenza di fibre, frammenti e granelli di plastica. Anche quelli relativi a zone in quota delle montagne rocciose, oltre i 3.000 metri.

Le microplastiche osservate al microscopio dai ricercatori dello US Geological Survey

“C’è molta più plastica là fuori di quella che riescono a vedere i nostri occhi – afferma Wetherbee – nella pioggia, nella neve. È ormai parte dell’ambiente”. E in effetti dai dati dello studio emerge l’evidenza che la deposizione umida di materiale plastico sia una problematica ubiquitaria, non solo caratteristica delle zone urbane.

La distribuzione ubiquitaria delle microplastiche

La scoperta casuale di Wetherbee in realtà non sconvolge più di tanto la comunità scientifica. Che le microplastiche abbiano ormai una distribuzione ubiquitaria, anche nelle aree più remote del mondo, risulta evidente da numerosi studi scientifici degli ultimi anni. La problematica più nota è di certo la presenza di plastiche negli oceani, in quantità sempre crescente. Nel 2017 l’ONU ha dichiarato che nei mari siano presenti 51mila miliardi di particelle di microplastica, 500 volte più numerose di tutte le stelle della nostra galassia.

Quest’anno il dato sconvolgente è giunto invece dai ghiacciai alpini e dai Pirenei. Studi che hanno evidenziato la presenza di residui plastici nelle nevi perenni, in grado di essere trasportati anche per centinaia di chilometri dal punto di dispersione nell’ambiente.

Origine delle microplastiche

Secondo Whiterbee la principale fonte dei residui plastici rilevati nella pioggia che bagna le montagne rocciose sarebbe rappresentata dai rifiuti abbandonati nell’ambiente e, per quanto concerne le fibre, dai capi di abbigliamento sintetici. Con il termine “microplastiche” si intendono particelle di dimensioni comprese tra 330 micron e 5 millimetri. Particelle ancora più piccole sono dette nanoplastiche, al momento non campionabili con le strumentazioni a disposizione degli scienziati.

Si tratta in sintesi di “briciole” derivanti dallo sfaldamento di materiali plastici più grandi, detti “plastiche prime”.  Come si legge sul sito del parlamento europeo, le microplastiche si dividono in due categorie:

Microplastiche primarie:

  • Rilasciate direttamente nell’ambiente sotto forma di piccole particelle.
  • Si stima che rappresentino il 15-31% di quelle presenti nell’oceano.
  • Fonte principale: lavaggio di capi sintetici (35%).
  • Abrasione degli pneumatici durante la guida (28%).
  • Microplastiche aggiunte intenzionalmente nei prodotti per la cura del corpo (per esempio, le micro-particelle dello scrub facciale) 2%.

Microplastiche secondarie:

  • Prodotte dalla degradazione degli oggetti di plastica più grandi, come buste di plastica, bottiglie o reti da pesca.
  • Rappresentano circa il 68-81% delle microplastiche presenti nell’oceano.

Conseguenze per l’uomo e gli animali

Le microplastiche presenti in mare possono essere inghiottite dagli animali marini. In tal modo, attraverso la catena alimentare, possono arrivare nei nostri piatti. Quelle presenti nell’acqua che beviamo e nell’aria possono essere reciprocamente inghiottite e inalate.

Gli effetti della loro presenza nel corpo umano non sono ancora stati dettagliati dagli scienziati. Da aggiungere è che spesso esse contengano composti tossici, come nel caso delle particelle derivanti dal mobilio domestico, che possono contenere tracce di ritardanti di fiamma. Ulteriore problematica è data dalla loro capacità di attrarre composti o microrganismi tossici, diventando in tal modo dei carrier di inquinanti pericolosi per la salute umana.

Un mondo plastic-free

Nonostante non siano ancora chiari gli effetti sulla salute umana, è evidente che ci si trovi di fronte a una emergenza, la cui unica soluzione risiede in un impegno collettivo verso un mondo plastic-free.

Nel mondo della montagna sono fortunatamente in crescita continua le iniziative volte a sensibilizzare la collettività sull’importanza di non disperdere nell’ambiente materiali plastici. Meglio ancora evitare ove possibile l’utilizzo della plastica, prediligendo materie biodegradabili. Esempi ne abbiamo visti molti in queste ultime settimane: dal Parco Adamello Brenta alla Valle Stura, fino ai rifugi della Plose.

“Una rivoluzione che parte da piccoli gesti”, per riprendere una espressione utilizzata da Silvia Bongiovanni, tra gli organizzatori della campagna plastic-free della Valle Stura. Singole iniziative che di certo non possono arginare il problema ambientale ma possono essere utili per dimostrare quanto sia necessario l’impegno di ogni singolo individuo per tentare di salvare il Pianeta.

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