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Albert Mummery: 124 anni fa la morte sul Nanga Parbat

La vetta del Nanga Parbat al tramonto. Ben evidente, al centro della foto, lo sperone Mummery. Foto Daniele Nardi FacebookLa vetta del Nanga Parbat al tramonto. Ben evidente, al centro della foto, lo sperone Mummery. Foto Daniele Nardi Facebook

Albert Frederick Mummery e i due gurkha Ragobir Thapa e Gaman Singh furono le prime vittime di quella che anni dopo sarà ingiustamente soprannominata “la montagna assassina”. Scomparvero il 24 agosto 1895, da qualche parte lungo la parete Diamir del Nanga Parbat, durante il tentativo di valicare verso la valle del Rakhiot, ultimo dei versanti ancora da esplorare per la spedizione.

Quarant’anni prima del tempo, giusto trent’anni dopo la prima salita del Cervino, Mummery ebbe l’intuizione necessaria per capire che i giganti dell’Himalaya potevano essere avvicinati. Pur senza alcuna nozione sulla necessità del corpo di assuefarsi alla mancanza di ossigeno, interrogativi che gli alpinisti inizieranno a porsi solo vent’anni dopo sempre alle pendici del Nanga Parbat, Albert Mummery decise di organizzare questa spedizione ritenendo possibile la scalata della montagna. Sarebbe stato fattibile, ma non nel 1895. D’altronde, come ci insegna Reinhold Messner, l’impossibile è solo qualcosa che non è ancora stato fatto.

Ritenuto da molti un visionario l’inglese portò una ventata di aria fresca nell’ambiente alpinistico che dopo l’ultima grande ascensione delle Alpi, il Cervino, sembrò fossilizzarsi. Dotato di talento ripeté la via normale alla Gran Becca a soli quindici anni, giusto sei anni dopo l’apertura della via, quando la montagna ancora contava pochissime ripetizioni. Sempre qui aprì, nel 1879, la via lungo la cresta di Zmutt; e poi ancora il percorso che sale per il canalone nord del Colle del Leone, nel 1880. Tra le sue salite più importanti non possono certo mancare le due prime: sull’Aiguille du Grépon, nel 1881, di cui è celebre il ritratto dell’impegnativa scalata in fessura; e sull’Aiguille des Grands Charmoz, nel 1882.

Albert Mummery. Foto Martin Jacolette

La sua idea di alpinismo raccontava di una crescita personale su difficoltà sempre più alte da affrontare con quelli che definiva mezzi leali. Erano le basi di quello che settant’anni dopo sarà chiamato stile alpino, quel modo puro di confrontarsi con la montagna che poi si sarebbe affermato sempre più tra gli alpinisti moderni. Oggi viene considerato un precursore, un visionario. Ai suoi tempi le idee erano diverse, lo dimostra la difficile ammissione al prestigioso club alpino inglese. Mummery ha un talento fuori dal comune, ma non appartiene alla nobiltà anglosassone e frequenta la montagna in modo così diverso rispetto agli alpinisti del periodo. Scala senza guide sullo sperone della Brenva al Monte Bianco, sostiene che l’alpinismo e le Alpi siano ancora ricche di spazio d’esplorazione nella ricerca di nuove e più difficile vie per raggiungere la cima di una montagna. Un’idea quest’ultima che lo porta in collisione con il famoso Edward Whymper, tra i principali osteggiatori al suo ingresso nell’Alpine Club. Secondo il primo salitore del Cervino l’alpinismo è finito con l’ascensione dell’ultima grande cima delle Alpi. Le capacità di Albert non si possono però ignorare per sempre. Il ragazzo, forte e preparato, porta a termine in pochi anni prestigiose ascensioni degne di nota, che alla fine gli permettono l’accesso nel club. Entrerà a farne parte pochi mesi prima della sua partenza per il Nanga Parbat.

Le sue salite ma, soprattutto, la sua filosofia, ben raccontata nel testo Le mie scalate nelle Alpi e nel Caucaso, saranno di ispirazione per molti alpinisti futuri. “Lo vedo qui sopra con il suo giacchetto in tweed e gli scarponi di pelle chiodata, che cerca con i suoi gurkha di risalire pendii mai sfiorati prima da nessuno” scriveva Daniele Nardi riguardo il visionario incontro con Albert Mummery sullo sperone omonimo, su quella che è stata la via lungo cui l’inglese ha cercato di raggiungere la vetta del Nanga Parbat. Tra i tanti Daniele è stato uno degli alpinisti che più di tutti ha saputo innamorarsi di quelle che erano le aspirazioni di Mummery, fino a farle sue. “Lo sento credere al suo sogno per poi cedere alle evidenze. Lo immagino qui accanto, mentre deve fare i conti con il proprio desiderio di salire, con l’agosto che volge alla fine, con i gurkha che iniziano a chiedergli fino a che punto volesse spingere questa folle idea”. Un folle o l’ambizione di un visionario? Non sta a noi giudicare.

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7 Comments

  1. …in quest’epoca veloce e frenetica il desiderio di salita é stato oltremodo superato dai mezzi artificiali…
    …l’attesa per un Ascensione é diventata un optional…
    …l’alpinismo di un tempo resta solo storia da leggere nei libri,perdonatemi la polemica…
    …comunque bell’articolo,letto volentieri!

  2. la MONTAGNA e’ dolore e sofferenza… e’ un’ esperienza mistica…LEI lo sa…e in cima ci arriva chi vuole LEI…i puri…gli asceti….i pazzi…i deliranti…i sognatori…tanti ci provano…chi piu’ chi meno…ma e’ LEI che decide…

    1. Che esagerato mistico animista!! La montagna per quanto magica e meravigliosa è solo un cumulo di roccia senza coscienza alcuna né anima semplicemente legata alle leggi della fisica della gravità e al meteo.
      Il resto è retorica romantica.

  3. Forse sbaglio ma la prima del Cervino non era nel 1865? Quindi non venti ma trenta anni prima del tentativo di Mummery.

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